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L’acidità, il pH e quel maledetto gusto personale: che ne dite, è il caso di fare un po’ di chiarezza?

12 febbraio 2013

I sapori dolci sono popolani mentre quelli acidi conservano un non so ché di quasi intellettuale. Più di qualcuno la pensa così, non sempre a ragione. Tant’è che l’argomento mi appassiona, così ho chiesto all’amico Gerardo Vernazzaro¤ un suo piccolo contributo sulla questione della “deriva acidistica” ripresa qualche post in là¤. Quanto segue non è certamente del tutto esaustivo sulla faccenda, mi pare però chiarire alcuni aspetti e quindi di larga utilità per chi ci legge. [A.D.]

Gli acidi organici contribuiscono in modo determinante alla composizione, alla stabilità microbiologica e chimico fisica ed alle qualità sensoriali di tutti i vini; l’altro parametro fondamentale in relazione all’acidità è il pH, che esprime la “forza acida” di un alimento, nel nostro caso, del vino. E’ fondamentale definire dei valori medi di acidità totale e di pH nei vini prima di introdurre termini quali “basso”, “elevato”, “sostenuto” ecc.

Possiamo affermare che l’acidità media di un vino può essere compresa tra 4,5 – 8 grammi per litro ed il pH può essere compreso tra 3 e 4. Qui va chiarito un punto: mentre l’acidità è espressa in grammi litro (g/l), quindi più comprensibile, il pH è adimensionale ed appare spesso come astratta e teorica in quanto definita matematicamente come logaritmo negativo a base 10 della concentrazione di ioni d’idrogeno associati a molecole di acqua: pH=-log 10 [H3O+]; ai fini pratici dunque, per una maggiore comprensione del ph, diremo più semplicemente che esso esprime la “forza acida” di un vino, tenendo conto che la scala del pH va da 0 a 14, con la neutralità a 7, definendo quindi le sostanze acide in un intervallo compreso tra 0 e 6,99 e le sostanze basiche nell’intervallo da 7,1 a 14.

Il vino ha mediamente un ph compreso tra 3 e 4 e fa parte quindi della famiglia delle sostanze acide. Più alto è il valore di acidità, più basso è il pH (più si avvicina a 3), più l’acidità è bassa più il pH è alto (più si avvicina a 4). Si aggiunga che un vino bianco con acidità totale 6,5 – 7,5 g/l e pH 3,10 – 3,30 ha maggiore potenziale di conservazione e quindi maggiore longevità; un vino bianco invece con acidità totale pari a 4,5 - 5,50 g/l e pH 3,40 – 3,70 avrà minore potenziale di conservazione, meno longevità quindi, ma sicuramente una maggiore godibilità nell’immediato.

Il pH gioca un ruolo fondamentale in enologia anche ai fini della selezione microbica durante la fermentazione alcolica in quanto intorno al valore 3 si adattano e lavorano meglio i lieviti, mentre intorno al 4 sono anzitutto i batteri che trovano un ambiente favorevole al proprio sviluppo; così in un mosto con una acidità elevata ed un pH basso prossimo a 3 come valore, durante il processo fermentativo saranno favoriti i lieviti, mentre a pH alti, prossimi  a 4 ad esempio, saranno favoriti batteri lattici, quelli acetici ed altre famiglie che vanno confondendosi ai lieviti; la fermentazione così non risulterà “pulita” col primo rischio di trovarci in presenza di fermentazioni miste di lieviti e batteri ottenendo quindi vini sommariamente “sporchi”, con effetti chiaramente negativi sulla qualità e sulla finezza espressiva; rischio questo che in annate particolarmente calde, col pH che tende a valori alti, conduce inevitabilmente ad un abbassamento della qualità dei profumi varietali a favore di quelli post-fermentativi; in definitiva mosti con ph bassi e acidità totali elevate danno garanzia di pulizia fermentativa conservando un’accentuata naturale capacità di sfidare il tempo.

Per quanto riguarda i vini rossi va aggiunto che ben sopportano acidità più basse e pH più alti in quanto i composti fenolici in essi contenuti ne accentuano il gusto acido e contribuiscono ancor più alla loro tenuta nel tempo. Ovviamente, per il loro reale potenziale evolutivo contribuiscono alla causa anche l’alcol ed i polifenoli totali.

Ma quali sono questi acidi? I principali acidi organici dell’uva sono l’acido tartarico, l’acido malico e l’acido citrico. L’acido tartarico è il più rappresentativo dei mosti e dei vini ed è poco diffuso in natura al di fuori dell’uva; diluendolo in acqua e degustandolo siffatto presenta una sensazione strenuamente amara, nei mosti e nei vini il suo quantitativo varia da circa 3 a 6 g/l in base alla zona di produzione (nord o sud), l’annata (calda o fresca) e la tipologia di suolo. L’acido malico si riscontra in tutti gli organismi viventi ed è abbondante sopratutto nelle mele verdi da cui il suo nome, quindi il suo gusto è da associare alla sensazione della mela acerba, quindi  un acido “tagliente”; la sua concentrazione è variabile da 1 a 5 g/l e la sua presenza viene compromessa soprattutto nelle annata particolarmente calde.

