Archivio per la categoria ‘I LUOGHI DEL VINO’

I love Falernum, Papa. Un tempo, la storia del mio Falerno del Massico di Antonio Papa

13 maggio 2013

La Viticoltura, come arte per attingere al valore originario della vita e per affermare valori profondi e segreti. Uno strumento di contatto con i ricordi e con la realtà del presente, che parte da una volontà di partecipazione al flusso della natura e della storia in contrapposizione all’imbarbarimento della società.

Antonio Papa, da piccolo

Nasco come viticoltore nel 2000, quando intrapresi gli studi in Lettere Classiche, mi accorsi della straordinaria contemporaneità delle tradizioni. Dopo un’adolescenza dominata da un senso di distacco dalla vita agreste, mi resi conto della sublime arte, appena raggiunta l’indipendenza intellettuale. “Ahimè, come sarebbe bello, vivere tra i filari, avendo con sé solo una donna e i propri segreti!”

Mi accorsi – poi – della difficoltà di decidere, quando cominciarono i primi “assemblaggi”: quattro vigneti, ubicati in quattro zone profondamente distinte per natura, creano un subbuglio nello stomaco, ma riuscire – poi – ad accoppiare i sapori, gli umori della terra, i colori, le gioie, i dolori di un anno, è cosa sorprendente ed impegnativa, ma sublime.

Nel 2002 la prima vinificazione con l’enologo che mi segue tuttora, Maurilio Chioccia. “Cambio vita” … si dice. I segni del tempo assumono una fisionomia geometrica. Appare subito chiaro, di non voler snaturalizzare il “canto del terreno”, ma modificare sensibilmente lo spartito è necessario. Gli impianti in vigna e il “modus operandi” in cantina subiscono un rinnovo che ha traghettato il vino (Campantuono¤ in primis), inizialmente materico, in un vino “misterico”, collocandolo nella prospettiva di un prodotto di nicchia e dando voce ad una cultura del vino, capace di assumere caratteri fino ad allora inosservati.

Antonio Papa, oggi

L’apertura a questo mondo – grazie soprattutto a mio padre – ha sì aperto in me anche interrogativi sulla civiltà contemporanea, sui limiti, sui valori di questi anni e del tempo, anche nei suoi aspetti più inquietanti. Però la straordinarietà del vino, sta nel fatto di essere impegno fisico diuturno e travaglio dei sentimenti più nascosti.

“Poetica dell’oggetto” che si muove, sì in direzioni contrastanti ma al momento del suo definirsi è comunque vita ed autocoscienza di poesia. Questa nozione di poesia si realizza con una serie di trasformazioni nei vari momenti dell’attività e naturalmente c’è da dire che questo “travaglio” è ancora in atto, anche attraverso la continua ricerca di “toni nuovi”: intensi, precisi, più dei precedenti opachi e incerti. Rompere una campana di vetro, quella in cui era rinchiuso un paese intero, tristemente opacizzato nel suo definirsi.

Campantuono Papa - foto Altissimo Ceto

Dare nuova linfa al luogo d’origine è pura poesia. Scrivere gli “accordi” per una nuova canzone¤ – quella che canteremo presto (spero)- partendo in primo luogo dalla ricerca di un linguaggio, il cui modello più vicino è ancora il mondo dell’Epos e dell’ormai riconosciuto insediamento Romano in Agro Falerno (Ager Falernus III/II sec. A.C. – II/III sec. D.C.).

Ne risulta un originalissimo equilibrio, tra meditazione esistenziale e definizione del paesaggio, una meditazione appassionata, magniloquente, che come movimento incessante e ripetuto del mare, poggia sulla costa aspra e rocciosa i segni di una vita, la vite appunto!

di Antonio Papa¤, Faccia da Falerno – L’Arcante 2013.

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C’è tanta mediocrità in giro, te ne accorgi al primo sorso di vino, talvolta ancor prima di levare il tappo, certe altre ancor prima di mettere gli occhi sull’etichetta. Le bottiglie di Antonio annullano qualsiasi aspettativa, quale che sia la presunzione, la convinzione con cui credi di sapere tutto di Falerno e di Primitivo. Una continua scoperta, il suo Falerno! (A. D.)

I love Falernum, Masseria Felicia. Il ritorno e il desiderio dell’abitudine di Maria Felicia Brini

9 maggio 2013

Camminare a passi lenti e brevi tra i filari e lasciarsi cogliere da un sorriso, quasi una smorfia della bocca che si trasforma in mezzaluna, e illuminare l’aria. Questa semplice azione che poi si è trasformata in abitudine, è quella che mi ha spinto a viverci tra queste vigne e questi uliveti. Il ritorno e il desiderio dell’abitudine.

Maria Felicia Brini

Anno zero – Io, sei/otto anni, tra il 1982 e 1984. Le Scale. Gioco sulle scale di marmo dai morbidi profili della casa di mia nonna, anzi della casa di cui lei era il colono. Quella in cui ora vivo. Paura e meraviglia nello stesso tempo, erano queste le emozioni che mi attraversavano salendo quelle scale di pietra lisce. Per arrivare al primo piano. Nella stanza delle bambole intoccabili, con gli occhi di vetro. L’odore forte del pane le domeniche mattina, di olio, di alloro affumicato per spazzare via la cenere dal forno, la luce accecante contro il buio della cantina di tufo e le scale rotte “che non devi scendere altrimenti cadi!”, e quel sentore di umido e la fragranza del sasso gocciolante. Mai scesa fin lì, per me territorio inesplorato. Oggi un giorno sì e un’altro giorno pure. L’abitudine che non c’era, ma il desiderio di goderne, sì.

