Archivio per la categoria ‘Toscana’

Brunello di Montalcino Bramante ’08 Sanlorenzo

1 marzo 2013

Non c’è da stupirsi se da un’annata non proprio coi fiocchi il Brunello di Sanlorenzo ne viene fuori comunque in grande spolvero. Il lavoro di Luciano¤ in vigna è costante, maniacale a tal punto dal conoscere quasi meglio ognuna delle sue piante che ciò che gli tintinna in tasca.

Brunello di Montalcino Bramante 2008 Sanlorenzo - foto A. Di Costanzo

Duemilaotto a Montalcino a 4 stelle. C’è però un limite a quest’annata, secondo molti. Da quel che ho letto in giro alcuni critici intervenuti a Benvenuto Brunello 2013¤ hanno provato a coglierlo: un limite che qualcuno ha tenuto a sottolineare come una carenza episodica¤, qualche altro come una diversità espressiva¤ poco tipica ma tuttavia accettabile, qualchedun altro ancora invece come la perenne incapacità del sangiovese brunello di mantenere fede alle aspettative, quasi sempre in credito col suo reale valore di mercato. C’è infine chi¤ non le ha mandate affatto a dire sibilando che molto probabilmente il limite grosso dinanzi a certe annate è proprio della critica, soprattutto quella internazionale, ormai talmente appiattita dai vini d’asfalto del nuovo mondo dal non sapere più leggere certi vini italiani.

Non c’ero, quindi non entro nel merito e lungi da me esprimermi su linee di carattere generale. Ho bevuto però i nuovi vini di Luciano Ciolfi, a più riprese, con la calma dei forti e la pazienza di un fan. Il Bramante 2008 farà faville sul mercato. E’ vero, in questo ha ragione da vendere Antonio Galloni¤, rientra certamente tra quei Brunello 2008 di grande slancio degustativo che tanto piacerà ai ristoratori appassionati sempre alle prese con troppe scelte difficili in materia di Brunello di Montalcino. Ma ci dispiacerà?

Ha però un naso di grande integrità ed intensità, che sa di arancia Sanguinella ed erbe officinali, poi man mano di garofano, ciliegia e liquerizia. Il sorso ha spessore, deciso, manca però forse di quella spinta acida a cui ci eravamo abituati nelle precedenti uscite, ma è succoso e tremendamente sapido. Ecco, Il duemilaotto di Sanlorenzo¤, contrariamente al recente passato non gioca stavolta sull’elegante sottrazione, austera e pregnante nel 2004 come nel 2006 ma, per la prima volta, sull’abbondanza di una o due curve in più. Io dico che ce ne faremo una ragione, convintamente.

Con il Le Pergole Torte 2000 di Montevertine ad esempio, non ci siamo presi proprio per niente!

29 gennaio 2013

E’ sempre particolarmente difficile scrivere una critica poco entusiasta di un vino simbolo come il Le Pergole Torte di Montevertine, prodotto da un “grande” della viticoltura toscana come Sergio Manetti (fu proprio questa la sua ultima vendemmia, ndr) e seguito in cantina da un’altro storico pezzo da 90 dell’enologia italiana come il buon Giulio Gambelli.

Toscana igt Le Pergle Torte 2000 Montevertine - foto A. Di Costanzo

Eppure va fatto, perché di spunti positivi da questa bottiglia ne son venuti davvero pochini. E poco c’entra l’irriverenza che pure spesso sta lì in agguato di fronte ad una bottiglia probabilmente poco performante. Come la presunzione di chi scrive di saperne abbastanza sul sangiovese - nonostante le tante bevute -, per dire che no, non ci siamo proprio. 

Anche per questo lo faccio poche volte, convinto che rimanga tanto su cui riflettere, aspettando di riprovarci magari ad un altro giro, come mi son detto per giorni e giorni a seguire dopo aver preso un’altra sonora bastonata per le mie convinzioni di appassionato e devoto a certe etichette simbolo del vino italiano come il Monfortino¤. 

