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I love Falernum, Papa. Un tempo, la storia del mio Falerno del Massico di Antonio Papa

13 maggio 2013

La Viticoltura, come arte per attingere al valore originario della vita e per affermare valori profondi e segreti. Uno strumento di contatto con i ricordi e con la realtà del presente, che parte da una volontà di partecipazione al flusso della natura e della storia in contrapposizione all’imbarbarimento della società.

Antonio Papa, da piccolo

Nasco come viticoltore nel 2000, quando intrapresi gli studi in Lettere Classiche, mi accorsi della straordinaria contemporaneità delle tradizioni. Dopo un’adolescenza dominata da un senso di distacco dalla vita agreste, mi resi conto della sublime arte, appena raggiunta l’indipendenza intellettuale. “Ahimè, come sarebbe bello, vivere tra i filari, avendo con sé solo una donna e i propri segreti!”

Mi accorsi – poi – della difficoltà di decidere, quando cominciarono i primi “assemblaggi”: quattro vigneti, ubicati in quattro zone profondamente distinte per natura, creano un subbuglio nello stomaco, ma riuscire – poi – ad accoppiare i sapori, gli umori della terra, i colori, le gioie, i dolori di un anno, è cosa sorprendente ed impegnativa, ma sublime.

Nel 2002 la prima vinificazione con l’enologo che mi segue tuttora, Maurilio Chioccia. “Cambio vita” … si dice. I segni del tempo assumono una fisionomia geometrica. Appare subito chiaro, di non voler snaturalizzare il “canto del terreno”, ma modificare sensibilmente lo spartito è necessario. Gli impianti in vigna e il “modus operandi” in cantina subiscono un rinnovo che ha traghettato il vino (Campantuono¤ in primis), inizialmente materico, in un vino “misterico”, collocandolo nella prospettiva di un prodotto di nicchia e dando voce ad una cultura del vino, capace di assumere caratteri fino ad allora inosservati.

Antonio Papa, oggi

L’apertura a questo mondo – grazie soprattutto a mio padre – ha sì aperto in me anche interrogativi sulla civiltà contemporanea, sui limiti, sui valori di questi anni e del tempo, anche nei suoi aspetti più inquietanti. Però la straordinarietà del vino, sta nel fatto di essere impegno fisico diuturno e travaglio dei sentimenti più nascosti.

“Poetica dell’oggetto” che si muove, sì in direzioni contrastanti ma al momento del suo definirsi è comunque vita ed autocoscienza di poesia. Questa nozione di poesia si realizza con una serie di trasformazioni nei vari momenti dell’attività e naturalmente c’è da dire che questo “travaglio” è ancora in atto, anche attraverso la continua ricerca di “toni nuovi”: intensi, precisi, più dei precedenti opachi e incerti. Rompere una campana di vetro, quella in cui era rinchiuso un paese intero, tristemente opacizzato nel suo definirsi.

Campantuono Papa - foto Altissimo Ceto

Dare nuova linfa al luogo d’origine è pura poesia. Scrivere gli “accordi” per una nuova canzone¤ – quella che canteremo presto (spero)- partendo in primo luogo dalla ricerca di un linguaggio, il cui modello più vicino è ancora il mondo dell’Epos e dell’ormai riconosciuto insediamento Romano in Agro Falerno (Ager Falernus III/II sec. A.C. – II/III sec. D.C.).

Ne risulta un originalissimo equilibrio, tra meditazione esistenziale e definizione del paesaggio, una meditazione appassionata, magniloquente, che come movimento incessante e ripetuto del mare, poggia sulla costa aspra e rocciosa i segni di una vita, la vite appunto!

di Antonio Papa¤, Faccia da Falerno – L’Arcante 2013.

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C’è tanta mediocrità in giro, te ne accorgi al primo sorso di vino, talvolta ancor prima di levare il tappo, certe altre ancor prima di mettere gli occhi sull’etichetta. Le bottiglie di Antonio annullano qualsiasi aspettativa, quale che sia la presunzione, la convinzione con cui credi di sapere tutto di Falerno e di Primitivo. Una continua scoperta, il suo Falerno! (A. D.)

Mondragone, Falerno del Massico Primitivo 2009 Michele Moio. O di quel successo ineguagliabile…

18 novembre 2012

Pochi vini come il Falerno del Massico Primitivo di Michele Moio possono vantare un tale successo commerciale, un’affermazione così vasta e capillare sul mercato del vino (non solo) napoletano. Etichette che si contano addirittura sulle dita di una mano se ci si riferisce ai soli vini rossi.

E’ il vino della domenica, anzitutto. Quello che se lo porti a pranzo  a casa di un amico non sbagli mai. O che magari ti concedi di bere a casa sapendo del ragù ancora sul fuoco. Ma è anche tra quelli più diffusi “al bicchiere” nei locali che fanno della mescita il loro punto di forza. E cosa insolita altrove, il primitivo di Moio è, tra i rossi campani, quello che più ha tratto vantaggio da quell’onda emozionale che a cavallo degli anni novanta voleva certi vini immediatamente leggibili, di spessore ma rotondi e con un certo carattere. Insomma, un rosso con una tradizione solida, tipico, con duemila anni di storia e tremendamente moderno. Geniale no? 