Masseria Felicia, cantina (le scale)

Anno zero – Vigna Etichetta Bronzo, 1995. Ancora quelle Scale. Papà (Alessandro Brini): tu te la sentiresti di fare il vino? Se proviamo con la cantina mi dai una mano? Che dici, facciamo la cantina qui? Sotto quelle scale. Si riscendono quelle scale, si risalgono, quelle rozze scale della cantina in tufo a nove metri, si sorride. Si guarda fuori, c’è quella meraviglia di Monte Massico. Che protegge da tutto, anche dai pensieri cattivi. affascina e coinvolge. Non per la sua storia, ma per la sua attualità. Per la sua veridicità. Per quello che oggi potrebbe diventare domani. Per la sua vicinanza al vulcano di Roccamonfina, prolungamento, meravigliosamente possente, dei ricordi lavici. Casa comprata. Terra comprata.

Ancora Maria Felicia da piccola

Poi viene il 17 gennaio, le ore 17. Mia nonna è morta, si torna alle origini, l’attuale Masseria Felicia era stata persa a carte dal nonno di mio marito. Comprata da una baronessa che amava il Monte Massico, la mia seconda nonna era diventata colei che la gestiva, (da scriverci un romanzo d’appendice). In anni non li ho mai visti tornare. Si fa il vino, anzi si continua, anzi no, si comincia con una nuova vigna, il Falerno, aglianico e piedirosso. Con i dettami della tradizione. Impiantiamo và!

Anno uno – Io, è il 2000. Gli Esami. Frequentare lettere e imbattersi/sbattersi per l’esame di latino e scoprire che si parla proprio di quella terra dove mi rinchiudo per studiare e da dove, dal balconcino, vedo la vigna e il monte apre l’anima e innesca progetti, pensieri, possibilità, che vedi crescere dopo ogni mese, dalle foglie ai germogli vivi vivissimi. Materici sogni che attecchiscono. Forse, e dico forse, e oggi dico, che è vero: la terra ti dice quello che è giusto. Troppe intuizioni, troppe interferenze emotive e storiche, non si può lasciare andare così un progetto nato dal cuore, dalla carne di mio padre, di mia madre? Perché si viene a studiare qui? Perché è isolato, perché non ci sono sovrapposizioni, nemmeno la televisione. Perché si è soli e soli si rimane. Questo è un grande problema. Ma c’è possibilità di esprimersi, di creare da zero. Di dare voce a questa terra. Darle un nome.

Anno uno – vigna Etichetta Bronzo, 1999/2002. Ancora Esami. E’ il 1999¤, la prima vendemmia. La vigna ci parla di lei. Da sola. Senza ausili. Con tenerezza, come l’odore della pelle di un bambino appena nato. Solforosa? Malolattica? No. Castagno, botticella, torchio a mano con mattoni sporchi. Eccolo il suo primo figlio! Vero. Vulcanico, sanguigno. E’ un Falerno, senza legno, no barrique. E quello che vedo fuori i vetri. E’ quello che viene dalle braccia di mio padre, dai miei occhi indecisi, su quanto si faccia sul serio. E sul serio si fa a Vinitaly nel 2002. Con l’annata 2000, ma senza rendersene ancora conto. Dopo anni il territorio si muove, una nuova cantina si presenta con due etichette, anche questo un caso. Etichetta color Bronzo, Etichetta color Senape. Falerno del Massico Masseria Felicia¤ barrique e quello che non “c’entrava” corre in acciaio. L’esame, quello con la gente, quello con i giornalisti. Chiunque si avvicini ai nostri calici è uno sconosciuto; è, per noi, curiosità di intenti, quello che rotea il bicchiere e che fa roteare i nostri occhi. E’ andata. Che si fa?

Alessandro Brini con Alice

Anno vero – Io, nel 2004. Determinazioni. Mi sono trasferita, è nata mia figlia qui, quest’anno. Le scale sono cambiate, si studia su due binari, la tesi da finire, e il vino da comprendere, stesso Massico protettore, alla finestra, e quella domanda nella testa che sbatte sulle pareti inconsistenti di un piccolo spazio visivo: dove possiamo arrivare? Eccolo il mio lavoro. Unico, si cambia tutto. Eccoli mio padre, mia madre, Fabrizio mio marito, che investono tempo, cuore, anima e corpo soprattutto.

Anno vero – Le vigne, 2001/2003/2005. Ancora Determinazioni. Nel frattempo, la Vigna dell’Etichetta Bronzo¤ cresce, altro non c’è che un vino che piano piano ridefinisce la sua fisionomia, un vino che “attrezza” il suo altare. Altre due vigne impiantate, Ariapetrina, quella che è la voce della vita terrena di questo posto, e la vigna del futuro Falerno del Massico¤ e la nuova conduzione della vecchia vigna del nonno, un piedirosso vecchio, ma vecchio quanto lui. Vendemmia 2004, con Alice qua nel marsupio.

