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Arezzo, Chianti Gratena 2013 Fattoria Gratena

22 luglio 2014

Etichetta pressoché sconosciuta in Italia ma che invito seriamente a ricercare e bere. Davvero buona questa bottiglia, sorprendente, fresca, goduriosa, un Chianti come non ne avrete mai assaggiati prima.

Chianti Gratena 2013 Fattoria di Gratena - foto L'Arcante

Lasciate altrove strani pensieri su uvaggi, assemblaggi, sovrastrutture, questo qui è un vino grandioso nella sua semplicità più assoluta. Un sangiovese in purezza da filari a conduzione biologica in provincia di Arezzo, 180 ettari di ulivi secolari e vigne di 40 anni piantati tra la Val di Chiana e quella dell’Arno.

Il Chianti Gratena mi rimette in pace con una delle denominazioni più bistrattate che abbiamo in Italia, dietro la quale si nascondono centinaia e centinaia di magre delusioni e vini il più delle volte banalissimi ma, per fortuna, a quanto pare, ancora capace di sorprendere e conquistare.

Buonissimo il 2013, il colore porpora è di grande vivacità, il naso è scalpitante, polposo e pieno di verve, non ne sentivo di così interessanti in un Chianti da anni, di sovente sempre troppo acerbi o troppo cotti, o peggio inutilmente boisé e stanchi.

Qui c’è la viola – ve la ricordate la viola nel sangiovese? -, tanta frutta, arancia sanguinella, melograno, mora, ribes. Il sorso è pieno di soddisfazione, secco e ben bilanciato, fresco e sapido, snello e avvolgente, piacevolissimo e risoluto. La bottiglia va via che manco te ne accorgi. Mi mancavi Chianti.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Anacapri, il Caposcuro bianco di Alessandra Gallo

21 luglio 2014

Siamo ad Anacapri, qui a due passi dal Capri Palace, lungo la dorsale del Monte Solaro che vede scorrere la seggiovia su e giù per l’imponete monte che domina l’Isola Azzurra.

Caposcuro 2013 - foto A. Di Costanzo

Una piccola vigna da dove si gode un panorama mozzafiato, con la baia di Sorrento ad un palmo dal naso e più in là il Vesuvio, Napoli, le altre isole del golfo; una cartolina carica di suggestione, filari dove c’è dentro un po’ di tutto: falangina, greco, biancolella, piedirosso, aglianico. Una piccola vigna che lentamente rifiorisce e ritorna al suo antico splendore grazie alla volontà della giovane Alessandra Gallo. Il suo bianco è un uvaggio di falanghina e greco, ha un naso tipicamente minerale, dal timbro salmastro con rimandi alla frutta matura a polpa gialla, sa di pesca ed albicocca. Il sorso è sgraziato ma di buon equilibrio tattile, di facile beva, gradevole e succoso.

Certo ci sono ancora tante cose da mettere a posto, l’idea però è buona, mi piace e spero possa continuare sulla strada della qualità, puntare magari alla doc¤ ma prima è lecito fare due conti con la storia e con la realtà. Fare vino a Capri non è cosa da poco, qui ad Anacapri poi ancor di più alla luce di costi di gestione della vigna elevatissimi e della evidente poca disponibilità di uva e bottiglie che rendono assolutamente impraticabile una qualsiasi strategia ‘industriale’. Piccolo ed artigianale quindi, per forza, il valore di queste bottiglie rimane impagabile, ecco perché Caposcuro, come Joaquin¤ dall’Isola prima e Scala Fenicia¤ poi vanno supportati e spronati.

Anacapri, Vigneto Solaria - foto V. Vanacore

Se ci penso appena 5 anni fa sull’isola c’era il vuoto, gran parte delle vigne erano praticamente abbandonate a loro stesse e l’intero sistema praticamente inghiottito e in balìa dell’improvvisazione e della speculazione di gente poco avveduta ed affamata solo di facili affari.

Dopo 5 anni¤, in attesa del sospirato rilancio della storica cantina Tiberio¤ di Anacapri – con più di cento anni di storia alle spalle, ndr -, salutiamo il vino di Alessandra Gallo del Vigneto Solaria con viva soddisfazione, è la terza azienda in pochi anni che si affaccia al mondo del vino per salvaguardare e rilanciare la viticoltura¤ caprese. Certo, con le soddisfazioni non si mangia, però che bello vedere tanto entusiasmo!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Credits: Vigneto Solaria slideshow¤, foto V. Vanacore

I Sommelier italiani sono i più bravi del mondo!

20 luglio 2014

Ricevere complimenti fa sempre piacere, ancor più quando qualificano l’intera categoria professionale italiana.Italian Sommeliers - L'ArcanteSpesso i nostri ospiti arrivano qui a Capri dopo un giro più o meno lungo nei più importanti ristoranti italiani ed europei. La Costiera e Capri sono quasi sempre le ultime tappe prima di rientrare a casa. Così durante la cena non manca mai di scambiare due chiacchiere su dove sono stati prima, come sono stati trattati, cosa abbiano mangiato di particolare, i vini, lo chef, il sommelier.

Viene fuori un dato sopra tutti che riempie di soddisfazioni i tanti che si fanno un mazzo così da nord a sud, da Alba a Ragusa passando per Milano, Roma, Napoli: i sommelier italiani sono riconosciuti tra i più bravi del mondo!