Per i vini bianchi la tendenza attuale è quella di preservare l’acido malico per garantire al vino una maggiore freschezza e giovinezza, mentre per i vini rossi nella maggior parte dei casi viene fatta svolgere ad opera dei batteri lattici la cosiddetta fermentazione malolattica, che altro non è che la trasformazione dell’acido malico in acido lattico: per ogni grammo di malico si generano 0,67 circa di lattico, quindi assistiamo ad un calo del contenuto di acidità e sopratutto al cambiamento della qualità sensoriale, in quanto l’acido lattico è un acido che potremmo definire più “dolce” o “morbido”. L’acido citrico è molto diffuso in natura, ad esempio negli agrumi, sopratutto nel limone, tant’è che il suo gusto è da associare proprio a quello del limone acerbo; è il meno rappresentativo e il suo quantitativo medio è compreso tra 0,5 – 1 g/l.

Per meglio completare il quadro acidico di un vino dobbiamo fare un breve accenno anche agli altri acidi organici che si generano in fermentazione, primo tra questi è l’acido acetico prodotto soprattutto per l’attività dei batteri acetici dopo la fermentazione ed il suo quantitativo nei vini sani può variare tra 0,2 a 0,6 g/l, con casi particolari dove può raggiungere anche 1 g/l, soprattutto nei vini rossi di lungo invecchiamento dove l’acido acetico può giocare un ruolo sensoriale positivo e complessante. Vi è quindi l‘acido lattico nelle forme D e L: il primo di origine batterica, il secondo prodotto dal metabolismo dei lieviti, l’acido succinico il cui tenore nei vini si aggira intorno a 1 g/l, l’acido butirrico, l’acido propionico ed altri.

In enologia si parla di acidità totale sommando la gran parte degli acidi presenti in un vino, l’ acidità volatile espressa in g/l di acido acetico e l’acidità fissa che si ottiene sottraendo il valore dell’acidità volatile dall’acidità totale. Queste “tre forme dell’acidità”  unitamente al pH hanno una grande  influenza sensoriale e giocano un ruolo importante nella formazione degli equilibri gustativi con le sensazioni dolci (zuccheri e alcoli, glicerolo, mannoproteine) e con le sensazioni amare (composti fenolici); quindi non dovremmo parlare di bella acidità ma più precisamente di “equilibrio acidico” in quanto una acidità elevata con un pH basso, non bilanciata da un buon contenuto di glicerolo o di polisaccaridi da lievito o da legno, potrebbe avere un effetto poco piacevole sul piano sensoriale o quantomeno sbilanciato. L’acidità dunque va sempre valutata in rapporto ad altre numerose sostanze presenti nel vino e dal suo bilanciamento ed equilibrio con queste.

Così, come in musica le note devono essere ben bilanciate per comporre una buona armonia, anche nel vino non dovrebbero esserci note stonate, anche se ultimamente più di qualche addetto ai lavori sembra lodare ad oltranza “l’acidità” di un vino senza precisarne i canoni, creando così tanta confusione tra le varie legioni di appassionati chiaramente non sempre, o non tutti bevitori esperti, lasciandoli così in balìa di tutta una serie di considerazioni che poco aiutano a fare chiarezza, anzi, confondono oltremodo.

Gerardo Vernazzaro, enologo a Cantine Astroni¤.

Intervallo. La Festa del Clan

29 dicembre 2012

La Festa del Clan

Viaggio in Sud Africa, questa è la storia

4 giugno 2012

L’amico Gerardo Vernazzaro, compagno di tante bevute oltre che bravo enologo a Cantine Astroni – e curatore di una rubrica su questo blog -, è stato in Sud Africa per capire cosa succede da quelle parti. Questa è la storia…

Con una tradizione storica di circa 350 anni, in Sud Africa si produceva vino molto prima che in California o in Australia e, tra l’altro, il paese è oggi l’ottavo produttore di vino del mondo. Nonostante il paese mostri un lieve ritardo rispetto agli altri produttori vinicoli del mondo, principalmente dovuto agli avvenimenti politici dello scorso secolo, il Sud Africa si propone al mondo con interessanti vini bianchi e rossi e le premesse per un rapido e importante sviluppo enologico di qualità fanno ben sperare per la produzione futura.

La produzione vinicola è ancora fortemente caratterizzata dalle cooperative, tuttavia si sta registrando, a partire dalla metà degli anni ‘80, un crescente numero di nuovi produttori vinicoli che puntano essenzialmente sui vini di qualità. La zona dove principalmente si produce gran parte del vino è il Capo di Buona Speranza, nella parte più a sud, vicino a Città del Capo.

La storia dell’enologia ha inizio verso la metà del 1600 ad opera di quello che è da tutti considerato come il padre della vitivinicoltura sudafricana: Jan van Riebeeck. Nell’intento di realizzare un punto di ristoro e di sosta per le navi della Compagnia delle Indie Olandesi in rotta verso i paesi dell’estremo oriente, questo giovane chirurgo olandese, che non aveva nessuna nozione né di viticoltura né di pratiche enologiche, intuì tuttavia la necessità di fare trovare vino e distillati agli equipaggi in sosta a Capo di Buona Speranza che avrebbero senz’altro gradito.