Una consacrazione che arriva però da molto lontano, e che nulla ha che vedere con l’idea di modernità che ha affascinato molti vinnaioli e annientato gran parte di questi senza una vera storia solida alla base; un successo che qui in casa Moio non ha spostato di una sola virgola la dedizione e la storia della famiglia, da oltre cento anni dedita al vino Falerno del Massico alla stessa maniera.

Così questo duemilanove, che si conferma annata davvero strepitosa per alcuni rossi, viene fuori alla distanza con molto di più di quanto promette sul breve; è invitante e grasso, succoso e nerboruto, ruffiano e sferzante al tempo stesso. Mancavo l’assaggio da un paio d’anni, ma è come se l’avessi bevuto appena un paio di settimane fa; è vero, il Falerno di don Michele, anno dopo anno, è pure questo, dannatamente fedele a se stesso. Ma un bel vino è così, sa essere anche questo, un piacevole ritorno alle origini, alle radici, da lì dove eri partito convinto di chissà quanto di più bello ci fosse là fuori.

L’Arcante Wine Award® 2011, The very best of

19 dicembre 2011

and the winner is…

 

Asprinio d’Aversa Spumante Extra Brut s. a. Riserva Grotta del SoleCerti vini per conquistarti definitivamente debbono avere anche dell’altro. Questo mi son detto, decidendo ad occhi chiusi di premiare questo buonissimo metodo classico italiano. Ha tutte le carte in regola il vino: luminoso, brillante, vivace e complesso al naso come vibrante e lungo al palato. Certo, è puro campanilismo, e intelligenza suggerirebbe che non può ancora competere con certi mostri sacri italiani, però mi domando: chi altri può vantare la sua storia, quale metodo classico conserva una memoria, oltre che un gusto, così profondi da perdersi nella notte dei tempi? Suvvia care Guide, ogni tanto un po’ di coraggio.

Collio Sauvignon de LaTour 2008 Villa Russiz, perché è indiscutibilmente uno dei più buoni sauvignon mai bevuti prima d’ora, più buono anche dello stesso del 2009 che a sentir molti autorevoli addetti ai lavori se la gioca e stravince alla grande pure con i più blasonati cugini blanc fumé della Loira.

Toscana Rosato del Greppo 2008 Biondi Santi Nel link qui appena segnalatovi trovate traccia del 2007; ma il 2008, bevuto praticamente in anteprima lo scorso febbraio proprio in compagnia di Franco Biondi Santi e riassaggiato più volte di recente, conferma quanto al Greppo certe cose o vanno come devono andare oppure non se ne fa proprio nulla; rosato sì, ma con tutta l’anima del più nobile dei sangiovese di questa storica tenuta nel cuore di Montalcino, ottenuto mediante salasso e senza macerazione alcuna sulle bucce: il risultato? Semplicemente eccezionale!

Amarone della Valpolicella 2007 Le Vigne di San Pietro. Ok, va bene, può risultare ripetitivo premiare per due anni consecutivi come miglior rosso passatoci per mano un vino della Valpolicella, però credetemi, dinanzi a questa bottiglia, non c’è da porsi riflessioni del genere bensì chiedersi dove correre a comprarne ancora una. Un vino questo che per voluttà, equilibrio e franchezza ma soprattutto, visti i tempi, dal prezzo onestissimo. Vi farà riconciliare con l’Amarone. Un grande vino davvero!

Campania rosso passito Fastignano 2008 Papa. Eh si, va detto: non so quanti hanno avuto la fortuna di berlo questo vino, prodotto com’è in appena un migliaio di unità; ma una cosa è certa, è stata una delle più gradevoli e sorprendenti novità di quest’anno passataci per mano. Un rosso dolce, da uve primitivo di Falciano del Massico, di inaudita profondità ed equilibrio gustativo.

Pauillac Grand Vin de Latour 2004 Chateau Latour. Sua maestà “il vino”, sua altezza “l’eleganza”, bontà sua. Cosa aggiungere? Null’altro che una preghierina: confido o mio signore sempre più benevolo nel buon samaritano di turno, per poterne godere ancora di certi vini, assolutamente, definitivamente impossibili da raggiungere altrimenti.

Diego Molinari/Cerbaiona, Montalcino. Una delle ragioni di tante scorribande in giro per l’Italia a camminar le vigne è anche questa: poter dire “si, io l’ho conosciuto, io c’ero”. Eravamo seduti intorno a un tavolo, tre amici, con lui sua moglie Nora. A casa loro. Almeno tre giorni per organizzare la cosa, incluso la più classica delle telefonate dell’ultim’ora con preventiva disdetta in caso di ritardo. Poi invece son bastati due secondi, appena due dita di vino, per sciogliere la tensione e portarci per mano nel bel mezzo degli ultimi trent’anni di storia del vino a Montalcino. Grazie Comandante!

