Archivio per la categoria ‘Trentino’

Qualche assaggio interessante di cui sparlare…

3 giugno 2013

Sono stato a Vitigno Italia¤ per un breve passaggio con degli amici. Della fiera in se mi viene da dire poco o niente; ci sono stato troppo poco tempo, a malapena un paio d’ore, ma certe cose si colgono a pelle. ’Il braccialetto? Il braccialetto! E il braccialetto?’ Oh, manco fossero ‘le farfalle’ di Cruciani!

Vitigno Italia, il braccialetto

C’è uno sforzo enorme per farlo sopravvivere questo Salone, va detto, ci sta anche bene. E’ pur sempre una valida opportunità per i napoletani di rimanere in contatto con uno spicchio di mercato nazionale. Come rimane suggestiva la location a Castel dell’Ovo seppur con le tante difficoltà operative che comporta.

Va sottolineato però che a distanza di quattro anni (dalla mia ultima fugace partecipazione) poco o nulla mi è parso cambiato in meglio. Dal cosiddetto servizio d’ordine – ahimé talvolta fin troppo sgarbato – ai problemi di sempre mai risolti: vini bianchi non proprio alla giusta temperatura, qualche espositore (assente al banco) in perenne ritardo, qualcun altro chiaramente poco interessato all’interlocutore di turno.

Qualche buon assaggio però me lo son portato dietro lo stesso. Meravigliosi due bianchi su tutti: il Vette di San Leonardo 2012¤, dell’omonima azienda di Avio, vicino a Trento e poi il Nussbaumer stessa annata di Tramin. Uno strepitoso sauvignon blanc il primo, di una vivacità olfattiva tanto coinvolgente quanto invitante: pesca bianca, frutto della passione e menta piperita, salvia e roccia calcarea. Niente pipì di gatto insomma. In bocca è secco e acidulo, rinfrescante e sapido. Di enorme serbevolezza, piacerebbe persino a chi non ama per niente il sauvignon.

Il Nussbaumer 2012 invece conferma che il gewurztraminer ha superato brillantemente quella fase di pura tendenza e sta cominciando a proporsi ogni anno sempre più a grandi livelli. Fitto e compulsivo il naso, oltremodo piacevole e balsamico, di grande equilibrio (finalmente) il sorso; è quindi secco, fresco, godibilissimo. Senza sbavature.

Buono buonissimo (ché c’era bisogno di conferme?) il Giorgio I 2009 di Giampaolo Motta¤. Assai varietale il purpureo Colle Rotondella 2012 degli amici Gerardo¤ ed Emanuela e, a tema, stuzzicante anche se un tantino interlocutorio il piedirosso 2012 di Vincenzino Di Meo¤. Un po’ avanti al naso, un po’ in ritardo in bocca. E’ pur vero che è in bottiglia da pochissimo e l’approccio non è stato dei più felici (un caldo!), e mi intriga l’idea di tostare i vinaccioli, però un piedirosso d’annata che pinotnoireggia così ti spiazza, ed un poco confonde. Ci siamo ripromessi di parlarne e berci su nuovamente tra qualche tempo.

Trento Riserva del Fondatore Giulio Ferrari ’97

16 febbraio 2012

Se guardi al mondo delle bollicine italiane un pensierino subito a Ferrari lo fai, anzitutto a questo nome, a questo marchio ormai storico, poi anche a tutti gli altri, quelli che ti vengono in mente. E se cerchi, tra i metodo classico italiani, quelli di riferimento, lo spumante ideale, quello assoluto, forse l’unico a giocarsela alla pari con i più grandi Champagne, bene, il Giulio è sempre lì, lassù, tra i migliori, quando non il migliore.

Il Giulio Ferrari è la Riserva del Fondatore, prodotto per la prima volta nel 1972 e avviato sin da subito ad un luminoso futuro. Non è uno spumante qualsiasi, è anzitutto uno chardonnay di gran spessore, poi un finissimo metodo classico – da un punto di vista tecnico di grandissima levatura -, che si giova quindi di una materia prima e di un terroir eccezionali e poi di una pratica di cantina altrettanto unica per esperienza e capacità. E tutto ciò salta subito al naso e al palato, sin da un primo assaggio. Non a caso ci vogliono almeno dieci anni di maturazione sui lieviti per donargli quel carattere distintivo unico ed inequivocabile, siffatto, di una tale opulenza e al tempo stesso finissima eleganza; a parer mio da sempre avanti anni luce a qualsiasi altra bollicina italiana.