Fece quindi arrivare dalla Francia – non è certa l’esatta zona di origine ma con molta probabilità si trattava di chenin blanc e moscato d’Alessandria – alcune viti da piantare e, finalmente, dopo diversi tentativi andati male a causa di incendi appiccati ai vigneti da parte delle popolazioni locali che si aggiunsero agli assalti dei famelici passeri ghiotti di chicchi d’uva, nel 1659 si registra la prima produzione di vino in Sud Africa. Nel diario di Jan van Riebeeck, nella data del 2 febbraio 1659, si trova scritto: «oggi, sia lodato il Signore, per la prima volta abbiamo fatto vino con le uve del Capo».

L’esultanza era certamente comprensibile, tuttavia un cronista dell’epoca ricorda che il vino era incredibilmente astringente, buono solamente per “irritare l’intestino”; non da ultimo, il vino spedito in Olanda veniva spesso rifiutato e rimandato al mittente. Nonostante lo scarso favore e, a quanto pare, i poco incoraggianti risultati dei primi esperimenti, la strada per l’enologia sudafricana era stata tracciata.

Di li a poco, accaddero due avvenimenti significativi che diedero particolare impulso all’enologia locale: il nuovo governatore Simon van der Stel, che arrivò in Sud Africa nel 1679, contrariato dalla forte acidità dei vini locali, decise di fondare nel 1685 la più prestigiosa cantina di tutta la storia del paese: Constantia, la cui fama negli anni arrivò persino a primeggiare con certi vini francesi dell’epoca e con i già celebrati Tokaji ungheresi. Mentre un altro avvenimento che contribuì al miglioramento della qualità del vino in Sud Africa fu l’arrivo, successivamente alla fondazione della cantina Constantia, di circa 200 rifugiati protestanti ugonotti francesi, in fuga dalle persecuzioni religiose dopo la revoca dell’Editto di Nantes, che portarono con loro l’esperienza, senz’altro provvidenziale, delle pratiche enologiche francesi.

I vini di Constantia rappresentarono un caso piuttosto singolare, in quanto erano gli unici del cosiddetto “Nuovo Mondo” a primeggiare, se non a superare, i vini prodotti in Europa e per molti anni preferito dalle Corti Reali d’Europa; lo stesso Napoleone infatti, in esilio all’isola di Sant’Elena, ordinava i vini di Constantia per alleviare il suo tormentoso destino. Erano vini dolci e prodotti nelle versioni rosso e bianco, quest’ultimo più pregiato e ricercato e prodotto perlopiù con Muscat à petit grains a cui veniva probabilmente aggiunto il moscato d’Alessandria e il pontac, un’uva a bacca rossa le cui origini non sono molto certe.

Il declino cominciò dopo l’occupazione delle truppe britanniche, in seguito alle guerre napoleoniche, oltre alla generale debacle di tutto il comparto vinicolo a partire dal 1861. E a rendere ancor più difficoltosa la decadente condizione, come in altri paesi produttori di vino dell’epoca, nel 1886 fece la sua comparsa la temibile fillossera che devastò progressivamente i vigneti del paese. Gli effetti post fillossera si fecero sentire per circa 20 anni e all’inizio del ‘900 i produttori locali ripresero a piantare vigneti, prevalentemente con uva cinsaut (o cinsault), cercando di ridare slancio all’enologia del paese che di fatto, per contro, diede luogo ad una sovrapproduzione che portò nuovamente ad una crisi economica dell’industria enologica del paese. Questa crisi finanziaria portò nel 1918 alla fondazione di una cooperativa di produttori sudafricani, la KWV – Koöperatiewe Wijnbouwers Vereeniging van Zuid Africa (Associazione Cooperativa dei Viticoltori del Sud Africa). 

Lo scopo di questa cooperativa era di fissare dei limiti di produzione, con lo scopo di evitare sovrapproduzioni, e di conseguenza i prezzi minimi del vino. Divenne in breve tempo un potente organismo e nessun vino poteva essere prodotto, venduto o importato in Sud Africa se non per mezzo del KWV. Nonostante questa cooperativa sia ancora attiva e controlli circa il 25% delle esportazioni dei distillati e del vino sudafricano, oggi ha perso molto del suo dominio e attualmente è ristrutturata come un gruppo di compagnie private. Nonostante si debba riconoscere il merito di questa organizzazione per avere contribuito alla stabilizzazione dei prezzi così come alla regolamentazione della produzione vinicola, KWV ha anche lasciato poco spazio alla creatività e all’iniziativa personale dei produttori, determinando, di fatto, un ritardo nelle tecnologie e nella qualità dei vini, che invece negli altri paesi stava procedendo in modo spedito e determinante. Il cambiamento in favore della qualità è iniziato verso la metà degli anni ’80, quando si è assistito ad un cambiamento radicale dell’industria enologica in favore dei piccoli produttori rispetto a quello che era invece la norma fino a quei tempi, cioè le cooperative. 

Le zone di produzione: il centro della produzione vinicola è circoscritto nel cosiddetto “Capo”, nella parte più a sud del paese, in prossimità di Città del Capo e del Capo di Buona Speranza. Le regioni di principale interesse sono certamente Paarl e Stellenbosch, dove si produce anche la maggiore quantità di vino del paese. Qui si producono sia vini bianchi che vini rossi e, non da ultimo, vini fortificati e metodo classico (Cap Classique). Il clima è favorito dalla vicinanza con i due oceani, Atlantico e Indiano, condizioni che consentono la produzione di vini di qualità e, non a caso, i migliori vini del Sud Africa provengono proprio da queste zone. 