Maria Felicia Brini

Anno canovaccio – Io, è già 2006/2008. Presa di coscienza. Ritorna il 17. Mi sono laureata il 17 febbraio. È il mio numero, lo so. Non sono nemmeno emozionata, né nervosa. Rilassata, forse perché la cosa più importante della mia vita l’ho “già fatta”, quella per cui le foglie delle palme, degli ulivi, della vite, cantano dalla finestra e insieme si ascoltano, al vento d’autunno, ed è Alice che le intende e che da un significato a quelle scale, a quegli esami.

Anno canovaccio – Le vigne, sempre là tra il 2006 e il 2008. Altra presa di coscienza. E’ ora di crescere, di cambiare, di imparare. Di rinunciare alla coincidenza e prendere decisioni, farsi una ragione del perché la strada che da Napoli che conduce a Sessa non sia più percorsa. Perché stare lì. Perché il Falerno e la sua terra è diventata una ragione di vita. Una bottiglia di vino è diventata fondamentale, diventata interlocutrice da comprendere, e da rispettare. L’incontro, voluto, con Vincenzo Mercurio¤ che cambia le prospettive, la progettualità non invasiva, la richiesta di cooperazione, il patto che qui si entra in famiglia, si fa vivo e rinnova con l’annata 2008 la ricerca con la coscienza del fare.

Maria Felicia in cantina

Oggi – Insieme, quasi un tutt’uno. Crescere in maniera naturale, senza alcun tipo di filtri e di barriere mentali o di sovrastrutture che ti appesantiscano un terreno (un territorio), viverlo, sentirne i colori e i profumi, questo è un inizio vero, familiare, questo sta vivendo mia figlia. Questo ho vissuto io. La sua storia, l’immensa consapevolezza che arriva con lo studio, con un ‘assimilazione spinta dalla curiosità, con la cognizione di avere anni di passato alle spalle e sulle braccia fatica umana e sacrificio economico – “narrazione latina” e avvicendamenti familiari, rendono il nostro lavoro molto difficile emotivamente e progettualmente.

Oggi sei i vini. Amo i loro nomi portatori di storie nate singole e rimaste individuali: Etichetta Bronzo¤, Ariapetrina, Falerno del Massico, Anthologia, Sinopea, Rosalice¤, per tre vigne e le loro piccole parcellizzazioni; sono conosciuti, richiesti, ma soprattutto rispettati. La gente viene e ci sorride e percorre con noi quella vigna, vede il Massico, gli raccontiamo una storia che parte dai poeti latini e arriva alla fatica contadina, per essere oggi dimostrazione che c’è del buono, del sano, del vero a Caserta, in quell’Ager Falernus non ancora nominato fin ora: per profondo pudore nel doversi confrontare con così tanto, perché c’è la necessità di doversi reinventare oggi e non “campare di allori antichi”. Per sorridere. Perché siamo fortunati. E bravi, e sì, siamo bravi, ma più importante, felici.

di Maria Felicia Brini, Faccia da Falerno – L’Arcante 2013.

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Pare sentirla la voce di Maria Felicia mentre scrive questo post, raccontare questo pezzo di storia di famiglia. Manco una virgola mi son permesso di spostare. Quale modo migliore per raccontare una terra, un vino, persone se non quello di starle ad ascoltare¤? [A. D.]

Fiano JQN 203 ‘Piante a Lapio’ 2011. Il sogno, la visione di Raffaele Pagano e Maurizio De Simone

21 marzo 2013

Ho avuto spesso, qui e altrove, parole di profonda stima ed ammirazione per Maurizio De Simone e il suo lavoro speso in lungo e in largo in Campania. Opera che ci ha permesso, lo dico soprattutto a noi bottiglieri, di menarcela alla grande con gli appassionati più incalliti in giro pei ristoranti; con, tra le mani, veri e propri piccoli capolavori¤ in bottiglia che a qualcuno infatti non sono certo sfuggiti¤. Raffaele Pagano, Joaquin

Approfitto di questo assaggio del Piante a Lapio 2011 di Joaquin per rendergli pubblicamente omaggio, a lui ma anche a Raffaele Pagano¤ che continua a sorprendere forte: Maurizio¤, nonostante la sua esuberanza l’abbia portato spesso in passato anche a scelte di profonda rottura, continua invece a lavorare con grande attenzione ed abnegazione lasciandoci tracce davvero significative in un circuito che, diciamocelo, talvolta si mostra fin troppo impalpabile. E ciò che ha appena iniziato con Pagano sembra avere tutti i tratti di un sogno cullato per anni con radici molto profonde nella memoria del tempo; così gli ho chiesto qualche chiarimento, da cui poi ne avrei dovuto trarre spunto per scriverci su qualcosa, ma sono così ricche di suggestione queste sue parole che ve le trascrivo pari pari. E’ un post un po’ lungo ma ne vale veramente la pena! 

