Archivio per la categoria ‘in CAMPANIA’

Aspettando il ‘G’… Greco di Tufo 2011 Pietracupa

7 maggio 2013

Come spesso accade ai degustatori seriali anche agli appassionati più attenti piace fare ricorso a riferimenti trasversali quando un vino colpisce l’immaginario, in particolar modo quando questi smuove il caos della memoria e ripropone prepotentemente vecchie esperienze piacevoli da ricordare.

Greco di Tufo 2011 Pietracupa - foto A. Di Costanzo

I vini di Sabino Loffredo, i bianchi in particolar modo, sono sempre più un porto sicuro dove rifuggire da tentennamenti. Poco tempo fa ricordavo quanto si sia alzata l’asticella qualitativa della proposta bianchista regionale grazie anche a vini come il suo splendido Cupo¤, che nella versione duemiladieci regala sorsi maledettamente avvincenti e appaganti. Non è da meno il greco 2011: luminoso, cangiante quasi, offre un ventaglio delizioso fitto di richiami agrumati unitamente a ritorni minerali chiarissimi, nonché un sorso sgraziato, di sostanza e di rassicurante freschezza e serbevolezza.

Come è noto abbiamo in parte superato quella vecchia consuetudine di metter fuori al più presto i vini d’annata, guadagnandoci di apprezzare un greco di Tufo piuttosto che un fiano di Avellino più armonici e ‘pronti da bere’ quando ci arrivano nel bicchiere. Così pensati questi vini hanno saputo farsi strada emergendo di slancio grazie soprattutto alla forte personalità, a dispetto di quel mare magnum di chardonnay e pinot grigio che avevano monopolizzato l’offerta dei ristoranti italiani tra gli anni ’70 e tutti i ’90. Le cose per fortuna sono cambiate da un po’ di tempo, di strada ce n’è ancora tanta da fare ma una nuova visione della faccenda fa sicuramente ben sperare soprattutto grazie anche alla crescente attenzione che i consumatori stessi ci mettono nello scegliere un vino dalla carta di un locale.

Così, a poco meno di un anno mezzo dalla vendemmia, di cui buona parte spesi in bottiglia, riusciamo a godere a pieno del lavoro maniacale fatto nei tre ettari e mezzo tra Santa Paolina e Prata Principato Ultra e dell’impegno magistrale profuso in cantina riconducibili ad una precisa ed originale interpretazione, che fa della sua verve minerale una forza della natura impressionante e, contemporaneamente, del tempo che verrà solo una proiezione senza alcun timore reverenziale. In attesa del ritorno dell’indimenticato ‘G’ in versione 2010, di cui si dice in giro già un gran bene, questo greco vale più di una consolazione!

Gran Furor Divina Costiera!

2 maggio 2013

Il successo del succoso Fiorduva di Andrea e Marisa ha pochi eguali in Campania, tra l’altro ormai universalmente riconosciuto tra i grandi bianchi italiani ogni anno sempre più applaudito.

Costa d'Amalfi Furore bianco 2012 Marisa Cuomo - foto A. Di Costanzo

Un riconoscimento che si fa ancor più grande se si pensa a quei luoghi, a quelle vigne strappate letteralmente alla montagna che ricadono a strapiombo sul mare, visione questa di una suggestione unica e rara che ha pochi equivalenti. Sono gli stessi luoghi dove nasce pure quest’altro piccolo capolavoro di falanghina e biancolella che, opinione del tutto personale, sempre più spesso mi viene addirittura naturale mettere davanti al Fiorduva stesso.

Possiede una straordinaria franchezza espressiva il Furore bianco 2012, lo cogli sin dal primo approccio, appena ci metti il naso nel bicchiere, non appena ti bagni le labbra. Passeremmo ore a discutere davanti ad una vecchia bottiglia di fiano di Avellino di Vadiaperti o di Lacryma Christi bianco di Villa Dora, magari dello stesso Fiorduva se ne trovassimo qualcuna in giro ben conservata.

Sono bianchi questi ultimi capaci di sovvertire luoghi comuni e convinzioni vetuste: profondità, larghezza, spessore sarebbero le parole più gettonate, ne sono convinto, come infinite ritornerebbero le disquisizioni emozionali dinanzi a bottiglie sorprendenti finalmente proiettate nel tempo con la stessa apertura di credito riconosciuta sino a pochi anni fa solo a certune d’oltralpe (Borgogna, Alsazia ecc…).

