Vesuvio bianco Emblema 2012 Cantine Olivella

25 maggio 2013 di

C’è davvero da rallegrarsi per la costanza con la quale molte etichette campane continuano a crescere e garantire ogni anno vini di chiara impronta territoriale.

Vesuvio bianco Emblema 2012 Cantine Olivella - foto A. Di Costanzo

Quando poi questa garanzia di qualità vien fuori da un territorio di grande vocazione ma che ha sempre vissuto col freno a mano tirato come il Vesuvio non si può non esserne felici nel vero senso della parola.

Un rinascimento/rilancio quello del vigneto vesuviano che seguo sempre più da vicino – appassionandomi in qualche caso – grazie soprattutto alle molte nuove leve che stanno riscrivendo, lentamente ma progressivamente, la storia vitivinicola contemporanea là alle falde del grande vulcano napoletano. Talvolta sono realtà molto piccole ma che vanno però tracciando un solco molto profondo scostandosi così da un passato in perenne impasse in balìa dei ‘grandi imbottigliatori’ e numeri francamente insostenibili.

La strada è lunga, sia chiaro, il territorio tra l’altro continua a dover fare i conti con i tanti drammi irrisolti che le amministrazioni locali sono state e sono tutt’ora chiaramente incapaci di gestire e risolvere (salvaguardia del territorio, sviluppo economico), eppure c’è tanto entusiasmo e a piccoli passi i risultati sembrano maturare in bene. Insomma, raccontare oggi di Lacryma Christi e più in generale dei vini del Vesuvio comincia ad essere anche gratificante oltre che un esercizio di stile suggestivo.

Buone conferme in tal senso vengono da una delle tante aziende che potrei citare, tipo Cantine Olivella e dalla seconda uscita del suo Emblema, un doc Vesuvio bianco da caprettone in purezza, praticamente un manifesto di quanto di buono si sta facendo da queste parti riportando i varietali autoctoni locali, come pure la catalanesca ad esempio, nella loro giusta dimensione traendone vini leggeri, di approccio immediato, essenziali direi, freschi, sinceramente minerali e sapidi, anche per questo caratterizzati da grande bevibilità. Un successone!

Intervallo|Acqua alta a Capri

24 maggio 2013 di

Acqua Alta in cantina

Un tremendo temporale la scorsa notte del 22 Maggio ha provocato l’allagamento di una parte de La Dolce Vite del Capri Palace. Niente di particolarmente grave, la situazione è già rientrata, è tutto sotto controllo e la cantina è più fresca e pulita che mai…

Cuvée Louise Pommery, le mie impressioni…

20 maggio 2013 di

Quando mi hanno dato la parola era troppo tardi, quel microfono stava lì tra le mie mani, alla fine non se ne sono pentiti; sino a qualche minuto prima, ascoltando Enrico Bernardo ero ancora convinto che qualcuno di lì a poco se ne uscisse con una frase del tipo ‘Oh, sei su scherzi a parte!’¤.

Venezia, a due passi (d'acqua) da San Marco - foto A. Di Costanzo

Detto questo, più che lanciarmi in una lunga disquisizione tecnica-degustativa dei vari millesimi provati assieme a Maestri degustatori quali Giuseppe Vaccarini, Fabrizio Sartorato ed Ivano Boso – oltre al già citato Bernardo – durante la splendida serata lì al Danieli, val più ribadire quanto, a mio parere, Thierry Gasco¤ sia riuscito negli anni con grande tenacia a tenere ben dritta la bussola nonostante il vortice internazionale lentamente ha risucchiato molte Maisons de Champagne spedendone tante direttamente nell’oblio dell’omologazione assoluta.

Un lavoro straordinario quello di Thierry, mai urlato. Uno stile inconfondibile quello delle Cuvée Louise di Pommery¤, al passo coi tempi, precise, mai sopra le righe, luminose, fragranti, freschissime, contrassegnate da una eleganza sottile e da grande personalità, unite per di più ad una bevibilità fruibilissima¤.

Pommery, copertina

Cuvée Louise 2002 Giuseppe Vaccarini all’overture in anteprima assoluta ne ha dipinto un profilo di grande suggestione, cui va aggiunto ben poco se non sottolinearne la grandeur di un millesimo di grande richiamo per la Champagne ed un tratto gustativo di enorme nerbo, ancora lontano dal rivelarsi pienamente nel bicchiere.

Cuvée Louise 2000 Ne ha viste tante passare tra le sue mani Ivano Boso, head sommelier di lungo corso a casa Pinchiorri¤. Io ne ho trovato un profilo organolettico di giustezza, variegato ma centrato essenzialmente su note agrumate, anche candite, e minerali. Di buonissima trama il sorso che chiude setoso e rinfrancante.