Maurizio De Simone - foto Giusy Rapuano

Questo il suo pensiero. “Da sempre ritengo che le selezioni massali, operate negli ultimi 50 anni dai vivaisti, abbiamo modificato i caratteri originali delle varietà più antiche. Lo scopo commerciale di riprodurre viti genera criteri di selezione legati a fattori riproduttivi e di attecchimento senza tener conto dei risvolti enologici. Pertanto i vitigni che coltiviamo oggi, sono certamente molto diversi dai loro progenitori”. 

“La Campania è tra le poche zone del mondo dove è possibile trovare piante precedenti alla fillossera, e quindi espressioni primordiali dei vitigni senza interferenze del portainnesto e di selezione artificiosa, da qui deriva la mia ricerca, ormai ventennale, di vinificare le uve di queste piante in purezza e cercare di capire le peculiarità enologiche per individuare quali potessero essere le caratteristiche che hanno reso famosi questi vini già nell’antichità e che hanno avuto tale successo da arrivare fino a noi, a questo serve però legare la ricerca di sistemi di vinificazione quanto più tradizionali e materiali di affinamento capaci di esaltare questa unicità senza interferire nella sostanza”. 

“Oggi si parla tanto di terroir, ma come si fa a definire un carattere ‘tipico’ se non siamo andati a verificare il legame vite-terra-uomo che ne hanno condizionato l’evoluzione? In Campania abbiamo un patrimonio da preservare e potrebbe essere quella marcia in più in un mercato piatto, lo dico da sempre ma ormai sono rimaste pochissime opportunità di ricerca”. 

Prof. Antonio Troisi (1994) - foto Lino Sorrentino“Con Raffaele ho solo ripreso fattivamente un lavoro cominciato e (personalmente) mai interrotto nel lontano 1992, con il prof. Antonio Troisi, papà di Raffaele Troisi di Vadiaperti, che condivideva con me queste idee e riteneva Lapio la culla del fiano, come poi si è dimostrato negli anni, dove cominciammo anche ad individuare i primi ceppi su piede franco che oggi stiamo valorizzando con Joaquin”. 

“Il fatto rilevante è che queste piante sviluppano generalmente il grappolo già alla seconda gemma, elemento che confermerebbe – teoricamente, perché non c’è nessun elemento scientifico per dimostrarlo -, che l’interferenza dell’uomo è stata tale da averne modificato la genetica e se tanto mi da tanto dovremmo anche pensare di rimettere in discussione quei caratteri definiti ‘tipici’ del fiano; sia chiaro, non che ritengo queste piante capaci di dare vini migliori, ma almeno sondando e verificandone tutte le potenzialità sapremmo da dove si è partiti per arrivare poi ad oggi”.

Vigne Vecchie del Piante a Lapio - foto Courtesy of Jaoquin A.A

“L’idea di Piante a Lapio quindi è di produrre un fiano da sole piante centenarie¤ a ‘piede franco’ e intervenire il meno possibile enologicamente¤, come pure, ad esempio, sostituire l’anidride solforosa con un coadiuvante antisettico naturale estratto dai polifenoli del vinacciolo che contribuisce ad eliminare un ulteriore fattore di interferenza quali sono di solito i solfiti aggiunti¤”.

Piante a Lapio 2012 in affinamento - foto A. Di Costanzo

“Abbiamo poi scelto di affinarlo in legni di castagno di Agerola, perchè da sempre viene ritenuto il migliore per la produzione di botti, e la spiegazione che ho individuato in merito è che sul Faito il terreno fertile è spesso pochi centimetri e quindi l’albero stenta a crescere, donando dei legni più compatti e visto che il difetto principale del castagno è l’eccessiva permeabilità di ossigeno, con conseguente ossidazione del vino contenuto, questo fattore ha fatto sì che i nostri ‘vecchi’ lo individuassero come ‘migliore’ perché i vini qui conservati risultavano incredibilmente più espressivi che altrove, nonché più stabili. Ricordo in merito che il papà di Luigi Di Meo (La Sibilla, ndr) mi raccontava che il “Per ‘e Palummo¤” nel castagno di Agerola era di sovente destinato ai Signori napoletani, mentre il vino delle altre botti era il vino per il ‘popolino’ e i prezzi erano notevolmente diversi. Per questo con Cione Botti di Avellino ci siamo selezionati i legni di Agerola e stiamo costruendo botti da 500 litri”. 

L'etichetta - foto A. Di Costanzo

Ma veniamo all’assaggio di questa prima uscita del Piante a Lapio 2011, sulla carta un igt Campania Fiano, per essere pignoli. E’ subito chiarissimo che ha tanta materia in canna, ma anche che solo il tempo, di qui ad almeno due/tre anni la saprà districare, stratificare e consegnare per bene ai palati più attenti. E’ un bianco evocativo, di grande slancio olfattivo, oggi più orizzontale che verticale, concentrico su toni di macchia mediterranea, garighe, origano, arricchito da fluttuanti nuances di acacia e zenzero candito; con un sorso di grande energia, tremendamente asciutto, recalcitrante quasi, a conferma di quanto impeto conservi, con una chiusura di bocca di grande freschezza e dal sapore di una promessa immancabile. Che, naturalmente, sapremo attendere e non ci vogliamo perdere per nulla al mondo.