La zona di produzione più antica rimane Constantia, nel distretto di Capo di Buona Speranza; un luogo che beneficia sia di un clima fresco sia della vicinanza dell’oceano Atlantico. La zona è famosa per il suo celebre vino dolce, ma si producono anche vini fermi da uve chardonnay e sauvignon blanc, oltre a vini rossi da cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot. A circa 45 chilometri ad est di Città del Capo, si trova un’altra celebre zona vinicola del paese, Stellenbosch, prestigiosa città universitaria. Tradizionalmente viene considerata fra le più antiche zone di produzione del paese, dopo Constantia, oltre che fra le più importanti, sia per produzione che per qualità. Il clima di questa zona è piuttosto temperato dalle correnti provenienti dall’oceano Atlantico e le uve coltivate sono il cabernet sauvignon, il merlot, il syrah e il pinotage (pinot nero x cinsault). In questa zona si producono inoltre anche buoni vini fortificati nello stile “Porto” e vini bianchi prodotti con uve chardonnay e sauvignon blanc. Ancora più a nord di Stellenbosch, c’è Paarl. 

Qui oltre a vini bianchi e rossi, ci sono ottime espressioni anche di vini liquorosi, spumanti e brandy. In particolare i vini fortificati sono prodotti con le stesse tecniche con cui si producono i celebri Jerez in Spagna, e spesso la loro qualità viene considerata al loro pari. Le uve prevalentemente coltivate nella zona sono lo chenin blanc, lo chardonnay, il sauvignon blanc, il cabernet sauvignon e il merlot. Un’area molto rinomata di questa regione è Franschoek, originale insediamento degli ugonotti francesi, dove si producono interessanti vini di qualità, in particolare con uve sémillon. Altre zone di interesse sono Hermanus, a sud di Città del Capo, dove si producono interessanti pinot nero e chardonnay, Durbanville, ad ovest di Paarl, dove si producono in prevalenza vini bianchi. Altre zone sono Worcester, Klein Karoo, Mossel Bay, Elgin e Walker Bay.

Qui, sul wineblog di Luciano Pignataro, il bel racconto del viaggio.

Un piatto, il suo vino. Fatene il vostro gioco…

29 febbraio 2012

Da un lato un piatto, un bel piatto di pasta che concettualmente si potrebbe tranquillamente definire trasversale: povero ma ricco, appetibile e pieno di sostanza, profumato, fresco, alleggerito, saporito il giusto. L’intuizione è terragna, che più semplice non potrebbe essere, coi porri e la salsiccia “pezzente”; un connubio pensato bene, riuscito e mantecato meglio, ingentilito con giustezza da quel richiamo al mare, che sa di fasolari, ma non necessariamente. Buono a sapersi, tra i piatti cult in carta a Sud come probabilmente lo diventeranno anche questi nuovi appena segnalati sul suo sito da Luciano Pignataro, tra i quali consiglio vivamente di non mancare il cous cous di soffritto su crema di cipolla, yogurt e paprika.

Nel bicchiere invece il primo Nastro Rosa* doc per i Campi Flegrei. Il primo rosato 2011 bevuto, s’intende, provato giustappunto l’altra sera a cena da Pino e Marianna. Un piedirosso dal bel colore rosa tenue, luminoso e vivace, col “naso” evidentemente ancora imbrigliato dallo stress da vasca ma un sapore, asciutto, vivido, minerale, sapido, già determinato a conquistarsi tutti i palati più gentili, sbarazzini, assetati di territorio; “senza pensarci troppo su però - come ci tiene a sottolineare l’amico Gerardo Vernazzaro, enologo a Cantine Astroni -, le chiacchiere conserviamocele per altri vini, magari proprio per quelli di cui tra l’altro tanto più si parla e sempre meno se ne bevono”.

Allora, questi gli elementi, accontentiamoci e fatene pure il vostro prossimo gioco di abbinamento cibo-vino, senza esagerare naturalmente, tanto ci sarà sempre uno che ne saprà più di voi! 

* non avendo ancora scelto un nome definitivo – il vino tra l’altro uscirà solo a metà aprile prossimo -, mi sono permesso, con “Nastro Rosa”, di avanzare un mio piccolo suggerimento agli amici Gerardo ed Emanuela per il loro primo rosato doc Campi Flegrei firmato Cantine Astroni. 

Il Piedirosso dei Campi Flegrei, un passo avanti, due indietro (assaggi sparsi del 2010 e altro)

21 dicembre 2011

E’ inutile girarci intorno, con questo piedirosso è proprio dura, ancor più dura di quanto ci aspettassimo. Il vitigno in effetti pare non fare assolutamente comcessioni, e assaggio dopo assaggio ci siamo resi conto, bicchiere alla mano, che non è solo un luogo comune il fatto che da molti vignaioli viene indicato come una vera “brutta bestia”, per non parlare degli enologi per i quali rimane “una bella gatta da pelare” in cantina; così ci siamo dovuti dar pace e accettare, per lo più unanime, un verdetto finale più pesante del previsto: calma è sangue freddo, la strada è di parecchio in salita.