Il 1997 è stato un millesimo di spessore, e nonostante i quindici anni questo vino si conferma capacissimo di attraversare il tempo senza perdere carattere e verve espressiva: il colore, tendente all’oro, è solo appena più pronunciato di quanto ci si aspetti ma decisamente in forma, luminoso, rinvigorito tra l’altro da un corollario di bollicine che hanno conservato finezza e persistenza. Il naso è chiaramente maturo, però sorprendente e pulito, integro, variopinto di erbe alpine, frutta gialla sciroppata e cioccolato bianco, e che sfuma lentamente su lievi sentori speziati di zenzero candito e frutta secca. Il sorso è asciutto, pieno e caldo, accompagnato da una sobria vivacità ma soprattutto da una avvolgente rotondità gustativa che chiude con un finale di bocca piacevolmente sapido. Un bicchiere tira l’altro. E’ un gran peccato, ma pare che anche i magnum prima o poi finiscono.

Se vi va, qui trovate una più ampia cronistoria del Giulio con annessa una speciale miniverticale di tre annate.

L’esate in rosa, drink pink made in Italy

3 giugno 2011

Ecco a voi il drink pink made in Italy che segue di pochi giorni quello propostovi a riguardo delle etichette più interessanti – secondo noi – di vini rosati campani. Anche qui un paio di novità, due grandi classici e… diciamo così, una forzatura di cui però volevo raccontarvi!

Un itinerario tra il solito e l’insolito, da un classico Cerasuolo abruzzese al più affidabile tra i rosati italiani prodotto a Bolgheri. Poi un bel chiaretto del Garda, un raffinatissimo Pinot Nero dall’Alto Adige ed un vino bianco vestito di rosa.

Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo 2009 Nestore Bosco. E’ una delle più rappresentative della regione, soprattutto all’estero dove i suoi vini corrono in giro per il mondo ormai da tempo immemore pur conservando l’azienda un profilo basso e poco clamore mediatico; grande attenzione in vigna, alla sostenibilità ambientale e, cosa più importante ancora, all’integrità dei vini anzitutto sulla linea tradizionale, espressi devo dire, su più livelli di eccellenza. Questo Cerasuolo è essenzialmente quello che vuole essere, suggestivo ed originale, per frutto, schietteza e bevibilità. I numeri dell’azienda sono importanti ma non tradiscono assolutamente la sua vocazione, come detto, al naturale, al biologico e a tutte quelle buone pratiche atte a consegnare al consumatore vini sempre buoni, puliti, giusti; si fa bere copiosamente pur garantendo una certa sostanza, una certa aderenza territoriale, direbbero più.

Garda Classico Chiaretto Rosamara 2010 Costaripa. Chiedete in giro chi è Mattia Vezzola e in molti vi risponderanno che è un grande! I cronisti del vino dicono che ha avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada Vittorio Moretti, chi capisce di vino – e ne sa del mondo del vino – rilancia che in effetti è forse lui che ha fatto la fortuna di Bellavista e di tutto l’arcipelago Terre Moretti; Costaripa invece è il gioiello di famiglia per Vezzola, la casa del buen retiro sul Garda, il giardino delle memorie ed il laboratorio sperimentale del futuro. Il Rosamara nasce dall’uvaggio classico di questo lembo di terra dal sapore mediterraneo nel cuore della Valtenesi: groppello, marzemino, sangiovese e barbera per un chiaretto dal colore invitante e dai profumi floreali intensi e persuasivi, dal sapore asciutto, inebriante, sapido. Pronto da bere. Della stessa azienda mi piace ricordare il Molmenti 2008, un cru dalle simil fattezze ma che esprime, grazie al suo medio invecchiamento, ancor più profondità e incisività; in entrambi i casi, proprio un gran bel bere.