Però due appunti me li sono scritti: dalla sua un’annata non proprio tra le migliori lì a Radda, eppure pare offrire davvero troppo poco per il blasone che si porta dietro. Cupo già nel colore, teso chiaramente all’aranciato, ha un naso ombroso che sa di vetusto, di erbe officinali e tira dritto dritto su note animali. Il sorso è asciutto, quasi risentito, afflitto da una costante sottrazione che consegna alla bocca solo un finale amaro, tremendamente risoluto. E il giorno dopo, nonostante l’attesa, niente di nuovo, null’altro. Lapidario. Non ci siamo presi proprio per niente!

Montalcino, Brunello 2002 Pian dell’Orino

20 novembre 2012

Duemiladue, annus horribilis per il vino? Chissà, si, boh, però; fu sicuramente un anno con un andamento climatico estivo davvero pessimo, e che certamente ne io ne Lilly dimenticheremo mai, tanta era l’acqua che prendevamo ogni sera dopo il lavoro costretti a bordo della nostra Nuova Vespa Centoventicinque.

E a guardare i numeri c’è ben poco da dire; pensate che a Montalcino, con la ‘92, la 2002 è la peggiore annata degli ultimi vent’anni: solo Due Stelle, pollice verso! Eppure, nonostante in molti si dissero talmente poco disposti nel dargli credito tanto da decidere non solo di non produrre i loro cru ma addirittura non produrne affatto, qualcuno, vuoi per necessità vuoi per avventatezza volle comunque mettersi in gioco, provarci. 

A tal proposito mi ritornano in mente le parole di Franco Biondi Santi quando gli chiesi di quell’etichetta speciale di Rosso prodotto appunto nel 2002. “Beh, Potevamo vendemmiare in Agosto quell’anno, tanto era già maturo il sangiovese grosso, ma ebbe a piovere, e per tutto il mese: più o meno 100 millimetri di pioggia la settimana, sino a metà settembre, quando decisi di far cominciare a tirar via il salvabile.  Portammo in cantina quel poco di buono che potemmo, da cui ricavammo, appunto, pochissimo vino, atto a divenire poi proprio quel Rosso di Montalcino lì!”.

Ma proprio lì, a due passi dalla Tenuta Greppo c’è anche Pian dell’Orino, la splendida azienda di Caroline Pobitzer e Jan Erbach, che decisero invece di mettersi in gioco; magari per necessità visto che muovevano proprio in quegli anni i loro primi passi a Montalcino. Dei temerari quindi o forse, chissà, semplicemente degli avventati. Detto ciò, e tutto il male possibile dell’annata e delle possibili vie di fuga da quel millesimo così nero per il Brunello, ti capita poi un vino come questo nel bicchiere e pensi a quanto invece possano essere riviste verso l’alto certe classificazioni. Non di molto magari, perché diciamolo subito che l’impressione che si ha di questo vino, già al secondo sorso, è che non avrà certamente lunga vita – manca chiaramente di profondità, di spina dorsale -, ma ad oggi, dopo dieci anni, mostra al naso come in bocca tante belle sfumature forse impossibili da cogliere allora e quindi altrettanto difficili da immaginare in prospettiva. 

Il colore è luminoso, ha sicuramente retto bene gli anni, sono infatti solo accennate le sfumature aranciate, giusto un’ombra sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ben calibrato, pulito, si avvicendano, a chiare note terragne, di sottobosco e di frutta secca i più classici sentori di confettura di amarena e prugna, grafite, e ancora note di briciole di cacao, cuoio e tabacco bagnato. Un quadro olfattivo sufficientemente apprezzabile se si pensa anche alla discreta freschezza che si coglie poi al palato: il sorso è maturo ma ben teso, con un tannino risoluto ma ancora sollecitato da buona acidità. Potremmo dire di un Brunello di ottima beva e di alto gradimento, un fiore tra le macerie di un’annata dannata, forse anche troppo. O troppo in fretta.

Giampaolo Motta, a man beyond immagination #2: La Massa, la terra, le vigne, il suo Giorgio Primo

6 novembre 2012

Che personaggio Giampaolo Motta, che gran personaggio! Fai fatica a stargli dietro, fai fatica a capirlo se non lo conosci. Uno così meno male che c’è. Uno che per farti capire dove vuole andare ti accoglie in casa sua a suon di Haut Medòc e Pomerol, con la chitarra elettrica di Jimi Hendrix a palla e il basso di The Edge che arriva proprio sul più bello, alla fine, col Giorgio Primo 2009.