Cuvée Louise 1999¤ Personalmente, appena una spanna sopra il ’90, il migliore della batteria, in perfetto stato grazia nella sua vivacità olfattiva intrisa di rimandi fruttati e tostati ed un sorso di gran nerbo, slanciato, lungo, efficace. Una di quelle cuvée capaci di accompagnare tutto un pasto senza perdere un colpo. L’ha raccontato Fabrizio Sartorato, head sommelier del Ristorante ‘da Vittorio’ in Brusaporto.

Cuvée Louise 1990 Chi volesse può dare una occhiata su facebook sul profilo de L’Arcante¤ dove ho postato il video¤ della magistrale degustazione di Enrico Bernardo, veramente da manuale! Mi va di aggiungere solo che bere uno Champagne di 23 anni e trovarlo così in splendida forma è una di quelle esperienze che rimette tante cose a posto quando a qualcuno, per misconoscenza o supponenza, vien qualche dubbio sul perché proprio là, tra la Montaigne de Reims e la Cote des Blancs nascano vini di così straordinaria qualità.

Cuvée Louise Rosé 2000 - foto A. Di Costanzo

Cuvée Louise Rosé 2000 Il mio vino. Senza tirarla per le lunghe lascio traccia di ciò che è stato il mio intervento. L’approccio a questa cuvée è facile, a patto che si sappia bene cosa si tiene tra le mani. E’ la sintesi tra il vecchio e il nuovo, è storia, centinaia di anni di storia di Champagne che rivivono con tutta normalità il nostro tempo. Un terroir unico, irripetibile, diciamocelo pure, una cultura di indiscutibile vocazione ereditata con rispetto e con altrettanto rispetto consegnata costantemente al futuro. Valori ancestrali preziosissimi questi, riproposti con questa cuvée con una chiave di lettura modernissima: un colore scarno, quasi salmone, un effluvio di sentori e rimandi floreali e fruttati, di pesca e di piccoli frutti di bosco, un sottinteso minerale, un sorso vivace, lungo e gradevolissimo.

Uno stile quasi sussurrato, che vive del grande rispetto per lo straordinario chardonnay di Avize e Cramant e di grande riverenza verso i migliori pinot noir di Aÿ e Bouzy. Il vecchio e il nuovo, che però camminano a braccetto, in assoluta armonia, pensando ad una cucina sempre più spogliata di grassume e quegli ingredienti troppo invadenti. Puro piacere, ‘parfait!’ verrebbe da dire!

Qui¤ in contemporanea anche sul blog di Luciano Pignataro.

Enrico Bernardo, il miglior sommelier del mondo… con cui è uno spasso andare a pesca!

19 maggio 2013 di

Finalmente ho conosciuto Enrico Bernardo: che splendida persona, che stile! Sarò franco, mi viene sempre difficile pensare ad un maestro o a un idolo per quanto mi riguarda; negli anni ho conosciuto tante persone che nella vita privata come nel lavoro mi hanno insegnato tanto e tanto hanno significato per me, per quello che sono oggi. Ma maestri no, sinceramente credo proprio di non averne avuti.

Enrico Bernardo - foto A. Di Costanzo

Uno dei riferimenti come sommelier in quanto tale però è certamente lui: sveglio, intelligente, non sgomita, non ama blaterare a vanvera e, soprattutto, non ricordo di averlo mai colto a sculettare :-) . Ha classe e stile da vendere Enrico, l’ho ammirato a lungo in passato in alcune sue degustazioni e performance, di tanto in tanto preso appunti su quanto facesse in giro là in Francia. Ammirazione tanta, talvolta un pizzico di invidia pure, senza malizia però, o colpo ferire. Giovedì scorso, a Venezia¤, il piacere di condividere una splendida serata in occasione del gran galà Pommery Italia. Iniziata così, indimenticabile. Perché con uno come lui si potrebbe andare tranquillamente anche solo a pesca!

Costadilà 330 s.l.m., è primavera (quasi estate)

15 maggio 2013 di

Immaginate di stare seduti su un prato verde con a due passi una vigna in fiore, l’odore forte di gelsomini che però arriva e non arriva spazzato da una leggera brezza, con le api che balzano voraci da un fiore all’altro.

Costadilà

Pensatevi sereni, sorridenti, felici di regalarvi un paio d’ore all’ombra di una quercia secolare in una splendida giornata di primavera inoltrata, calda ma non pesante. Una lunga passeggiata tra i filari, col naso al cielo, lunghi respiri a pieni polmoni. Finalmente un morso alla frittata di pasta, uno alla pizza rustica. Uno, due sorsi di questo delizioso vino frizzante di Costadilà sur lie, 330 s. l. m..