Taurasi Vendemmia 2009|Le mie degustazioni

13 marzo 2013

Con ogni probabilità la 2009 è di quelle vendemmie cui bisognerà attendere almeno due/tre anni ancora prima di capire a pieno quale possa essere una sua reale prospettiva nel tempo. Non mi sorprenderebbe nemmeno, alla luce degli assaggi fatti e quanto scritto poi qui¤, che sia tra quelle annate cui servirà, a torto o a ragione, metterci un bell’asterisco ‘in attesa di revisione’.

Carta geografica del Taurasi docg - foto L'ArcanteFrattanto, queste che seguono, sono le mie personali considerazioni sugli assaggi fatti là a Serino. Tutti i vini di varia provenienza¤ sono stati serviti ‘alla cieca’ – anche quando è stato necessario riassaggiarli – dai sommelier dell’Ais Avellino, cui va il mio personale ringraziamento per qualità del lavoro svolto. Così la mia valutazione:

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre

Appena 16 i Taurasi 2009 in degustazione, e solo uno ‘da botte’. In entrambi i casi, se non sbaglio, credo sia il numero più basso di etichette mai presenti all’anteprima; affiancate però da un fortunato corollario di secondi vini a denominazione di ricaduta come l’Irpinia Aglianico e l’Irpinia Campi Taurasini ed arricchita da una formidabile sessione di rilettura dei 2008, 2007, 2006.

***/* Taurasi Principe Lagonessa 2009 Amarano, Montemarano – Versante Sud/Alta Valle. E’ Montemarano, con Mirabella Eclano, dati climatici e meteorologici alla mano, che scandisce l’andamento sinusoidale della vendemmia 2009. Proprio a Montemarano si è registrato tra l’altro l’indice più alto di piovosità stagionale con anche diverse problematiche prima e durante la raccolta. Da Montemarano però, strano a dirsi, forse il migliore assaggio tra quelli in batteria. Viene dai 7 ettari in Contrada Torre di Amarano, della famiglia Romano, è il Principe Lagonessa¤. Colore rubino quasi porpora, molto invitante, con un ventaglio olfattivo variegato e abbastanza verticale: frutta rossa matura ma anche segnali iodati, terragni e nuances di caffé e cioccolato. Sorso meno vigoroso del solito ma ben avviato, ha tannini di buona fittezza e notevole lunghezza. L’aspettiamo però più avanti, con un legno più digerito.

***/* Taurasi Radici 2009 Mastroberardino¤, Atripalda – Assemblaggio. Viene in parte dalle vigne storiche di proprietà in Montemarano e in parte da quelle del nuovo suggestivo insediamento a Mirabella Eclano. Colore rubino porpora di rara luminosità. Ha naso franco e dolce, assai invitante, con rimandi ciliegiosi ma anche di mora, con note balsamiche appena sussurrate. Solido il richiamo di frutto al palato, che pare aggraziato e lineare, senza spigolature. Sorso di buonissima fattura, sostenuto da tannini sottili e medio corpo. Tra i migliori assaggi di questa tornata.

***/* Taurasi Mater Domini 2009 Rocca del Principe, Lapio – Assemblaggio. L’azienda di Ercole Zarrella si fa notare negli ultimi anni anzitutto per lo splendido fiano di Avellino¤ di Lapio, ma a quanto pare le intenzioni sono tra le più serie anche con l’aglianico. Buono, nonostante un’annata non proprio sorridente questo duemilanove. Dalla cernita dei 6 ettari di vigna di proprietà per metà a Paternopoli e metà a Taurasi. Colore rubino un poco cupo, naso di pregevole fattura tutto centrato su marasca e viola passita, appena accennate le sfumature speziate. Sorso inizialmente un po’ sospeso, secco e sapido, alla lunga rivela buona fittezza e morbidezza; non graffia ma regala piacevole serbevolezza.

*** Taurasi 2009 Feudi di San Gregorio, Sorbo Serpico – Assemblaggio. Ho ancora sotto al naso e continuo a masticare il Riserva Piano di Montevergine 2008 quando mi decido a riassaggiare, ancora alla cieca, il campione n.18, il 2009 dei Feudi. Inutile stare a spiegare il divario tra i due, ma la chiave di lettura rimane univoca: c’è uno slancio notevole rispetto anche al recente passato nelle ultime uscite degli aglianico, quale che sia il suo posizionamento di mercato, dalla cantina di Sorbo Serpico. Bello il timbro cromatico violaceo, di buona vivacità; naso gioviale, invitante, ciliegioso, con accenni appena speziati. Sorso asciutto, di buona progressione, non particolarmente profondo ma chiaramente ben messo. Da bere.

*** Taurasi 2009 Villa Raiano, San Michele di Serino – Versante Sud/Alta Valle. Dalle vigne in Castelfranci una buona lettura alleggerita e di pronta beva del principe dei rossi italiani. Messa così, analisi dell’annata alla mano, va più che bene, anzi, quasi un lusso. Colore rubino con velate trasparenze, dal naso invitante, sottile, piuttosto varietale e persuasivo: sa di viola, amarena, con accenni tostati ed un timido richiamo di grafite. Sorso pacato, di buona serbevolezza, dal finale piacevolmente sapido. Da mettere già nei bicchieri.