Così è stato anche per me, alle prese con una domanda a cui facevo fatica a trovare una risposta: per quale ragione uno (di fuori) compra a Panzano, nel cuore del Chianti Classico – nel bel mezzo della Conca d’Oro -, investendo cifre blu con l’idea di fargliela vedere a tutti col sangiovese, per mollare poi tutto quanto dopo appena dieci vendemmie? 

“Mollare un corno!”, ti dice. “Più semplicemente non mi andava bene quello che veniva fuori dalle mie bottiglie dopo appena 6/7 anni. Vini quasi stanchi, distesi, maturi. Per qualcuno era il meglio mai bevuto prima, col meglio che addirittura doveva ancora venire. Assurdo, mi ripetevo. Dieci anni di investimenti, ricerca, mappatura zonale, selezione clonale, sperimentazioni non potevano finire così, non era possibile che si risolvessero in poco più di un lustro con vini dal colore quasi aranciato e note di terra e sottobosco. Doveva esserci dell’altro; da lì, da quelle vigne, da quei terreni, dalla nostra passione doveva venir fuori dell’altro, che ci potesse emozionare nel tempo, un tempo non necessariamente da quantificare!”.

E come gli si può dar torto? Basta dare un’occhiata qua e là in giro, vedere le carte, i numeri, i fatti, la strada fatta sino ad oggi. Semplicemente non gli andava più bene, non era quello il risultato sperato, non era quello il grande vino pensato da Giampaolo a Panzano. Punto. E accapo. Semplice, no? 

Così nel 2002, approfittando dell’annata così così si è messo via la denominazione Chianti Classico. E pian piano, dal Giorgio Primo, il sangiovese, destinato dal 2007 in poi tutto al secondo vino aziendale, il La Massa. Spazio quindi al taglio bordolese, al cabernet sauvignon, merlot e petit verdot in percentuali variabili a seconda dell’annata. E spazio poi ai lavori della nuova cantina, finita solo quest’anno, dove poter lavorare con maggiore serenità e mezzi tecnici all’avanguardia più efficaci. La quadratura di un cerchio dopo i primi quindici anni spesi in vigna a capire dove, come e perché.

Un nuovo percorso cominciato col duemilasette, dicevo, quando poco prima di andare in bottiglia, di ritorno da Bordeaux, Giampaolo decise che fosse finito il tempo concesso al sangiovese, al suo sangiovese, di contribuire al salto di qualità del Giorgio Primo. Un cambio di marcia necessario per un’azienda che conta il 92% del suo fatturato oltre i confini nazionali, per vini che vanno in carta a Capri come a Milano, a New York piuttosto che a Montréal o Parigi. Parigi che vuole il Giorgio Primo per i più ed il La Massa per i tanti, ma che di entrambi apprezza la finezza e la pulizia, con la profondità del primo e la freschezza del secondo; proprio come accade per i vari classemènt di Bordeaux. Perché in fondo l’obiettivo di sempre, la sfida vera è tutta lì, potersela giocare – ancor più nei prossimi dieci/quindici anni, sullo stesso piano, senza paura -, con i bordolesi. Parola di Giampaolo Motta.

Toscana igt Giorgio Primo 2001. L’ultimo Chianti Classico. A distanza di oltre dieci anni, contrariamente a ciò che ne pensa lo stesso Giampaolo, a me è piaciuto tantissimo; un rosso di gran carattere, con un naso ben definito, centrato sì sulla frutta matura, tabaccoso, speziato ma in perfetta armonia con tutto il resto. Sorso di buon nerbo, con un tannino sottile e piacevole. 

Toscana igt Giorgio Primo 2007. Tanta materia in questo duemilasette, figlio di un’annata calda che l’ha certamente aiutato a tirar su muscoli e carattere. Il primo senza nemmeno una goccia di sangiovese. Il naso conferma una nota piuttosto accentuata di confettura di prugna e note tostate, tabacco, muschio e sottobosco a girarci intorno. Il sorso è caldo e avvolgente, senza particolari spigolature. 