Bolgheri Rosato Scalabrone 2010 Tenuta Guado al Tasso. Non è necessario spendere parole particolari su questo vino, anche perché credo proprio che non ne abbia affatto bisogno. E non vorrei – sottolineando questo vino più degli altri -  nemmeno far torto al grande impegno profuso dalla famiglia Antinori nel creare ed affermare la tenuta di Guado al Tasso tra la costellazione dei piccoli chateaux bolgheresi seguiti all’exploit del marchese Incisa della Rocchetta e del suo Sassicaia; quindi dico solo che lo Scalabrone è, e rimane, uno dei vini più affidabili proposti in quel di Bolgheri, e tra i rosati italiani certamente uno dei più buoni: a me poi mi garba e di molto! Dal colore intenso e luminoso offre un naso incredibilmente invitante, floreale, succoso di frutta e sottili e gradevoli nuances speziate. In bocca scorre via che è un piacere, un sorso tira l’altro ed il successivo è sempre più saporito del precedente. Da cabernet sauvignon, merlot e syrah.

Alto Adige Pinot Nero Rosé 2010 Franz Haas. Bella novità dall’Alto Adige, da Montagna per la precisione, con tutto il fascino di chi ha dedicato una vita al pinot nero e sa di avere un talento innato nel valorizzare questi come pure i principali bianchi tradizionali atesini. I passaggi di vinificazione richiamano accortezza della lavorazione classica in bianco con l’esperienza di chi mastica rosso da sempre. Dopo la diraspatura l’uva viene pressata sofficemente come per le varietà bianche mentre il mosto viene lasciato successivamente fermentare per qualche tempo in barrique, dove vengono meglio fissati i classici markers del varietale, rendendogli un naso certamente più complesso ed efficace. Bellissimo il colore ciliegia tenue, il primo naso è franco, spinge immediatamente avanti aromi di ciliegia e lamponi, ma anche sensazioni molto gradevoli di erbe aromatiche di alpeggio, fesche e balsamiche. Il sorso è incredibile, stupisce per la sua spiccata acidità subito ben bilanciata da una lunga sapidità. Già in lizza per il titolo vino rosato dell’anno.

Vigneto delle Dolomiti Pinot Grigio Fontane 2010 Zeni. Un bianco di fatto, vestito di rosa. Sempre affascinante raccontare di un vino che amo da sempre, per un po’ troppo tempo messo da parte dai vignaioli di queste stesse terre per dare più ampio respiro a vitigni bianchi forse più utili ai fini commerciali delle grandi cooperative che insistono sul territorio; ma fortunatamente da qualche anno - da che ricordo io più o meno una dozzina - pare vivere un vero e proprio rinascimento, lento ma costante, che lo vede ripreso e riproposto con risultati a dir poco interessanti; e quello di Zeni è certamente uno dei più autentici. Il termine ramato è originario, si racconta, dei contratti di vendita che lo voleva così chiamato sin dai tempi della Repubblica di Venezia; rimane un vino bianco a tutti gli effetti, pur offrendo ampie e complesse suggestioni, soprattutto olfattive, grazie anche alla breve macerazione buccia-mosto di 12 ore; l’azienda conta oggi circa 20 ettari di vigneto, un terzo dei quali ubicati proprio nella Piana Rotaliana da dove provengono anche le uve di questo vino. Del colore buccia di cipolla è presto detto, basta aggiungere che offre un naso affascinante che vira da sentori finissimi di erbe a note dolci mela renetta e di pera matura. Il sorso è delicato, asciutto, persistente, leggero, con un finale di bocca sapido ed estremamente lineare. Non poteva mancare!

Qui il drink pink made in Campania.

Volano, il Poiema 2007 di Eugenio Rosi

18 aprile 2010

La varietà è certamente tra le più conosciute qui in zona, ma per chi come me arriva da così lontano i pregiudizi non possono che essere ferrati, non fosse altro per lo sfacelo che hanno causato certi marchi “border line” che hanno fatto del marzemino ciò che ne volevano riducendolo e relegandolo a misero spumantino frizzante e dolce per le taverne più bieche della provincia italiana: io stesso non dimenticherò mai che a Torre Melissa, nei pressi di Cirò Marina, una sera d’estate di una decina di anni fa lessi da una carta dei vini di una pizzeria almeno due versioni di marzemino ed appena un Cirò bianco, roba da non credere, ma non in Italia!