‘…ne sanno una più del diavolo, e molto spesso ne sanno molto più dei loro colleghi di New York o Londra dove spesso hanno paraocchi o se ne stanno sulle loro, freddi e altezzosi. Per non parlare di quanto gli italiani ne sanno dei vini del mondo rispetto a quanto questi conoscono dei meravigliosi vini italiani; non si tratta solo di poca considerazione dei vini prodotti nel vostro paese, si sa che nel mondo il vino è anzitutto quello francese, ma è una questione soprattutto di cultura più che di bravura. In Italia, con un bravo sommelier, riesci a parlarci di quasi tutto, altrove non sanno nemmeno dove sta Constantia’.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Tufo non è Oslavia

17 luglio 2014

C’è grande entusiasmo intorno ai vini bianchi campani ultimamente, un rinnovato e straordinario entusiasmo, falanghina, fiano e greco (ma anche pallagrello per dire) non sono mai stati così cercati ed apprezzati come negli ultimi tempi.

Tufo non è Oslavia - foto L'Arcante

Vi è tuttavia ancora tanta confusione che spinge alcuni produttori a seguire pedissequamente modelli sballati e in certi casi superati dal tempo. Alcuni vini, certi greco di Tufo ad esempio, risultano sovraestratti, pesanti, addirittura ostici da berli a tavola se non ci costruisci ad hoc un piatto. Dicono che sono cru, talvolta una vigna ‘unica’, esempi di cosa si potrebbe fare con il varietale lavorandolo in un certo modo, spingendo in là l’asticella: ecco, non lo fate per favore.

Non vorrei farla pesante ma temo una deriva stilistica che non ci porterà assolutamente a nulla. Tufo non è Loreto Aprutino, o Oslavia, e per quanto nobile risulti l’accostamento non mi piace; mi sono spinto con pazienza ad assaggiare una moltitudine di vini fatti più o meno seguendo lo stesso nobile intento, con le stesse tecniche con cui si fanno certi trebbiano in Abruzzo e ribolla nel Collio: l’uva migliore, la terra bla bla bla, la bravura del vignaiolo e la sapienza dell’enologo sopra tutto: i vini però appaiono sempre più uguali a loro stessi, dal sorso fluido, appesantito, con niente di varietale se non il corpo e un liquido opaco nudo e crudo. Interessante forse, ma figlio di cosa?

Attenzione per favore, perché quando avrete strapazzato l’ultimo greco di Tufo per stare appresso alle menate di quattro scribacchini sarà troppo tardi per tornare indietro…

© L’Arcante – riproduzione riservata

Le Terre del Principe gentiluomo

10 luglio 2014

Siamo portati a ricordare il frate Dom Perignon come l’inventore dello Champagne. Un po’ come ai Biondi Santi viene riconosciuto il merito di aver creduto nel successo del Brunello di Montalcino ed alla famiglia Matroberardino, tutta, la conservazione ed il rilancio della viticultura campana in Italia e nel mondo.

Manuela Piancastelli e Peppe Mancini

A Peppe Mancini, fondatore di Terre del Principe, va dato atto della scoperta e la valorizzazione di vitigni pressoché sconosciuti fino agli anni ’90, il Pallagrello¤ bianco e nero¤ e il Casavecchia. Così ha dato il via alla rinascita di un intero territorio sino ad allora praticamente sconosciuto agli appassionati del vino. Un slancio che in pochi anni ha visto numerose aziende seguire le orme dell’azienda di Squille.

Ecco, ogni tanto non guasterebbe fermarsi un attimo, alzare la testa, guardare lontano, sussurrare un grazie.

Oggi nella mappa del vino campano c’è dell’altro, diversamente buono ed emozionante che va celebrato, magari sottovoce, in maniera semplice come piace fare da sempre a Peppe e Manuela a cui dedico questo mio piccolo pensiero dopo aver bevuto ieri l’altro un loro meraviglioso Centomoggia¤ 2006, assaggio che mi ha subito riportato alla mente una piacevole serata¤ dell’autunno 2008 passata assieme.

Grazie per aver consegnato agli annali la vostra bella storia d’amore e a noi i meravigliosi vini di Terre del Principe¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Franciacorta Dosaggio Zero Arcari+Danesi

6 luglio 2014

Continuo a pensare che le versioni ‘Dosaggio Zero’ rappresentino un approccio davvero interessante per chi volesse andare un po’ più in là nella scoperta dei reali valori in campo oggi in Franciacorta.

Franciacorta Dosaggio Zero Arcari + Danesi - foto L'Arcante

In giro di Arcari+Danesi da Gussago se ne parla già da un po’ di tempo: l’idea, il progetto, i vini sono un insieme che unisce, divide, conquista, fa discutere. Per svariate ragioni. La mia impressione dopo questo primo assaggio è che abbia colto nel segno: apre un confronto, lascia aperto un uscio dal quale affacciarsi curiosi per sbirciare cosa accade in Franciacorta al di là del pregevole lavoro delle più importanti aziende che già conosciamo.

Non sono moltissime le bottiglie in giro ma vi assicuro che sono di assoluto valore, un numero sufficiente per lasciare una traccia ben visibile agli appassionati più attenti ed esigenti.

Fanno un Satén e questo qui, un Dosaggio Zero 100% chardonnay dalle bollicine fini, con un naso tenue ma integro e caratteristico: sa di agrumi, fiori gialli, è minerale, lievemente mellifluo, con sentori balsamici. Il sorso è di gran lunga tra i più interessanti in circolazione, è gustoso, polputo, sapido, lunghissimo e fresco. Insomma, parecchio convincente.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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