*** Taurasi 2009 Urciuolo, Forino – Versante Sud/Alta Valle. Questo aglianico viene dai 6 ettari di proprietà divisi tra Contrada Terrone a Montemarano e Contrada Candriano di Castelfranci, vigne di età media tra gli 8-12 anni. Buono il colore rubino fitto ed invitante, corredo aromatico fruttato ed essenzialmente officinale, con allunghi di tabacco e cioccolato. Di buona taglia anche il sorso, polposo, ben tessuto. Ancora un tantino invadente il legno. Opportuno riassaggiarlo tra qualche mese per coglierne a pieno la buona sostanza.

*** Taurasi 2009 Poliphemo Tecce, Paternopoli – Versante Sud/Alta Valle. E’ notoria l’impronta che Tecce tenta di dare ai suoi vini, un’idea forse anche unica da queste parti di pensare l’aglianico. Rimane tuttavia l’ennesima esperienza del vino più difficile da ‘leggere’ all’anteprima tra tutti i 64 campioni in degustazione. Stranamente però, anche il più ‘facile’ da riconoscere alla cieca; non sono bastate infatti tre bottiglie per svelarne a pieno tutte le sfumature. Ossidato il primo assaggio, il secondo appena al limite ma tremendamente segnato da una volatile fuori controllo, alla terza bottiglia punto e a capo. Ce lo siamo potuto godere a pieno solo al banco d’assaggio (durante la pausa pranzo) dove la bottiglia, aperta tra l’altro à la volée ha svelato tutta la buona tessitura e il buon frutto in primo piano; ciononostante però in divenire, da aspettare.

*** Taurasi 2009 Di Prisco, Fontanarosa – Assemblaggio. Meno incisivo del solito il primo assaggio dell’anno del Taurasi che verrà di Pasqualino Di Prisco, convincente però molto più di altri in batteria. Dalle vigne in Fontanarosa e conferimenti da Castelfranci un rosso di colore rubino con buona vivacità. Naso chiaramente un po’ timido, come sovrapposto perciò inespresso ma comunque di buon auspicio: è anzitutto floreale e fruttato di susina e amarena, balsamico in divenire, chiudendo quasi iodato. Sorso di buona grana, secco e di discreta lunghezza. Sapido.

*** Taurasi Opera Mia 2009 Tenuta Cavalier Pepe, Sant’Angelo all’Esca - Valle Centrale/Riva destra del Calore. L’azienda di Milena Pepe conta 40 e più ettari di vigne di cui ben 20 piantati ad aglianico. Nonostante un’annata così così l’enologa di origini belghe ha ben saputo dove e come intervenire portando in bottiglia comunque un buon risultato. Colore rubino di buona integrità con appena accenni di maturità, sgranato sull’unghia del vino nel bicchiere. Naso però molto interessante, accattivante, sa di ciliegia, è balsamico con anche spunti empireumatici. Sorso caldo, avvolgente, di buon nerbo. Mai così ‘leggibile’ all’anteprima il vino della bravissima Milena nonostante fosse ancora una volta un campione da botte.

*** Taurasi 2009 Pietracupa, Montefredane – Quadrante Nord/Riva Sinistra del fiume calore. Conosciuta dai più per i suoi meravigliosi bianchi vibranti e fuori dal tempo Pietracupa continua con una certa buona costanza anche un discreto lavoro sull’aglianico. Da circa un ettaro a Torre Le Nocelle, Sabino Loffredo prova a venir fuori da un millesimo abbastanza controverso, con non pochi chiaroscuri. Non mancano un bel colore rubino e un naso assai mediterraneo, maturo ma elegante, dolce, a tratti quasi confettato. Al palato è pacato, forse un poco troppo ‘caldo’ nonostante si distingua soprattutto per il nerbo chiaramente minerale.

**/* Taurasi Passione 2009 Masseria Murata, Mercogliano – Versante Sud/Alta Valle. Tra le ultime nate in zona, 2005, con uve provenienti da Montemarano, propone una versione forse un po’ comune negli ultimi anni come Taurasi ma di certo non scontata. Vino che ha bisogno anzitutto di un poco di tempo per digerire un legno in questa fase un tantino invadente soprattutto in bocca. Rimane però di buona trama il colore, rubino vivace ed il naso dal timbro efficace, piuttosto invitante: floreale, fruttato, appena dolce e speziato. Manca forse di un po’ di spessore.

**/* Taurasi 2009 Bambinuto, Santa Paolina – Versante Sud/Alta Valle. Il 2009 ci ha consegnato buonissimi Greco di Tufo e da queste parti ne sanno qualcosina visto che il Picoli¤, il bianco di punta di Marilena Aufiero non è passato certamente inosservato alla critica. Così come la voglia di continuare a cimentarsi anche con l’aglianico. Proviene da conferimenti in Montemarano e Castelfranci, ha colore rubino di rara luminosità ed un naso essenzialmente varietale, centrato sul frutto, ma troppo soverchiato dal legno in questo momento. Ne risente il sorso, oggi poco leggibile. Tra qualche mese forse più godibile.

