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Barbaresco, Langhe Alteni di Brassica 1998 Gaja

1 novembre 2012

Curioso ma vero, tra i tantissimi vini provati durante le giornate spese tra Gavi e Barbaresco, due in particolare mi hanno conquistato: un Gavi ‘96 di Villa Sparina e un Alteni di Brassica ‘98 di Gaja. Strano, ma è così.

Il primo l’abbiamo colto alla fine di una grandissima giornata di degustazioni con Pepi Mongiardino, regalo di Massimo Moccagatta di Villa Sparina che ci ha accolto a pranzo nel suo meraviglioso Resort di Monterotondo, nel cuore del Gavi docg. Un bianco d’altri tempi, 11 gradi e mezzo di gran carattere che, svanita quella fastidiosa nota idrocarburica al naso si è aperto in maniera eccezionale regalandoci grandi sospiri e fresche emozioni. Un vino certamente risoluto, ma integro e godibilissimo. Millenovecentonovantasei! 

L’Alteni ’98 invece è un regalo, l’indomani, di Angelo Gaja, a conclusione di un’altro momento memorabile nel suo splendido castello a Barbaresco. Anche questo è arrivato alla fine di una batteria da sogno: Costa Russi, Sorì San Lorenzo, Sperss, Sorì Tildin e altro ancora. Anche lui c’ha fatto una bella figura, forse inaspettatamente (per noi), per questo ancora più sorprendente. Per chi non lo sapesse stiamo parlando di un sauvignon blanc, tra i primi all’epoca a sbarcare – e sbancare – in Italia, i cui primi impianti risalgono all’83. 

Il colore, nonostante il timbro chiaramente maturo ha conservato luminose venature verdi sull’unghia. Soave e dolce il primo naso, offre sentori fruttati e vegetali ancora ben distinguibili, come ad esempio il pompelmo e il sambuco. Il sorso è chiaramente segnato dal tempo ma di certo non si può dire sopito tant’è che freschezza e sapidità ancora giocano a rincorrersi, primeggiare, sostenute da un buon corpo mai pesante. Bianco di gran levatura. A memoria ricordo di non aver mai bevuto un sauvignon così lontano nel tempo. E buono.

P.S.: un caso, ma non a caso, ha voluto entrambi i vini serviti conservati in bottiglie Magnum (litro e mezzo).

Novi Ligure, Filagnotti ’09 Cascina degli Ulivi

20 maggio 2011

Qualcosa non andava, sarò stato io, o la sottile insistenza di quella volatile incipiente; al che mi son convinto nel prendere tempo. Lasciar andare su la temperatura, aspettare e profondere maggiore attenzione. Decisamente dovuta.

E’ chiaro che, al momento, non sarò mai un fan della biodinamica, o di quel dire “così è se vi piace, e non può essere altrimenti” intendo, rimangono troppi punti oscuri che il mio intelletto fa ancora fatica, e parecchio, a decifrare: su tutti, dove finisce “il pensiero filosofico” e dove invece comincia l’opportunità commerciale? Un classico insomma! Ciononostante non riesco a fare a meno di ritornarci su, di tanto in tanto, ed infilarci le mani in pasta, ovvero il naso nel bicchiere. Un po’ come dannarsi l’anima con il cubo di Rubik, senza perdere però il sottile piacere della sfida.

Poi c’è il Filagnotti duemilanove di Cascina degli Ulivi, un vino decisamente complesso, per non dire complicato; contorto e scomposto di primo acchito, ma che sa, pieno di sé, cosa vuole dire e come vuol farlo: è lui l’altro Gavi, o quello che non c’è più, dato che dalla vendemmia 2008 è fuori disciplinare docg: una scelta meditata, dicono, sofferta ma necessaria. Nasce da uve cortese coltivate in località Tassarolo, da vigne con esposizione a sud ovest, su terreni rossi e argillosi. La raccolta 2009 del cortese, “tra le migliori mai avute” – mi racconta Sonia Torretta, l’enologa, raggiunta al telefono per aver più chiaro il quadro produttivo -, è avvenuta quell’anno verso metà settembre, poco dopo aver tirato giù dalle piante il moscato, subito prima del dolcetto; E’ stato vinificato esclusivamente in botti di legno di acacia di 25 hl, in ognuna è stata lasciata una quantità pari a 25 kg di grappoli non diraspati. Così, dopo un primo (ed unico) travaso per eliminare le fecce più grossolane, è rimasto per tutto un anno sulle fecce fini, sur lies si direbbe, sempre in legno prima di finire in bottiglia.

Il colore è un giallo paglierino carico, tendente all’oro, naturalmente non limpidissimo ma consistente e pieno di fascino. Il primo naso, come detto, allontana, però merita attenzione; una volta superata una prima fase di evidente empasse comincia a tirare fuori carattere e franchezza, qualità tra l’altro confermate certamente al gusto. Naso buccioso, vinoso, con sottili note di erbe officinali e frutta passita che rincorrono sentori di fieno e foglie secche, nocciola e frumento.

Vino di carattere, nonostante i 12 gradi e mezzo, di buon corpo; offre una beva non certamente facile, a tratti ruvida e graffiante, eppure espressiva, oltretutto di una buona prospettiva di vita. Difficile accostarlo a tavola sui classici piatti di pesce, meglio su primi piatti sugosi, anche aromatizzati, o preparazioni a base di carni, non necessariamente bianche, o ancora su formaggi mediamente stagionati. Attenzione a non servirlo troppo fresco, bene sui 12°/14°. Utile segnalarvi che non v’è assolutamente aggiunta di solforosa. Importante ribadire che chi non ama questa tipologia di vini, me compreso, difficilmente se ne innamorerà anche dopo questo assaggio; ma mettiamola così, perché non concedersi, ogni tanto, una stravagante avventura?

Per saperne di più sull’azienda o il pensiero Biodinamico di Stefano Bellotti date pure un’occhiata qui al sito di Cascina degli Ulivi.


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