Qualcuno mi ha raccontato che il marzemino viene spesso collegato a Mozart, che si pensa abbia avuto una grande passione per questo vino. Quello che si ritiene inconfutabile è che il suo librettista, Lorenzo da Ponte, si sia beato di questo vino al punto di citarlo nel Don Giovanni. Il marzemino è una varietà abbastanza presente negli areali del Trentino, del Veneto e parte della Lombardia, viene generalmente prodotto sia nelle versioni secco che spumante e passito; Tra questi ultimi una delle migliori espressioni che ho avuto il piacere di bere è senza dubbio il Refrontolo Passito, prodotto su base Marzemino del 95% coltivato nelle zone venete dei Colli di Conegliano, in un’area che comprende i comuni di Pieve di Soligo, San Pietro di Feletto e, appunto, Refrontolo.

Quello di cui però non nasconde passione Massimiliano Peterlana, patron e sommelier dell’Osteria Due Spade di Trento è invece tutt’altra storia, si chiama Poiema ed è prodotto da un viticoltore della Vallagarina di nome Eugenio Rosi. L’azienda nasce nei primi anni novanta quando Eugenio decide di mettere su con la moglie Tamara una piccola fattoria agricola a Volano, in Vallagarina per l’appunto. Qui comincia a sperimentare le  potenzialità del suo vitigno del cuore, il Marzemino e si rende conto che in effetti le sue idee, per qualcuno estreme, possono avere valore speciale e soprattutto rilanciare una varietà tanto bistrattata quanto misconosciuta.

“Ci sono tanti elementi che fanno di questo vino un prodotto speciale”, ci racconta rapito Massimiliano, “non solo per la profonda storia d’amore tra il produttore e la moglie e di questi per il vino e loro terra, è bene sottolineare come la cura maniacale che profondono nel loro lavoro sia davvero eccezionale e particolarmente votata ad esaltare le peculiarità più rappresentative del vitigno: il frutto e la struttura”; “ecco perché durante la vendemmia una parte dell’uva viene raccolta ed appassita per breve periodo, mentre l’altra completa la maturazione in vigna per poi fermentare congiuntamente in grandi botti prima di finire in bottiglia”. Il vino esce sul mercato non prima di un paio di anni trascorsi riposando in cantina.

Il Marzemino Poiema 2007 ha un bellissimo colore, rubino inteso con una bella unghia violacea, vivo, splendente. Il primo naso è ricco ed intenso, esprime candidamente profumo di fiori e frutta, sono perfettamente riconoscibili viola e lampone, poi lentamente vengono fuori nitide sensazioni di ribes nero, mora e di elegante speziatura. In bocca mostra un bel carattere, il legno ha coniugato perfettamente il frutto alle sue doghe, maritato omogeneamente durezza e freschezza, i tannini sono morbidi, non proprio setosi ma avvolgenti e carezzevoli senza smentire buone prospettive di evoluzione, certamente non scontata. L’ho provato su un piatto decisamente importante, mi ha sinceramente entusiasmato. Appena 15.000 bottiglie, da segnare in agenda, da richiedere al proprio enotecario sino al rischio di essere accusati di estorsione!

Questo vino è il nostro vino rosso dell’anno.

Trento, il Maximum Rosè secondo Ferrari

21 marzo 2010

E’ domenica di primavera, una delle prime, di domenica intendo, accompagnata dal sole alto e abbastanza caldo; Decidiamo con Lilly di uscire per una passeggiata, premono però anche alcune esigenze, su tutte, quella di comprare il latte per la nostra piccola e dolce Letizia, che a quanto pare piuttosto che fare la corsa ai suoi mesi sembra rapita da quella di sedersi a tavola con noi al più presto: furbetta di una neonata, mangiona!