**/* Taurasi 2009 Donnachiara, Montefalcione – Quadrante Nord/Riva Sinistra del fiume calore. Da segnalare un primo passaggio nel bicchiere poco felice, con una chiara predominanza di note ‘ossidative’. Il riassaggio ha invece rimescolato le carte, convinto un po’ di più, rimettendo in primo piano polpa e discreta tessitura. Colore rubino poco trasparente, con accenni subito balsamici, poi di prugna, amarena, tabacco, terra bagnata. Conta riassaggiarlo.

** Taurasi Alta Valle 2009 Colli di Castelfranci¤, Castelfranci – Versante Sud/Alta Valle. Al solito colore piuttosto ricco e vivace, quasi imperturbabile dalle trasparenze. Naso timido, lungamente atteso, anche qui con qualche problema iniziale di volatile troppo alta e lieve predominanza di stucchevoli note di rovere. Sorso caldo, anche intransigente, di grana ruvida, dalla chiusura però un poco amara. Assolutamente da aspettare.

** Taurasi Santa Vara 2009 La Molara, Luogosano – Valle Centrale/Riva destra del Calore. Altro passaggio poco convincente, cui aggiungo una mia personale evidente sorpresa data l’ammirazione per tante passate uscite di Taurasi Santa Vara¤. Ne ho colto un naso un po’ fuori traccia, molto avanti, surmaturo quasi, timidamente terragno ma che non spiega però quali altri sensazioni inseguire. In bocca si offre sgraziato, con un ritorno anche piacevolmente tabaccoso se non fosse per il finale fin troppo amaro. Da ritornarci su al più presto.

** Taurasi Albertus 2009 Di Marzo, Tufo – Versante Ovest/Le Terre del Fiano. Da Lapio, da vigne di 25 anni, una visione abbastanza ‘leggiadra’ della tipologia. Il colore pare infatti un po’ spoglio, quasi aranciato sull’unghia del vino nel bicchiere, col naso giocato inizialmente su sentori di piccoli frutti rossi maturi e da un floreale quasi vellutato. Sorso diluito, poco incisivo, difficile coglierne l’anima in questo momento.

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Qui Taurasi Vendemmia 2008¤.

Qui Taurasi Vendemmia 2007¤.

 Qui Anteprima Taurasi 2005¤.

Quintodecimo, a casa di Laura e Luigi

23 febbraio 2013

I passaggi¤ a Quintodecimo non sono mai ripetitivi, mi portano bene e danno ogni volta quella scossa necessaria per cogliere al meglio quelle nuove prospettive necessarie in un mondo sempre troppo avvitato su se stesso. Il piacere di stare assieme, le storie, la musica, quella dell’anima, alla fine ci salvano tutti!

Luigi Moio, Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Ne lascio qualche traccia non per pavoneggiarmi dell’amicizia di Laura e Luigi, persone per bene, disponibili ed intelligenti quanto basta per fare di ogni attento visitatore il migliore degli ospiti possibili, ma per anticipare a quegli stessi appassionati che vorranno andarci prossimamente, una o due cose abbastanza rilevanti con in più un paio di novità da non mancare.

La prima cosa è che l’azienda è sempre più bella, pure quando la vigna è spoglia, con la cantina, ordinatissima e suggestiva, praticamente vuota! Nel senso che a parte le vasche e i legni con le nuove annate in affinamento e le riserve di Taurasi in elevazione, niente, non v’è traccia di bottiglie se non quelle di prossima uscita in Marzo; e l’archivio storico naturalmente, che però, da quanto confessato da Laura, bene farebbe Moio a tenersele sottochiave. In tempo di crisi, direi che non è poco.

Quintodecimo, passaggio in cantina - foto A. Di Costanzo

La seconda constatazione – che poi sono due – sta nell’aver colto, durante gli assaggi dei cru 2011 in bottiglia e 2012 in affinamento tra vasche e legno, un “alleggerimento” sostanziale del sorso a favore però di una profondità gustativa di notevole rilevanza, così, d’emblé, assai più immediatamente incisiva al primo assaggio che nelle precedenti uscite. Un vero schiaffo!

Ne sono testimonianza, nella loro chiara diversità, la falanghina Via del Campo duemilaundici che sembra avere già tutti i numeri a posto per sparigliare le carte in tavola: luminosa, verticale, ineccepibile e l’Exultet 2012, la cui parte in affinamento in legno sembra chiaramente “urlare” di finire in bottiglia sin d’ora così com’è. Non a torto (nostro).

E’ chiaro che questi ultimi 5 anni sono serviti al Professore per avere piena contezza di quanto dicessero le sue idee e le scelte portate avanti con ragionevole fermezza; che, per coglierne sommariamente una vaga idea basterebbe riassaggiare il sorprendente Exultet 2006¤, il primo, per comprendere a pieno quanto il fiano, ma lo stesso aglianico¤ o il greco, la falanghina nelle mani di Moio avranno tanto da dire soprattutto nei prossimi anni a venire. Una roba da non credersi, un vino in grande forma, sbocciato imperiosamente ed in piena voluttà espressiva.

