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Intervallo. Sì, è Bollito Piemontese!

3 novembre 2012

La ricetta originale dice che a metà pasto andrebbe servito un richiamo, ad esempio una lonza arrostita con pepe ed aglio insieme a dei contorni  tipo patate lesse, spinaci al burro, funghi trifolati, cipolle in agrodolce ed una tazza di brodo diventati ormai gli inseparabili compagni del bollito misto.

Ciò che fanno il piatto invece sono generalmente sette tagli di polpa (tenerone, scaramella, muscolo di coscia, muscoletto, spalla, fiocco di punta, cappello del prete) e sette ammennicoli (lingua, testina col musetto, coda, zampino, gallina, cotechino, rollata) portati in tavola con sette salse: una verde “rustica”, una verde “ricca”, la salsa rossa, al cren (rafano), mostarda, cugnà – come quella meravigliosa mangiata all’Antica Torre – ed una al miele. Per dirvi, c’è anche una confraternita del Gran Bollito misto all’italiana.

22-23-24-25 Ottobre Duemiladodici. Il Viaggio…

17 ottobre 2012

Sabatino, quasi 20 anni al Palace, se ne va in pensione. Gennaro festeggia per il terzo anno di seguito i suoi 50 anni. Antonio, non so perché, ma ci sta bene. Luca s’è fatto il culo, come del resto un po’ tutti quanti noi quest’anno, lui però giusto quel poco in più che quando c’è si nota subito. Nando, eh Nando, ah sì, per grazia di Dio. Pino? Beh, Marianna gli ha preso 16, se lo merita, lui! Fabrizio, Gianni, Mimmo sarà un piacere enorme averli con noi. Francesco poi ci deve stare per forza, sennò…

Insomma, per farla breve, il 22 ottobre prossimo si parte e il 23, 24, 25 saremo da quelle parti (e altrove) tra vigne e cantine. A conoscere persone. Ce lo siamo meritato tutto. Sì, anch’io, sino all’ultima goccia!

Barolo Riserva Gran Bussia ’99 Aldo Conterno Vs Taurasi Riserva Centotrenta ’99 Mastroberardino

10 febbraio 2012

Giusto una settimana fa  (leggi qui) coglievamo l’occasione di un confronto nato così per caso per spendere due parole sull’aglianico, il nebbiolo e l’importanza di una giusta interpretazione che tenda a valorizzarne – nel tempo, non solo sull’immediato – i profili organolettici piuttosto che le velleità commerciali. Sempre per caso, è venuta fuori una quasi seconda puntata delle serie con altri due bei protagonisti…

Monforte d’Alba, località Bussia Soprana, nel bel mezzo del Barolo docg. Alla conta dei numeri Poderi Aldo Conterno mette in campo 25 ettari di vigna, una decina di vini prodotti, i classici langaroli ed una storica profonda attenzione al Re dei vini, alle sue riserve in particolar modo. Gran Bussia nasce nelle vigne Romirasco, Cicala e Colonnello – per la precisione, salvo annate particolari che ne raccomandino una diversa interpretazione, 70% della prima e il restante 30% perfettamente suddiviso tra le altre due -, dove è piantato tutto nebbiolo delle varietà michet e lampia, particolarmente adatte, si dice, al terreno di queste vigne, essenzialmente costituito da strati di sabbia più o meno compatta, di colore grigio-bruno, alternato da marne calcaree bianche e bluastre.

La vinificazione è quella classica, avviene tutta in acciaio, a temperatura controllata con macerazione delle bucce fino a 25-30 giorni, sino a fine fermentazione alcolica. Poi rovere di Slavonia, botti grandi quindi, per almeno 40 mesi. Anche qui non manca l’uso di barriques, ma solo per gli altri vini prodotti, non per i Barolo. Il Riserva Gran Bussia quindi, quando esce, per inciso, è la summa dei migliori nebbiolo raccolti in azienda. Insomma, non uno qualsiasi ma un signor Barolo.

E nei fatti ci godiamo un rosso dal bel colore granato piuttosto vivo, solo sull’unghia del vino nel bicchiere cominciano appena ad intravedersi lievi spunti aranciati. Il primo naso è un manifesto, già intriso di sentori balsamici, di sottobosco, cuoio, humus, chiede tempo soprattutto per smarcarsi da un sentore simil-vinilico, di insistente ceralacca un tantino fastidiosi; il ventaglio olfattivo però sa solo migliorare, non certo in verticale, ma riconoscimenti di pepe, di noce moscata e tabacco confermano, alla fine e nel complesso, un bagaglio varietale di tutto rispetto. Il sorso è asciutto e teso, ancora nerboruto, sapido, manca solo, forse, di quella freschezza capace di fartelo apprezzare a pieno, di quella spinta decisiva a decretarne una definitiva completezza degustativa. Nonostante gli anni. Sì perché una dozzina di anni, per un signor Barolo, non possono già essere troppi.