Perchè? Bene, riprendendo a grandi linee concetti già espressi sull’argomento su questo blog (leggi qui) , per troppo tempo ci siamo abituati all’idea che certe puzzette o caratteri vegetali del piedirosso fossero tratti distintivi tipici del vitigno, quando non addirittura del territorio; ci sbagliavamo naturalmente, e lo abbiamo imparato in fretta. Bene ha fatto invece chi, dopo anni di penitenza e importanti investimenti in vigna e in cantina punta a ridare una certa dignità colturale, enologica, e quindi organolettica, a quello che personalmente ritengo invece essere il più interessante ed eclettico dei vitigni a bacca rossa campani.

Detto questo però, tale esempio appare disatteso da molti, che continuano – dannazione! -, ad accontentarsi di esserci anziché crescere e migliorare, in una parola: emergere. Non sta certo a me, a noi fans, indicare una via certa, però qui c’è da avviare subito una analisi ancor più profonda e tecnica sullo “stato delle arti” qui nei Campi Flegrei; mettere in campo, ognuno da più parti, le proprie conoscenze e competenze per il bene comune. Un lavoro sporco e duro, ma estremamente necessario, urgente direi, che richiami all’impegno, oltre che dei produttori, di tutti gli organi della filiera di produzione e tutela affinché si lavori di concerto – come è avvenuto per esempio, in maniera pregevole, per le recenti modifiche al disciplinare (leggi qui) - per il bene della denominazione e in particolar modo per il vino piedirosso dei Campi Flegrei. Tant’è che mi tocca essere sincero: l’impressione che si ha oggi nel mettere il naso in questi bicchieri, è che ognuno vada per la sua strada, e che alcuni, per quanto girino, lo facciano a tentoni.

E’ pur vero che il varietale occupa solo in minima parte il vigneto a denominazione, e impegna se vogliamo risorse ed energie talvolta antieconomiche per l’esigua produzione stessa, però salvaguardare il piedirosso, studiarne e approfondirne meglio le caratteristiche colturali, le attitudini enologiche, comprenderle, per vinificarlo meglio – vivaddio! -, rimane l’unica via per proporlo, imporre al mercato, un prodotto quasi esclusivamente flegreo e sempre più necessario con una domanda del vino sempre più indirizzata a scansare vini sovra strutturati e grassi in favore di quelli capaci di tessiture organolettiche snelle e certamente più serbevoli; vini insomma come solo il per ‘e palummo dei Campi Flegrei sa regalare in Campania. 

Un paio di precisazioni: abbiamo preso in esame esclusivamente i vini fregiati con la doc, anzitutto dell’annata 2010 e, chi ce l’ha concesso, dei loro cru  2009 o 2008. Infine, è bene ribadire che la sequenza così proposta non è in alcun modo da intendere come una classifica di merito.

Campi Flegrei Piedirosso Colle Rotondella 2010 Cantine Astroni – Napoli.  Bello il colore, rubino con ancora sfumature porpora sull’unghia del vino. Naso mascolino, vibrante ed elegante, di rosa passita, sorbe e muschio. Sorso asciutto e fresco, con buona intensità. Chiude con nerbo, ma discreto e gradevole.

Campi Flegrei Piedirosso Terracalda 2010 Cantine Babbo – Pozzuoli. Colore rubino granato; primo naso quasi infastidito da una leggera nota volatile; lentamente si affacciano accenni floreali di lavanda e rosa passita, poi ancora un sottile richiamo alla “terra bagnata”. Asciutto e gradevole al palato, caldo ma non troppo.

Campi Flegrei Piedirosso 2009 Cantine del Mare – Monte di Procida. Bello il colore di questo vino, rubino pienamente espressivo, cristallino e abbastanza trasparente. Naso tenue, pur giocato su un varietale dei più riconoscibili: geranio, rosa e violetta. In bocca è chiaro, asciutto e serbevole, marcatamente sapido, manca di un guizzo ma è indiscutibilmente gradevole.  

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Cantine Farro – Bacoli. Colore rubino con lieve tendenza al granato. Primo naso quasi idrocarburico, ma dura poco, così il tono olfattivo vira su fini sentori floreali passiti. Il sorso è maturo, pronunciato sul frutto, paga dazio in lunghezza ma rimane di estrema correttezza gustativa. Lineare.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Carputo Vini – Quarto. Colore rubino tendente al bruno, inaspettato aggiungo io. Naso a lungo in riduzione, quasi terroso. Al palato è discreto, offre un sorso abbastanza maturo che chiude asciutto e morbido. Da rimarcare, sul finale di bocca, un piacevole ritorno balsamico.

Campi Flegrei Piedirosso 2008 Contrada Salandra – Pozzuoli. Colore rubino granato, abbastanza gradevole per la maturità del millesimo; naso inizialmente concentrico su note animali, pelo e cuoio, con una lieve nota volatile a infastidirne l’approccio. Molto lentamente tira fuori anche dell’altro, su note comunque mature, definitive, evolute. Palato asciutto, di buono spessore e profondità gustativa. Risoluto.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Grotta del Sole – Quarto. Colore rubino porpora intenso e poco trasparente. Primo naso denso e voluminoso, i sentori viaggiano su riconoscimenti di viola passita, susina e spezie dolci. Al palato è asciutto e intenso, sorso appena caldo con un tannino ben risoluto. Chiusura balsamica e sapida.