Talvolta, certe volte, c’è però bisogno di altro: di un sospiro, un piacere, una voluttà immediatamente leggibile, non necessariamente ancestrale, bensì immediata, da stappare al volo e da godere adesso, subito. E’ pure di questo che si ha bisogno, no? Cogliere l’attimo, quel glicine appena in fiore, la mela appena matura, un respiro a ‘pieni polmoni’ affacciati su una terrazza qualsiasi di Furore, ‘il paese dipinto’; la macchia mediterranea, il sale appena accennato, il sole là appena al tramonto. Una goccia in mezzo al mare sì, ma sempre più unica!

Ravioli di Mozzarella con Scarola e Palamita con il Fiano di Avellino 2011 di Rocca del Principe

20 aprile 2013

Ravioli di mozzarella con scarola e palamita di Andrea Migliaccio - foto A. Di Costanzo

Il mare, la terra, una rincorsa senza tregua. Il Raviolo di Mozzarella con scarola e Palamita, sapori netti, unici, profondi, tra i nostri più tradizionali che fanno capolino in questo riuscitissimo piatto di Andrea Migliaccio, frutto del lavoro di un anno di prove e riprove.

C’è la sfoglia carezzata a mano, Mozzarella di Bufala senza eguali e quello sfondo verde, quella speranza che ognuno di noi merita di vedere oltre l’orizzonte; e poi il mare, la Palamita appena scottata, con quel sale in punta di forchetta che infonde vivacità ad ogni singolo assaggio. Armonia di colori da mangiare…

Fiano di Avellino 2011 Rocca del Principe - Foto A. Di Costanzo

Così questo splendido bianco tirato fuori dalla terra che più terra non si può, non smette un momento di condurre proprio lì, a un passo dal mare. Un grande fiano di Avellino questo duemilaundici di Ercole Zarrella, di quelli che non finiresti mai di bere, offrire in qualsiasi momento, occasione, abbinamento.

Luminoso, verticale, trasversale. Tutto infiocchettato a dovere. C’è dentro tutta la forza di una terra straordinaria, c’è l’ebbrezza dello spazio infinito senza un filo di vertigini, c’è il sole riflesso a pelo sull’acqua che si colloca con precisione millimetrica nel mediterraneo più prossimo. E’ sferzante, balsamico e sapido, anzi, salato proprio. Formidabile! Fate spazio amici miei, giacché fosse tra i migliori adesso non basterà nemmeno metterlo semplicemmente tra i primi.

L’Extra Brut 1988 ‘ancestrale’ di Grotta del Sole

9 aprile 2013

In un momento di mercato dove registriamo una frenesia senza eguali nel fare bollicine di facile lettura, con qualsiasi varietale spendibile, tirar fuori un metodo classico di 25 anni appare pura follia! Un asprinio d’Aversa¤ poi, ma di cosa stiamo parlando?

Asprinio Riserva Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Già, di cosa stiamo parlando? Eppure basterebbe domandarsi cos’erano nemmeno 20/25 anni fa la Franciacorta¤, la doc Trento¤ o l’Oltrepò Pavese¤ giusto per fare qualche nome tanto in voga oggigiorno. Ecco, fermiamoci qua, e tra un rimpianto e l’altro godiamoci a piccoli sorsi queste poche bottiglie messe via per passione dalla buonanima di Gennaro Martusciello che, nell’88, già da qualche anno – Grotta del Sole¤ così com’è nemmeno esisteva – smanettava in cantina dando forma e sostanza ai suoi studi spesi lì a Conegliano Veneto con quel chiodo fisso in testa: gli autoctoni campani, quelle alberate¤, l’asprinio, il metodo champenois.

L’asprinio è un piccolo grande vitigno, misconosciuto, rude, vigoroso, dalla carica acida impressionante, perfetto per farne spumanti. Sul breve dà vini bianchi secchissimi, asprigni appunto, ma di grande serbevolezza¤. Che alla lunga però sanno regalare piacevoli sorprese¤, conservano vivida freschezza e tirano fuori, col tempo, note olfattive talvolta anche empireumatiche assai suggestive.