Centotrenta nasce per celebrare i primi 130 anni di vita commerciale della Mastroberardino; è una riserva, decisamente in linea con lo stile sobrio storicamente riconosciuto ai Taurasi di Mastroberardino, mai sopra le righe, e che raccoglie, tra l’altro, l’occasione di un’ottima annata, la ‘99, severa, acida e senz’altro di buona prospettiva, un riferimento importante per tutta l’Irpinia. Questo Taurasi prende vita dalle vigne della Tenuta di Pastanella in Montemarano, laddove da qualche anno si concentrano molti sforzi economici della storica azienda di Atripalda, e dove si stanno conducendo, proprio sull’aglianico, diverse ricerche e sperimentazioni volte a cogliere tutte le strade percorribili con questo vitigno, non da ultimo vinificazioni di ”vendemmie tardive” e addirittura rossi maturi con uve in parte o del tutto botrytizzate.

Come è noto, Montemarano è tra i comuni della docg collocati più in alto, nel Versante SudAlta Valle della denominazione, più o meno intorno ai 500 metri, con vigne caratterizzate da terreni tendenzialmente argilloso-calcarei, lapilli vulcanici ed un ambiente pedoclimatico, nell’insieme, particolarmente vocato per l’aglianico. Tant’è, ritornando alle peculiarità del Taurasi Riserva Centotrenta, val la pena prendere nota della vinificazione con prolungata macerazione delle bucce, a temperatura controllata, e l’affinamento speso in questo caso tra barriques di rovere francese e botti, sempre di rovere ma di Slavonia, per un periodo complessivo di almeno 30 mesi. Poi solo bottiglia.

Il colore è di un bel rosso rubino, ancora integro, anche abbastanza vivace, con appena nuances granata. Il naso è lento a venir fuori, ma già dalle prime battute si colgono chiaramente sentori di viola passita, amarena e frutti di bosco in confettura, una sciorinata di soave franchezza che si arricchisce, pur lentamente, di ulteriori interessanti sfumature, note di tabacco e rimandi balsamici anzitutto. Il sorso è asciutto, attacca il palato con precisione, il tannino è ben fuso, affatto persistente, conferma infatti una certa sobrietà degustativa, senza spigolature eccessive, e una trama assai fine e piacevolmente sapida. Il finale di bocca chiude lievemente amaro. A voler cercare “il pelo nell’uovo”, anche qui manca quello slancio emozionale che ti faccia scordare del tempo passato che, nonostante alla cieca appaiano molti di meno, sono lo stesso più di dodici anni suonati.

E’ un gioco e spero si capisca, e sinceramente non so nemmeno quanto possa essere rilevante, ma diciamo che a voler tirare fuori un risultato, chiaro, in questa occasione è bene sottolineare che nessuno dei due “contendenti” ha la meglio sull’altro; quindi, per dirla con un telecronista sportivo, un bel pareggio ci sta tutto. Poi però qualcuno si domanderà del prezzo, dell’uno e dell’altro, e così tocca fare pure i conti con quanto costi, pur piccola, un’emozione (nel primo caso non proprio bruscolini).

Serralunga d’Alba, vien di notte con le stelle e… un fresco bicchierino di bianco Montanaro

21 ottobre 2011

Stanotte ho dato un’occhiata lì fuori affacciandomi alla finestra; poi, per niente convinto della vista – cercavo le stelle, avevo a tiro solo rami di querce -, mi sono deciso a scendere giù; ho passeggiato qualche minuto, mi sono seduto su una panchina, ci sarò stato mezz’ora, quanto è bastato a far pace con la mia anima (mentre dal nulla sbucava un cervo!).

Il bianco Montanaro di Giulio Bongiovanni è molto più di un intruglio che ricorda il Vermouth – ricordate? E’ quel vino liquoroso ottenuto miscelando vini bianchi secchi, solitamente dal sapore neutro, con alcol puro, zucchero, assenzio ed altre piante aromatiche -, quello di una volta però, quello che aveva come base il miglior vino moscato e che faceva scintillare gli occhi già solo al primo sorso. Fu Ippocrate, il padre della medicina, tra i primi ad aromatizzare il vino con l’assenzio, aggiungendovi zucchero e alcol puro per renderlo ancora più dolce, quindi morbido diremmo oggi noi, e inebriante. Lui era solito utilizzarlo per purificare il corpo dei suoi pazienti, come vermifugo, ma vista l’euforia che manifestava la bevanda ed il suo gusto piacevole, ben presto questo intruglio divenne liquore pregiato, e nei secoli a venire destinato a palati sempre più raffinati.