Fiano di Avellino Exultet 2006 Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Dicevo poi delle novità: una è l’arrivo ormai imminente del secondo cru di Taurasi Riserva, il Grande Cerzito¤ 2009 in uscita si pensa il prossimo novembre 2013, di cui però, come sugli altri rossi, scriverò dettagliatamente a breve; l’altra è l’acquisto di tre ettari e mezzo di vigna a greco nel cuore di Tufo, l’anima più antica forse della denominazione che sarà del Giallo d’Arles¤, quel campione di cui da un paio d’anni faccio davvero fatica a stare senza. Cru era, da una sola vigna di Santa Paolina, cru rimarrà, ma ora, finalmente, di proprietà. Che dopo l’impianto di qualche anno fa proprio a Mirabella Eclano di falanghina (il 2011 già reca in etichetta l’Irpinia doc) ed il consolidamento della conduzione in Lapio con la vigna che da vita all’Exultet, sembra chiudersi il cerchio magico dei domaines di Quintodecimo.

Poi vabbè, ci sarebbe da dire di quel Metamorphosis, ma questa è un’altra bella storia non ancora da svelare.

Lusciano, Asprinio d’Aversa Vite Maritata 1998 e Santa Patena 2011, in mezzo… sempre I Borboni

3 dicembre 2012

Capita una sera a cena Salvo Foti, ti viene così di scendere giù in cantina e prendere una vecchia bottiglia di asprinio da bere con lui che tanto sembra appassionarsi alla storia di questo antico quanto poco conosciuto vitigno. Ed è subito grande intesa.

Carlo Numeroso, I Borboni - foto A. Di Costanzo

Ne rimane rapito Salvo Foti, lui che in Sicilia, col carricante - altro ostico bianco ritrovato -, sta facendo cose più che egregie; ma più di tutti appare sorpreso (anche se non troppo) proprio lui, Carlo Numeroso, vigneron dalla “capa tosta” e patron, col cugino omonimo, de I Borboni di Lusciano. “Le avevamo messe via in ricordo della fondazione della cantina che si inaugurava proprio quell’anno; finalmente stavamo a casa nostra, in questa splendida struttura che abbiamo recuperato dall’abbandono di troppi anni”.

Asprinio d’Aversa Vite Maritata 1998, ben quattordici anni fa. Una vita fa che però nel bicchiere sembra appena ieri. Il colore fisso nel tempo, appena paglierino, luminoso, vivo. Quel naso poi farebbe innamorare chiunque: verticale, appena sporco d‘idrocarburi ma fluttuante, tra il minerale e la macchia mediterranea, poi delicato sino a rinvenire sentori di fiori gialli e spezie dolci. Ma con un sorso dritto, profondo, una stilettata franca e materica. Anima indolente appena adolescente, smaliziata, irreprensibile.

Gianluca Tommaselli, Carlo Numeroso, l'Asprinio 1998 - foto A. Di Costanzo

Così le idee prendono forza, il progetto si arricchisce, la memoria storica ha qualcosa da raccontare e tramandare nel tempo, oggi, finalmente, non più per caso, per riconoscenza, ma per lanciare nel futuro un messaggio che arriva da lontano, da molto lontano con una chiarezza inequivocabile, più autentico che mai, vero e unico quanto sa esserlo solo l’asprinio: non è un vino per vecchi, non è un vino da bere con malinconia, solo per ricordare il tempo. L’asprinio d’Aversa è un vino inesorabile quando giovane, fresco, incalzante, allegro ma sa pure invecchiare bene, incredibilmente bene, ricco, sfrontato, complesso e, soprattutto, maledettamente riconoscibile.

Asprinio d'Aversa Vite Maritata 2011 I Borboni - foto A. Di Costanzo

Con queste premesse è nato e si farà il Santa Patena 2011, sul mercato il prossimo aprile 2013 e che promette di essere davvero una bella sorpresa per tutti gli appassionati di bianchi di spessore e carattere; viene da circa 2 ettari di vigna coltivati sul versante napoletano della dop Asprinio d’Aversa, a Santa Patena appunto, nel comune di Giugliano; si tratta di un vigneto allevato a sylvoz, sistema già ben collaudato da oltre trent’anni nelle vigne dei Numeroso a Lusciano, da cui si sono selezionati circa 25 quintali d’uva per 15hl di vino finito: 12 gradi, con una acidità iniziale pari a 13g/l ma che poi si è ridotta ad oggi a circa 8g/l, tutto lavorato in acciaio e tutt’ora in affinamento sulle fecce fini. 

Il bicchiere dovrà attendere un po’ per rivelarsi in tutto e per tutto ma ha già tanto da raccontare, tant’è che naso, colore e sapore non spostano di una sola virgola il ricordo del varietale che qui pare farsi assai più avvincente e materico del Vite Maritata pari annata. Ciò che più mi piace però in questo momento nel confronto, è che non si possa assolutamente parlare di un mero “esperimento” ma bensì di un normale, se vogliamo coraggioso, tentativo di alzare semplicemente l’asticella qualitativa di un vino, l’asprinio, che merita sicuramente maggiore spazio nelle carte dei vini dei ristoranti e nei taccuini dei degustatori più appassionati, sia quando spumante che vino fermo.


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