Campi Flegrei Piedirosso Riserva Montegauro 2008 Grotta del Sole – Quarto. Inevitabilmente forse, il più riconosciuto della batteria, quel vino una spanna sopra tutti che per intensità, ampiezza e fittezza, di naso e bocca, ti fa fermare e riflettere. Pensare. Il colore è fitto e impenetrabile, il quadro olfattivo è avvincente, frutta sopra tutto; il sorso è denso e piuttosto lungo, sostenuto da puntuta acidità e fini tannini. Lo aspettiamo alla soglia del tempo, ancora una volta, per avere maggiore contezza della buona qualità varietale esaltata però, indubbiamente, dalla palese interpretazione, appannaggio di una ferrata memoria e senza dubbio di una cantina all’altezza.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Le Cantine dell’Averno – Pozzuoli. Colore rubino vivace, il timbro olfattivo è vinoso e varietale, offre poca intensità ma i sentori risultano puliti e molto gradevoli. Sorso asciutto e di pregevole finezza, manca di profondità, di spina dorsale come si suole dire, ma lascia cogliere buona materia.

Campi Flegrei Piedirosso Gruccione 2010 Az. Agr. Montespina/Antonio Iovino – Pozzuoli.  Interessante il colore rubino tenue, abbastanza trasparente ma assai elegante; L’incipit olfattivo è di viola e geranio, un classico. Al palato è asciutto e lineare, appena vivace sul finale di bocca.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 La Sibilla – Bacoli. Colore rubino granato, un tantino cupo. Naso inizialmente scomposto, il bel frutto è coperto per un po’ da una poco piacevole nota volatile. Lentamente si apre e finalmente ci lascia apprezzare l’immediatezza dell’approccio: olfatto sottile, fugace ma invitante. Sorso più interessante, giocato in leggerezza ma sempre vivace. Sul finale di bocca una lieve nota amarognola.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Tenute Matilde Zasso – Pozzuoli. Colore rubino porpora con buona intensità. L’aspettiamo per un po’, appare chiuso su sentori vegetali, terrosi e animali. Poi un leggero richiamo a frutti neri. Il sorso è asciutto e piacevolmente fresco, con un finale appena caldo, breve ma comunque appagante.

Campi Flegrei Piedirosso Agnanum 2010 Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. In grande spolvero il colore, bel rubino con nuances porpora, intenso e vivace con un primo naso invitante e altrettanto vibrante. Frutto in primissimo piano, croccante e polposo, poi note di macchia mediterranea e spezie, origano fresco. Il sorso è succoso e nerboruto, fresco e parecchio lungo.

Campi Flegrei Piedirosso Vigna delle Volpi 2008 Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. Colore rubino granato, primo naso di forte impatto emozionale, assai varietale e puntuto. Arrivano note di frutta polposa intrise di sfumature balsamiche e speziate; il legno è perfettamente digerito, tutt’uno con la materia. Molto elegante. Al palato è austero, regala un sorso discretamente asciutto, di buon spessore ma non prorompente, anzi. Rimane a lungo in bocca, gustoso e gradevolissimo. Da manuale.

Nota a margine: tutti i vini sono stati aperti due ore prima di essere serviti, alla corretta temperatura di servizio e alla cieca, in batterie da 6 assaggi alla fine di ognuna delle quali si è avuto un ampio confronto prima di svelarli. Con il sottoscritto, hanno partecipato al panel Giulia Cannada Bartoli, giornalista free-lance e sommelier, Michela Guadagno, sommelier, Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli, Nando Salemme, ristoratore e sommelier professionista.

Una esclusiva L’Arcante, esce in contemporanea anche sul sito www.lucianopignataro.it.

Falanghina dei Campi Flegrei, prospettive

16 dicembre 2011

L’iniziativa era di quelle mai riuscite prima: organizzare il più completo panel di degustazione dei vini doc Falanghina e Piedirosso dei Campi Flegrei insistenti sul territorio; devo dire che l’idea è piaciuta subito a molti, tanto da avere la conferma di sicura partecipazione da quasi tutti quanti i produttori, che ringrazio anzitutto per avermi dato ascolto, concesso quei pochi minuti del loro prezioso tempo; tuttavia, ne sono certo, questo momento verrà apprezzato anche da chi poi alla fine, per un motivo o per un’altro, il vino non ce l’ha più mandato.

Certo è che certe cose aiutano parecchio a crescere e capire, ovvero comprendere meglio un territorio tanto ricco da un punto di vista vitivinicolo quanto frammentato e misconosciuto. Una frammentazione da cogliere anzitutto come varia eterogeneità espressiva, con tutti i pro e i contro di una tale connotazione;  e che durante gli assaggi si è manifestata palesemente, e non tanto, o non solo, per le evidenti diversità territoriali dove i produttori si muovono – ricorrendo molti di questi di solito ad assemblaggi di vini da più vigne spesso dislocate anche su comuni diversi -, quanto per l’idea e la capacità interpretativa, non sempre riuscita, va detto, che tende però a distinguere comunque ognuno di loro: mi riferisco per esempio alla conoscenza – leggi dedizione, studio, soprattutto storico-comportamentale – dei due varietali flegrei, del vigneto e delle vigne che conducono, ma anche elementi apparentemente più alla portata come saper leggere attentamente una vendemmia o perseguire un know-how efficace in cantina capace quantomeno di ridurre i margini “d’errore”, quando non addirittura farti fare il famoso salto di qualità.