Toscana igt Giorgio Primo 2008. Ciò che salta al naso, subito, è la pulizia e la freschezza delle note e dei sentori che vi si colgono. Il colore è violaceo, vivissimo, il naso è tutto di piccoli frutti rossi e neri e liquirizia. Molto verticale. Il sorso è ricco, ciliegioso, di buon nerbo. Molto piacevole il ritorno balsamico sul finale. 

Toscana igt Giorgio Primo 2009. Impressionante la precisione con la quale il bicchiere rivela il frutto, lo spessore e la profondità della gran materia prima, appena in rampa di lancio. Siamo su percentuali importanti di cabernet sauvignon, intorno al 70%. Varietale che va ritagliandosi uno spazio sempre più importante nella cuvée del primo vino di Giampaolo, non a caso. Se questo è l’inizio non si possono certo biasimare le scelte fatte a La Massa. Gran-Bel-Vino! 

Toscana igt Giorgio Primo 2010. In molti, in Piemonte come in Toscana dipingono la duemiladieci come un’annata interlocutoria, calda certo, che ha dato vini di un certo spessore eppure, laddove si sia lavorato con dovizia, soprattutto in cantina, dosando per bene la qualità dei legni, sembrano venir fuori vini di una prontezza insolita ma anche caratterizzati da una rara eleganza. Il frutto c’è tutto, croccante e di gran livello, il sorso ha da scrollarsi di dosso tutti i primi passi appena fatti, ma è lecito aspettarsi un campione di razza. Una cosa è certa, il Giorgio Primo, oggi, è un’altra cosa, e chissà che domani non capiti per davvero di ritrovarselo lì tra i più grandi del firmamento bordolese.

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In Poscritto: bellissimo il gioco sull’assaggio delle Premiere cuvée ancora in affinamento in barriques, soprattutto quelle atte a divenire Giorgio Primo 2011. Mi ha molto impressionato, per profondità, il cabernet sauvignon #9, di uno spessore quasi inaudito nonostante una bevibilità già dissacrante. Un po’ sulle sue invece il petit verdot, che Giampaolo invece intravede tra i migliori dell’annata. Ma pure il sangiovese pare aver fatto un bel balzo in avanti, tanto più che per il La Massa sembrerebbe destinato solo un 50/60 % dei vini base, per dar vita, forse, ad un nuovo imbottigliamento in purezza per conto proprio (un terzo vino o magari un second-vin di mezzo). 

Qui, Giampaolo Motta, a man beyond immagination #1.

Un Tignanello è per la vita, sta scritto nel tuo bicchiere, chiaro e tondo come mai prima d’ora!

17 settembre 2012

Buono è buono, ogni volta però sembra di stare a scoprire l’acqua calda, così non ci si può nemmeno ricamare su più di tanto perché il Tignanello è il Tignanello e da qualsiasi punto di vista tu lo possa leggere, interpretarlo o decantare è e rimane il grande rosso Toscano italiano famoso in tutto il mondo.

E’ un rosso che vanta numerosi primati e numeri importanti, tra i più importanti in Italia. Ciononostante, non so se ve ne siete mai accorti, ne girano davvero poche di recensioni sul web; sembra quasi che sia deleterio, soprattutto per i critici enofili più affermati, anche il solo scriverne due righe, men che meno di apprezzamento. Eppure è sempre lì, tra i primi nelle migliori guide ai vini d’Italia di ogni tempo.

La vigna, contigua a quella del Solaia, è più o meno sempre quella, poco meno di 50 ettari su per le colline chiantigiane tra i borghi Montefiridolfi e Santa Maria a Macerata. Tignanello è stato il primo sangiovese a vedere la barrique nonché il primo vino rosso con varietà internazionali e, tra gli altri, uno dei primi vini rossi fatti nel Chianti a non usare più uve bianche. Nel ’70, quanto è uscito per la prima volta, recava in etichetta la denominazione “Chianti Classico Riserva vigneto Tignanello”, con ancora del canaiolo, trebbiano e malvasia; con il ‘71 è diventato semplicemente Tignanello e con l’annata 1975 le uve bianche sono state completamente eliminate dall’uvaggio. E’ dal 1982 che la composizione varietale è invariata: sangiovese all’80%, 15% cabernet sauvignon e cabernet franc per il restante 5%.