Un filo d’erba tra i denti, una margherita colta alla piccola che stringi delicatamente mano nella mano, un’altra che non vedi l’ora di poggiare tra i capelli della tua splendida moglie, un’altra ancora da sfogliare tutti assieme. E speriamo che sia femmina…

I love Falernum, Papa. Un tempo, la storia del mio Falerno del Massico di Antonio Papa

13 maggio 2013 di

La Viticoltura, come arte per attingere al valore originario della vita e per affermare valori profondi e segreti. Uno strumento di contatto con i ricordi e con la realtà del presente, che parte da una volontà di partecipazione al flusso della natura e della storia in contrapposizione all’imbarbarimento della società.

Antonio Papa, da piccolo

Nasco come viticoltore nel 2000, quando intrapresi gli studi in Lettere Classiche, mi accorsi della straordinaria contemporaneità delle tradizioni. Dopo un’adolescenza dominata da un senso di distacco dalla vita agreste, mi resi conto della sublime arte, appena raggiunta l’indipendenza intellettuale. “Ahimè, come sarebbe bello, vivere tra i filari, avendo con sé solo una donna e i propri segreti!”

Mi accorsi – poi – della difficoltà di decidere, quando cominciarono i primi “assemblaggi”: quattro vigneti, ubicati in quattro zone profondamente distinte per natura, creano un subbuglio nello stomaco, ma riuscire – poi – ad accoppiare i sapori, gli umori della terra, i colori, le gioie, i dolori di un anno, è cosa sorprendente ed impegnativa, ma sublime.

Nel 2002 la prima vinificazione con l’enologo che mi segue tuttora, Maurilio Chioccia. “Cambio vita” … si dice. I segni del tempo assumono una fisionomia geometrica. Appare subito chiaro, di non voler snaturalizzare il “canto del terreno”, ma modificare sensibilmente lo spartito è necessario. Gli impianti in vigna e il “modus operandi” in cantina subiscono un rinnovo che ha traghettato il vino (Campantuono¤ in primis), inizialmente materico, in un vino “misterico”, collocandolo nella prospettiva di un prodotto di nicchia e dando voce ad una cultura del vino, capace di assumere caratteri fino ad allora inosservati.

Antonio Papa, oggi

L’apertura a questo mondo – grazie soprattutto a mio padre – ha sì aperto in me anche interrogativi sulla civiltà contemporanea, sui limiti, sui valori di questi anni e del tempo, anche nei suoi aspetti più inquietanti. Però la straordinarietà del vino, sta nel fatto di essere impegno fisico diuturno e travaglio dei sentimenti più nascosti.

“Poetica dell’oggetto” che si muove, sì in direzioni contrastanti ma al momento del suo definirsi è comunque vita ed autocoscienza di poesia. Questa nozione di poesia si realizza con una serie di trasformazioni nei vari momenti dell’attività e naturalmente c’è da dire che questo “travaglio” è ancora in atto, anche attraverso la continua ricerca di “toni nuovi”: intensi, precisi, più dei precedenti opachi e incerti. Rompere una campana di vetro, quella in cui era rinchiuso un paese intero, tristemente opacizzato nel suo definirsi.

Campantuono Papa - foto Altissimo Ceto

Dare nuova linfa al luogo d’origine è pura poesia. Scrivere gli “accordi” per una nuova canzone¤ – quella che canteremo presto (spero)- partendo in primo luogo dalla ricerca di un linguaggio, il cui modello più vicino è ancora il mondo dell’Epos e dell’ormai riconosciuto insediamento Romano in Agro Falerno (Ager Falernus III/II sec. A.C. – II/III sec. D.C.).

Ne risulta un originalissimo equilibrio, tra meditazione esistenziale e definizione del paesaggio, una meditazione appassionata, magniloquente, che come movimento incessante e ripetuto del mare, poggia sulla costa aspra e rocciosa i segni di una vita, la vite appunto!

di Antonio Papa¤, Faccia da Falerno – L’Arcante 2013.

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C’è tanta mediocrità in giro, te ne accorgi al primo sorso di vino, talvolta ancor prima di levare il tappo, certe altre ancor prima di mettere gli occhi sull’etichetta. Le bottiglie di Antonio annullano qualsiasi aspettativa, quale che sia la presunzione, la convinzione con cui credi di sapere tutto di Falerno e di Primitivo. Una continua scoperta, il suo Falerno! (A. D.)


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