Insomma, ci siamo ritrovati dinanzi a vini con tanti buoni spunti di riflessione su cui costruire prospettive assai incoraggianti ma anche alcuni con evidenti limiti, sia a riguardo della Falanghina, di cui leggete oggi, quanto più col Piedirosso, la “brutta bestia” di cui però leggerete tra qualche giorno. C’è da fare ancora tanta strada, è indubbio, però per favore credeteci, credeteci, credeteci. E non vi nascondete!

Un paio di precisazioni: abbiamo preso in esame esclusivamente i vini* fregiati con la doc, anzitutto dell’annata 2010 e ove non possibile (per chi ancora non è “uscito” con questo millesimo) il 2009 e il 2008. Infine, la sequenza qui proposta non è in alcun modo una classifica di merito.

Campi Flegrei Falanghina Mare Chiaro 2010 Azienda Agricola Varriale – Napoli. Bel paglierino vivace, primo naso caratterizzato da un lieve attacco di solforosa che però va via quasi subito per lasciare spazio a gradevoli note floreali e fruttate. Abbastanza varietale, meriterebbe un po’ più di attenzione. In bocca è secco, appena vivace, di estrema bevibilità e piuttosto sapido.

Campi Flegrei Falanghina Colle Imperatrice 2010 Cantine Astroni – Napoli. Colore paglierino abbastanza carico, naso inizialmente salmastro, poi man mano meglio pronunciato su piacevoli sentori floreali di camomilla e nitida albicocca. Al  palato offre un sorso teso e minerale, non lunghissimo ma assai rinfrancante.

Campi Flegrei Falanghina Sintema 2010 Cantine Babbo – Pozzuoli. Paglierino tenue, il naso rimane un tantino monocorde ma estremamente pulito e fine su gradevoli note erbacee e floreali. Sorso asciutto e leggero, molto gradevole. In crescita.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Cantine del Mare – Monte di Procida.  Con sommo dispiacere entrambe le bottiglie consegnateci per la degustazione hanno evidenziato un avanzato stato di maderizzazione, impossibile quindi esprimere giudizi; un gran peccato poiché proprio poche settimane fa mi aveva personalmente conquistato. Da ritornarci subito su. 

Campi Flegrei Falanghina 2010 Cantine Farro – Bacoli. Paglierino tenue, naso estremamente pulito e varietale (gelsomino, mela, pera). Al palato è sobrio, infonde sottile mineralità ad ogni sorso.

Campi Flegrei Falanghina Le Cigliate 2010 Cantine Farro – Bacoli. Anche qui il colore non fa una grinza, paglierino tenue e cristallino. Al naso sentori di nespola, mela e macchia mediterranea, fini ed eleganti con una certa insistenza. In bocca è secco, in perfetta sintonia evolutiva e di estremo equilibrio gustativo. Sul finale di bocca, un gradevole ritorno balsamico.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Carpunto Vini – Quarto. Paglierino ben fissato, naso inizialmente scomposto, appare sovramaturo e con un certa insistenza di mela cotta. In bocca si esprime meglio, lineare e serbevole con un buon finale sapido.

Campi Flegrei Falanghina Collina Viticella 2010 Carpunto Vini - Quarto. Dei due un passo avanti: colore paglierino netto, con un naso sicuramente più riconoscibile e invitante, che vira ad un certo punto su lievi sentori speziati. Il ricordo personale è di un vino affinato in solo acciaio e bottiglia, che sia cambiato qualcosa nel frattempo? Sorso asciutto e di buona intensità pur se non particolarmente persistente.

Campi Flegrei Falanghina 2009 Contrada Salandra – Pozzuoli. Colore paglierino di buona intensità, primo naso subito salmastro, poi si apre su gradevoli sentori floreali e fruttati, lievemente balsamico. Palato asciutto, mostra però una certa spalla alcolica che ne accentua certo la densità gustativa affaticandone però la beva.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Grotta del Sole – Quarto. Colore paglierino tenue, naso anzitutto minerale, quasi pungente, caratteristica questa particolarmente accentuata soprattutto sullo slancio iniziale. Poi gradevoli nuances erbacee e di macchia mediterranea. Sorso asciutto e risoluto.

Campi Flegrei Falanghina Coste di Cuma 2010 Grotta del Sole – Quarto. Colore paglierino con ancora sfumature verdoline; Offre un primo naso di estrema finezza balsamica, poi concede una dolcissima sciorinata di frutta, di pesca bianca, nespola e pera anzitutto, e sentori di macchia mediterranea. Sorso assai fresco, quasi citrino sull’attacco gustativo ma che recupera con un finale di bocca gradevolmente sapido. In rampa di lancio.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Le Cantine dell’Averno – Pozzuoli. Colore paglierino, primo naso subito acconciato su sentori varietali, poi nel tempo concede sfumature di camomilla e pera matura. In bocca è asciutto e minerale con un finale rotondo e decisamente sapido.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Il IV Miglio – Quarto. Paglierino carico, naso subito maturo, sentori di frutta a polpa gialla, pesca e albicocca. Sul finire un ritorno dolce di miele di millefiori. Al palato è asciutto, infonde buona tensione gustativa per tutta la bevuta. Sul finale di bocca un ritorno appena troppo caldo.