Della ricetta tradizionale del Vermouth si conoscono più o meno i principali aromi utilizzati: di sovente genziana, zenzero, vaniglia, assenzio, maggiorana, melissa, timo, salvia, luppolo, sambuca, camomilla, finocchio, zafferano, melograno, garofano o chiodi di garofano, ma come la storia racconta ognuno ha poi maturato negli anni una propria unica ed irripetibile ricetta. Nel bianco Montanaro, tra i pochi “segreti” rivelati, oltre a recuperare il moscato come vino base, c’è che le erbe e le spezie non vengono lasciate in infusione diretta – cioè immerse nell’alcol -, ma in maniera indiretta, in sospensione; ovvero, in un contenitore con chiusura ermetica vengono poggiate su di una griglia e di tanto in tanto irrorate con l’alcol che, per caduta, viene raccolto alla sua base. Così per almeno 40 giorni. Altro segreto poi, lasciare i contenitori al sole al mattino e rimetterli al fresco in cantina alla sera.

Il risultato? Un vino delizioso e ammaliante, dal colore canarino luminoso. Al naso è fulgido, intensamente aromatico, officinale, speziato, finemente ammandorlato. Il sorso è asciutto, e nonostante il buon tenore alcolico e l’aggiunta di zucchero risulta assai fresco e avvolgente, anche se rotondo e caldo, efficace e piacevolmente secco sul finale di bocca. Un vino davvero adorabile, bevuto così freddo come l’ho apprezzato io rimane formidabile pure da solo, quando servito come aperitivo; ancor più se, con un pizzico di fantasia, un po’ di estro, giustamente miscelato ad una bollicina d’autore. Chissà che non sia da spingere come una buona idea…

Barolo, Barbera d’Alba Superiore ’09 Borgogno

15 ottobre 2011

Ci sono vini come questo che non smetterò mai di amare, bere, raccontare. E’ quel vino di cui molti amano descrivere tutto il suo corredo organolettico sintetizzandone l’esperienza con una sola parola: “franco”. Come a dire “è inesorabilmente lui, punto e basta!”.

Borgogno in Barolo è storia, vera, un tantino travagliata se vogliamo, per troppo tempo rimasta lì impolverata, messa in un angolo, in attesa di chissà che, chissa chi se ne ricordasse. E’ curioso pensare come un’azienda tra le più antiche di Langa, anno di fondazione 1761, potesse pagare un dazio così salato tanto da passare quasi inosservata agli occhi dei più che cercavano sul territorio un richiamo tangibile dell’origine di tutto; è vero, i riferimenti sono tanti, molti altri, ma l’inizio di tutto è anche qui, tra le mura antiche di questo piccolo gioiello nel pieno centro della “capitale” delle Langhe.

E l’avrà pensato anche Oscar Farinetti quando ha deciso, nel duemilaotto, di farne il fiore all’occhiello del suo regno enoico langarolo rilevandola, in chiaro affanno, dagli ultimi eredi Cesare e Giorgio Boschis per consegnarla nelle mani del figlio poco più che ventenne Andrea. Una bella sfida, accidenti! mi sono detto, “Una gran figata!”, mi ha risposto il giovane Farinetti. Ma di questo però ce ne occuperemo in un prossimo post raccontando di una straordinaria verticale di Barolo e di molto altro ancora.

Frattanto, il duemilanove è stato l’ultimo raccolto portato in cantina dai Boschis, con le mani ancora in pasta di Cesare; da li in poi sarebbe toccato ad Andrea Farinetti – studi in enologia appena terminati e tanta, tanta grinta -, guardarsi intorno e capire che direzione prendere per rilanciare un marchio e i suoi vini che godono sì di tanto blasone ma pure di enormi difficoltà sul mercato che, incredibilmente, stenta a credere talvolta anche all’evidenza più chiara: la storia qui di langa non può non tenere in giusta considerazione questa azienda.

Le uve, tutte di proprietà, sono coltivate in località Liste e Crosia, nel territorio del comune di Barolo. In cantina niente più lieviti selezionati e vinificazione tradizionale in acciaio, con una permanenza sulle bucce di circa una decina di giorni prima di passare per non meno di dodici mesi in botti di rovere di diversa grandezza (ma non barriques). Il colore è splendido, di un rosso rubino particolarmente intenso e vivace. Il primo naso è vinoso, l’imprinting voluminoso e persistente, viene fuori un frutto rosso fresco e invitante che ad ogni passaggio, dopo un po’, s’accompagna a sbuffate di viola passita e note ferrose, che richiamano in maniera ineludibile il terroir. In bocca è secco, pochi gli angoli acuti ma il sorso è ricco, succoso e di buon corpo, conserva nerbo senza affaticare la beva che rimane costantemente fluida e piacevole. Davvero buono! Con il “generale inverno” alle porte e con una tavola sempre più ricca, ecco un buon “soldato” da non far mai mancare in cantina.

Intervallo. In viaggio per le Langhe…

11 ottobre 2011


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