Così questo metodo classico gioca di fino su note ossidative, ha un bel colore dorato, un primo naso sottile, lievemente salmastro, poi idrocarburico, quasi un rimando ancestrale, speziato di ginger e via via, lentamente, più definito di camomilla e agrumi canditi. In bocca è invece immediato, asciutto, tuttora vibrante, ben dritto, senza ammiccamenti ‘drai’ o ‘estradrai’, una stilettata segnata dal tempo ma ancora pienamente efficace. Che poi si sa, in altri tempi a 25 anni anche la più capricciosa delle donne sapeva bene quel che desiderava dalla vita.

Il Cupo 2010 di Pietracupa è un grande vino!

3 aprile 2013

Sembra facile lasciarsi andare a facili entusiasmi dinanzi a certe bottiglie, costruirci sopra magari architetture letterarie senza precedenti, talvolta anche impetuose, assai istintive, emozionanti, suggestive.

Campania Fiano 2010 Cupo Pietracupa - foto A. Di Costanzo

Con il Cupo 2010 è ancorché semplice sebbene pienamente ispirato, e continua ad esserlo in maniera perentoria ogniqualvolta mi ci avvicino, da un anno a questa parte, per coglierne le sfumature.

L’ho messo sin da subito tra i miei migliori assaggi dell’anno passato, anzi, il miglior bianco in assoluto passatomi per mano nel 2012¤. Un azzardo forse un anno fa, per un vino se vogliamo in fase embrionale, solo parzialmente espresso, eppure già assolutamente emozionante, teso e vitale con una propulsione gustativa incredibilmente dinamica.

Ha grande stoffa questo fiano di Sabino, sulla carta un igt Campania, per scelta non certo per le origini che stanno sempre là tra quei 3 ettari e mezzo a Montefredane, luogo d’elezione del fiano di Avellino di cui Pietracupa continua ad essere tra i più degni e sicuri interpreti in circolazione. Il duemiladieci¤ si sa, ha consegnato un millesimo di grande prospettiva, vini di notevole consistenza, pregevole tessitura e questo riassaggio conferma con quanto entusiasmo ci si possa aspettare, riuscendone a conservare qualcuna di queste bottiglie, un bianco fuori dal tempo ma a pieno titolo nella storiografia del varietale.

Paestum Aglianico Jungano 2010 San Salvatore

25 marzo 2013

Senza esagerare e perderci in troppi rivoli sempre complicati da navigare a vista diciamo che il Jungano incarna, è proprio il caso di dire, quel rosso di grande polpa che fa (quasi) sempre piacere ritrovare nel bicchiere: un aglianico del nostro tempo con tanta sostanza, tessuto e ciccia necessaria per stare in tavola, volendo, anche tutti i giorni.

Giungano, San Salvatore - foto A. Di Costanzo

E’ un vino di prorompente vivacità, anche immediato, di quelli che non hai bisogno del manuale d’istruzione per capire da dove cominciare. Ma attenzione però a non confondere questa chiarezza espressiva con la solita solfa di vini comuni a tutto tondo, anzi. Il Jungano 2010 è solo il primo giro di serratura che va spalancando le porte all’aglianico di questo sorprendente pezzo di terra sopra Paestum. Un rosso di gran carattere ma che sa toccare le corde giuste. 

Non ci metti molto a capirlo, è un rosso dal frutto incredibilmente piacevole, nero, teso, gioviale, che cede poco alla terziarizzazione, te ne accorgi tenendolo a lungo nel bicchiere, anche per un giorno intero: è un continuo riecheggiare di mora e rimandi balsamici che spiegano a pieno quanto potenziale possiede questo straordinario varietale quando sboccia stretto nella morsa di un terreno avido e minerale com’è da queste parti. Sapientemente interpretato.

Jungano 2010 - foto A. Di Costanzo

Non dimentichiamoci infatti la grande sostanza del progetto di Peppino Pagano che non si è certo lanciato in quest’avventura da sprovveduto, o solo per inseguire quella moda tanto cara – in tutti i sensi – agli imprenditori di successo in altri campi di fare vino per hobby. San Salvatore¤ è anzitutto un’azienda agricola a 360°, biologica non per manifesto ma per vocazione e che gira a palla sin dal suo debutto commerciale, non a caso in appena una manciata di vendemmie è già riuscita a smarcarsi proprio grazie alla forte personalità dei suoi vini bianchi¤ quanto più dei suoi due rossi¤.


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