Campi Flegrei Falanghina Macchia bianco 2007 Il IV Miglio – Quarto. Colore oro, naso buccioso e intriso di note balsamiche e lievemente speziate, di zenzero. Sorso ancora integro pur se risoluto, espressivo di una certa idea di falanghina dei Campi Flegrei non trascurabile. Un fuoriprogramma ben gradito da raccontare ancora.

Campi Flegrei Falanghina Grande Farnia 2010  Azienda Agr. Montespina/Antonio Iovino – Pozzuoli. Paglierino, primo naso quasi fugace, poi ritorna prorompente e vulcanico con un timbro decisamente minerale, con nitidi richiami sulfurei e pomice. Sorso incalzante ma ben bilanciato. Chiude morbido.

Campi Flegrei Falanghina 2010 La Sibilla – Bacoli. Paglierino tenue, naso inizialmente scomposto, improntato su note dolci un tantino invadenti, di bon bon; lentamente poi riecheggiano note balsamiche e mela a sostenerne discrezione e finezza. Al palato è secco, di buona intensità anche se breve.

Campi Flegrei Falanghina CrunadeLago 2009 La Sibilla – Bacoli. Uno dei più riconoscibili e riconosciuti in batteria; quasi un must ormai. Colore paglierino carico, primo naso quasi empireumatico, ricco di sfumature: latte di mandorla, pietra focaia, burro. Poi si ricompone su note più tradizionali, mantenendo però vivo il ricordo minerale che insiste anche al palato dove regala un sorso teso e di spessore con un finale lungo e balsamico.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Tenute Matilde Zasso – Pozzuoli. Paglierino tenue con un naso integro e pulito. Non offre grandi spunti ma corrisponde sentori erbacei e fruttati di mela a un sorso fresco e gradevolmente sapido.

Campi Flegrei Falanghina Agnanum 2010  Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. Paglierino carico, primo naso intrigante, maturo e abbastanza intenso con una netta insistenza fruttata e balsamica, albicocca e aghi di pino. Sorso asciutto, rustico ma fitto e convincente. A tratti sferza il palato con una beva vivace e di buon carattere.

Campi Flegrei Falanghina Vigna del Pino 2009 Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. Paglierino con bella vivacità. Naso elegante e ficcante, tanta materia, che lentamente si va svestendo dell’incidenza del legno e offre nitidi sentori di macchia mediterranea e albicocca matura. Al palato è di buona intensità, con un finale di bocca parecchio persistente. 

Considerazioni, di Giulia Cannada Bartoli. Operazioni di questo genere, ossia una valutazione praticamente esaustiva del panorama della doc Falanghina Campi Flegrei, dovrebbero svolgersi annualmente per monitorare la direzione intrapresa dai produttori e verificare se la stessa si mantenga sempre coerente con il territorio.

Il risultato emerso dalla degustazione di venti campioni tra vini base e cru,  se, da un lato, ci ha lasciati convinti, dall’altro, complice la difficile annata 2010 e l’ansia del mercato, ci ha indotti a considerazioni relative alla maturità commerciale del comparto che, negli ultimi anni, è cresciuto in maniera notevole, soprattutto con riferimento alle piccole aziende, quasi sempre a conduzione familiare, dove, eccetto alcuni casi,  il reddito agricolo è secondario rispetto ad altre attività professionali.

La fretta imposta dal mercato e da certa ristorazione,  spesso induce i produttori, poco abituati alle logiche moderne del mercato globale, a vinificare in fretta, qualche volta trascurando le esigenze e le caratteristiche  delle vigne che insistono su un’area complessiva di circa 150 ettari iscritti alla doc. Parliamo, come detto sopra, di un territorio estremamente parcellizzato, ma ricchissimo in quanto a biodiversità, è questo il patrimonio da esaltare. Ciò che emerge è un buon livello medio di qualità della materia, purtroppo, non sempre sostenuto, esclusi i casi di aziende leader, da una maggiore concentrazione rispetto alla gestione delle vigne e della cantina e da una realistica analisi del mercato.

Le potenzialità del territorio sono enormi, il numero di aziende permette senz’altro lo sviluppo di una coesione nutrita da forte spirito associativo, che, se da un lato sta muovendo i primissimi passi con il Consorzio di Tutela e Le Strade del Vino, dall’altro, soffre del congenito individualismo dei viticoltori campani. La Falanghina dei Campi Flegrei ha, potenzialmente, le carte in regola, per assumere il ruolo di testimonial trainante dell’intero territorio, intersecandosi con le  realtà produttive del turismo, della ristorazione e dell’accoglienza: in poche parole bisogna lavorare tutti insieme affinchè si possa finalmente affermare: “Falanghina = Campi Flegrei”, ovvero storia, tradizione, cultura e costante innovazione. 

* tutti i vini sono stati aperti per tempo, serviti alle corrette temperature di servizio e alla cieca, in batterie da 6 assaggi alla fine di ognuna delle quali si è avuto un confronto prima di svelarli. Con il sottoscritto, hanno partecipato al panel Giulia Cannada Bartoli, giornalista free-lance e sommelier, Michela Guadagno, sommelier, Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli, Nando Salemme, ristoratore e sommelier professionista.

Una esclusiva L’Arcante, esce anche su www.lucianopignataro.it.


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