Renzo Cotarella va affermando da tempo che Tignanello e Solaia, due delle tante punte di diamante delle tenute del Marchese Antinori, col 2007 ma ancor più con il 2008, dopo la piena maturità delle vigne reimpiantate tra il 2000 e il 2001, avrebbero cominciato un nuovo percorso verso l’eccellenza, del tutto diverso dai loro primi anni di vita. Un timbro, il loro, di nuova forgia che nasce dopo la lunga analisi, negli anni, di ogni singolo aspetto del terroir lì in tenuta. Una caratterizzazione che gli consentirà così di sfidare il tempo alla stessa maniera dei grandi chateaux di Bordeaux. Vedremo.

Intanto il duemilaotto tira le fila a tanta materia, evidente già nel colore ricco, ma soprattutto al naso, dove l’iniziale esplosione di frutta rossa va lentamente defilandosi per lasciare il passo a note di tutto un po’: è intrigante ritrovarvi sin da subito un tono iodato piuttosto marcato, sanguigno; poi si fanno largo sottili spezie dolci ma anche cuoio bagnato e sentori balsamici. Il sorso è gustoso, il piacere lungo e avvolgente, non mancano le spigolature – più acide che tanniche – ma, vivaddìo, che carattere che ha questo Tignanello. E pensate un po’ che se ne fanno (quasi ogni anno) svariate centinaia di migliaia di bottiglie. Gulp!

Brunello di Montalcino Riserva Soldera ’99 Case Basse, o di un bicchiere come elogio all’infinito

2 luglio 2012

Da sempre Gianfranco Soldera e i suoi vini dividono appassionati e critici suscitando, nel bene e nel male, passioni e tensioni più di ogni altro produttore lì a Montalcino.

E’ difficile farsene una idea precisa su quale sia la posizione (o le posizioni) definitive sugli argomenti perennemente in discussione – filosofia, centralità delle colture, esposizioni, naturalità, tipicità ecc… -, e non v’è argomento tra questi che non sia stato messo in cassaforte o, per contro, alla berlina ogni qualvolta si apre una bottiglia di Brunello Riserva Soldera di Case Basse.

Tenendo tra le dita questo ’99 ho ripesato all’infinito e a quanto questo concetto abbia profondamente diviso, lacerato le coscienze di molti fini pensatori della storia, antica e contemporanea. Il suo rifiuto ha origini lontane e nasce dal fatto che già i greci ritenevano conoscibile solo ciò che è determinato, finito; tutto ciò che è indeterminato, infinito e perciò inconoscibile è quindi da rifiutare. Ecco.

Così in molti dicono di conoscere Case Basse e Gianfranco Soldera abbastanza per averne compreso appieno ogni segreto e proposta ideale, tanto dal poter chiaramente decidere da che parte stare. Loro di là, lui di qua. Personalmente non ho ancora deciso del tutto, nonostante nel febbraio dell’anno scorso (leggi qui il reportage) sono andato a trovarlo e cercato di capirci qualcosa, faccia a faccia, camminandoci assieme le vigne e rubando pezzi di storia dalle sue botti. Ognuna con una propria. Di certo vado maturando una convinzione: i suoi vini “vivono” come pochi altri e qualcosa a noi ancora oscuro li rende mutevoli, talvolta imperfetti ma comunque sibillini, altre voltre semplicemente inarrivabili. Infiniti, appunto.

Certo, avrò beccato una bottiglia eccezionale, ma questo ’99 è stata una rivelazione nel vero senso della parola, una delle esperienze degustative più emozionanti di sempre. Un vino straordinario, con un colore a tratti ancora porpora fissato nel tempo; un corollario di sensazioni varietali che poche bottiglie ilcinesi sanno regalare, ancor mai con una tale intensità ed integrità espressiva; asciutto e profondo, la ricchezza espressiva si tramuta in arma letale quando il vino arriva al palato: succoso, dolce, avvolgente, caldo e nerboruto, lunghissimo. Infinito, appunto!


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