Rientriamo a casa poco prima delle una, abbiamo fatto il giusto necessario, l’essenziale, rientrando ci siamo fermati dai “due guaglioni”, piccola pescheria nel bel mezzo del bivio di Quarto, per comprare delle vongole veraci, una seppia di buone proporzioni (ci dicono di mare) prima di avviarci verso casa.  Non è certo “il pranzo della domenica”, il tempo è a dir poco tiranno, ma sicuramente l’ennesima volta in cui la capacità di organizzarne uno in pochissimi minuti non è da far passare in secondo piano, e non di meno la fortuna di avere a portata di mano sempre (o quasi) la giusta bollicina per l’occasione. Cosa si beve? Ferrari, Trento Maximum Rosè brut. Che buono!

 Nasce da una accurata selezione di sole uve di proprietà Pinot Nero (60%) e Chardonnay (40%) coltivate su per le colline nei dintorni di Trento in vigne con dislivelli sino ai 300-600 metri esposte a Sud-Est e Sud-Ovest; La raccolta, per quanto possa essere intesa un’azienda dai volumi industriali come la Cantina Ferrari, è assolutamente manuale e ricadente, generalmente, nella seconda metà  di settembre. E’ un vino che attraversa una fase produttiva abbastanza complessa, sono infatti crica 36 i mesi passati in maturazione sui lieviti, selezionati. Il risultato è un colore sinceramente non particolarmente brillante, il rosa espresso infatti pare quasi anticato, però le bollicine sono fini ed abbastanza persistenti; L’approccio olfattivo è molto interessante, onestamente più di quanto ci si aspetti, l’ impressione immediata infatti è di un vino particolarmente elegante, floreale, fragrante, intenso e persistente, sentori (classici) di maturazione sui lieviti ma anche di piccoli frutti di bosco rossi e neri, un naso complessivamente vivace ma non aggressivo, esaltato da un alone di fresche note balsamiche, riconcilianti con un gusto asciutto, particolarmente fresco e persistente, e caratterizzato da un finale di bocca piacevole, amarcord di frutta secca e sentori di fragola caramellata.

Altro che bollicine, Giulio Ferrari e basta

1 dicembre 2009

L’Italia delle bollicine ha il suo manifesto, è il Giulio Ferrari della più nota azienda spumantistica italiana nel mondo assieme forse solo alla Guido Berlucchi di Borgonato.

Il suo vero nome è Trento Riserva del Fondatore Giulio Ferrari ma negli anni, come per l’amico più ambito e stimato, è divenuto più semplicemente “il Giulio”.  Un breve escursus storico è utile per capire dove e come nasce il mito, fortemente voluto da un uomo, Giulio Ferrari per l’appunto e dal suo sogno di creare in Italia un vino ispirato al migliore Champagne di Francia. Enologo capace e rigoroso, già allievo della prestigiosa Scuola di Viticoltura di Montpellier, nel 1902 Giulio diede il là all’opera Ferrari che lo porta sin da subito a concentrare la sua attenzione su poche, selezionatissime bottiglie e dal costo anche impegnativo. Nel 1952 Bruno Lunelli, titolare della mescita di vini più conosciuta di Trento, rilevò la Ferrari da Giulio, che continuò a lavorare in cantina fino alla sua morte. Nei decenni a seguire i figli di Bruno Lunelli Gino, Franco e Mauro, condurranno l’azienda Ferrari sino ai giorni d’oggi, sinonimo di soli Spumanti Metodo Classico con il lustro come detto di essere tra i marchi storici italiani più riconosciuti nel mondo ed in materia di bollicine il più famoso ed apprezzato assieme a pochissimi altri.

Il Giulio è prodotto da sole uve chardonnay allocate perlopiù nell’areale di Maso Pianizza dove si è deciso verso fine anni sessanta di avviare questo grande lavoro di valorizzazione territoriale con l’uscita della Riserva del Fondatore che vedrà la luce qualche anno più tardi con il millesimo 1972. Nasce così uno dei pochi vini spumanti italiani concretamente capace di resistere al carattere, spesso longevo e soprendente, dei migliori e prestigiosi Champagne. Almeno dieci anni il periodo di maturazione sui lieviti in bottiglia, un carattere distintivo comune a nessuna altra bollicina italiana, e già questo la dice lunga sulla qualità del terorir e della materia prima che arriva dalle vigne in cantina. Ma veniamo al vino, anzi ai vini, poichè è questa l’occasione per appuntare anche alcune impressionanti bevute che mi ha regalato questo meraviglioso vino durante tutto il 2009.

Giulio Ferrari 2000. Bellissimo il colore oro brillante, di buona consistenza e con un perlage finissimo ed intenso come la spuma davvero invitante. Le bollicine che si sprigionano dal fondo del calice sembrano sartoriali e diligenti, senza sbavatura alcuna, persistenti. Il primo naso è fragrante, delizioso, burroso, note di vaniglia e di cioccolato bianco su tutto, poi sentori fruttati dolci, marmellata di albicocca, miele di acacia. In bocca è secco, di buona struttura, acidità sorprendente ma per niente invadente, equilibrata da una materia eccelsa che profonde bevibilità e carattere sino all’ultimo sorso. Una compensazione gustolfattiva senza sbavature, naso invitante, palato armonico ed equilibrato, compagno di viaggio di abbinamenti eccelsi e piatti d’autore, penso alla Trippa di Baccalà di Oliver Glowig ma anche ad elementi più semplici ma di carattere come può essere un parmigiano reggiano stravecchio o un succulento Speck dell’Alto Adige.

Giulio Ferrari 1997. Grande millesimo, grande Giulio! Il colore è solo un po’ più pronunciato, il giallo oro tende lievemente all’antico ma la brillantezza è comunque eccellente, le bollicine sono estremamente fini seppur meno numerose e persistenti rispetto al 2000. Il primo naso anch’esso esprime subito note terziarie, il gioco olfattivo qui va dapprima su spezie orientali, ginger innanzitutto, poi di nuovo sentori vegetali e floreali disidratati, poi di nuovo vanigliati. In bocca è secco, abbastanza caldo, l’acidità presente è poco meno incisiva rispetto alla bevuta precedente, è equilibrato e nel complesso armonico in piena forma e godibilità. Va verso l’adolescenza con una maturità accentuata e perspicace. Appena una spanna sotto il 2000.

Giulio Ferrari 1994. Un’altro millesimo eccellente per tirare fuori la Riserva del Fondatore; il colore è giallo oro con nitidi riflessi oro antico, ciò che salta subito agli occhi è una minore espressività della trama delle bollicine pur fini e presenti, ma poco intense e persistenti, come la spuma. Il primo naso è evoluto, subito dolce, quasi tostato. Il ventaglio olfattivo non è ampissimo, rimane di qualità ma abbastanza risoluto su di una trama delicata, comunque apprezzabile. In bocca è secco, caldo, possiede una carica acida abbastanza contenuta ma che non manca di donare ancora carattere e verve gustativa. Il vino avvinghia il palato con una costante piacevolezza, una profonda mineralità concede una beva scorrevole, ancora a tratti impulsiva, lunga ed equilibrata. Finale quasi masticabile, scioglievolezza di burro di cacao, sensazione nitida di mandorla tostata. Viaggia verso la maggiore età con la consapevolezza di aver fatto già molta strada, nutre certamente poche ambizioni ma sa di essere un talento puro!

Difficile, come detto, pensare alle bollicine italiane senza tirare in ballo Ferrari ed in particolare il suo Giulio, ma negli ultimi anni la crescita qualitativa degli spumanti italiani, penso in primis alla Franciacorta, nell’Oltrepò Pavese piuttosto che nella mia Campania, nella stessa denominazione Trento d.o.c. non può essere lasciata passare inosservata o banalizzata. Si sono fatti grandi passi in avanti che non si possono negare, profondere attenzione e rispetto verso aziende che in giro per l’Italia hanno investito seriamente nella ricerca e nello sviluppo di una possibile e migliore identità spumantistica non può essere negato, soprattutto, quando come molto spesso accade, si vanno a valorizzare espressione originali di un vitigno, di un territorio che non possono mancare nella cultura di ogni buona storia enologica.

L’annata 2000 di questo vino è il nostro vino spumante dell’anno.


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