Prof. Luigi Moio, Consulente/Az.Agr.Quintodecimo. Fermi tutti, sale in cattedra il professore Moio. Non ho scritto tanto di lui e dei suoi vini quest’anno, anzi, forse giusto un paio di annotazioni. Apposta. Il meraviglioso lavoro di Luigi (e Laura), soprattutto in quel di Mirabella Eclano a Quintodecimo, andava per un po’ ammirato con distacco. Era necessario farlo, era importante capire senza per forza insistere. Bene, chi ha il piacere di conoscerlo Luigi Moio, o ha avuto anche solo  il piacere di bere quest’anno almeno uno dei vini bianchi 2009 di Quintodecimo, se ne farà subito un’idea del perché di questo premio (l’Exultet 2009 per esempio, è stratosferico!), e ci darà senz’altro ragione. Agli altri, quelli che non lo capiscono, beh, non resta che continuare a rosicare.

 

Franco Biondi Santi.  La motivazione? Bene, ve ne do almeno un paio: “a quei tempi la colla per le etichette veniva fatta con la farina del grano. L’inconveniente era che seccava molto lentamente, per cui era necessario tenere le bottiglie tutte in piedi e, per ordine di mio padre, perfettamente allineate. Capitava talvolta che l’allineamento presentasse una curva, ce ne accorgevamo non appena Tancredi esclamava <<oggi è tirato vento…!>>.

“Sono nato al Greppo nel 1922, ho cominciato nel 1930 a lavorare in cantina e la mia prima vera vendemmia fu quella del 1940. Nessun agricoltore in tutta la Toscana ha come me sulle spalle sessantanove vendemmie, eppure sono in molti oggi a parlare di vino”.

I brani citati sono tratti da “Questa è la mia terra” di M. Boldrini, Bruno Brucchi, Andrea Cappelli, © 2009 Protagon Editori; trascritti qui praticamente a memoria. Conserverò questo libro con dedica autenticata come una delle più preziose esperienze di vita legata al mondo del vino della mia vita. E con questo riconoscimento, per quel che vale, Angelo Di Costanzo, con stima, ricambia.

Queste le nominations selezionate. Ora tocca a voi decidere da che parte stare!

Un po’ di noi, oggi su Nonsolodivinoblog

13 giugno 2011

Gli amici Stefano Ghisletta e Giorgio Buloncelli, grandissimi appassionati di vino e autori di uno dei blog più interessanti che gira on line, soprattutto in materia di vini francesi (quelli bevuti per davvero, ndr), mi hanno chiesto di raccontare un po’ di noi e della nostra terra ai loro lettori; questa che segue è la piacevole chiacchierata venuta fuori. (A. D.)

“Con Angelo Di Costanzo inizia una nuova rubrica titolata “quattro chiacchiere con …”. Uno spazio dove vogliamo presentarvi amici del vino o produttori che meritano di essere conosciuti. Partenopeo verace, Angelo, oggi occupa la posizione di capo-sommelier presso il Capri Palace Hotel di Capri, ma ammiriamo soprattutto la sua grande passione nel comunicare i vini della sua regione. Uno degli amici che coinvolgiamo quando dobbiamo scegliere una bottiglia campana. Vediamo di conoscerlo meglio con alcune domande.“(Stefano&Giorgio) Continua a leggere qui…

Fastignano ’08 Papa, quando il primitivo è dolce

23 marzo 2011

Ritorno molto volentieri a parlare di primitivo, convinto come sono che val sempre la pena spenderci una parola, non solo per sottolineare il profilo identitario di certe etichette, ormai perfettamente aderenti in tutto e per tutto a questo areale ma anche per ribadire quanto in terra di Falerno si stia lavorando alacremente per delinearne vini sempre meno convenzionali e di spessore tale dal permettersi di varcare agilmente i confini regionali, ed in alcuni casi, internazionali.

Così, se il Campantuono duemilasette di Antonio, pur mancando nella straordinaria profondità che ancor oggi caratterizza il suo predecessore duemilasei, offre di se una chiave di lettura fine ed elegante, a strizzare l’occhio a quei palati più sensibili, non di rado convinti di poter fare tranquillamente a meno dell’opulenza di certi primitivo, ci pensa questo delizioso nettare.

Il Fastignano duemilaotto, non è un semplice vino dolce, uno di quelli che proprio in terra di Falerno rappresenta la coniugazione meno diffusa del vitigno, ma, secondo me, una delle più piacevoli conferme che si possano avere dal varietale coltivato in zona; la decisiva caratterizzazione di questo prodotto parte già dalla drastica selezione dei grappoli appassiti in vigna, sulle poche viti quasi centenarie che la famiglia Papa conserva tra i filari del vigneto proprio a ridosso del ben più conosciuto loro cru Campantuono. Una volta giunte in cantina, le uve vengono lasciate asciugare per ancora 15 giorni sulle classiche arèle da appassimento; poi, a mano, vengono spulciati uno ad uno gli acini più integri che vengono successivamente pressati una prima volta in maniera soffice. Il mosto che se ne ottiene fermenta dai 25 ai 30 giorni in acciaio poi viene nuovamente pressato, lentamente e con molta pazienza e l’estratto passa quindi in acciaio per una prima sfecciatura. Dopo un mese avviene una seconda sfecciatura e parte del mosto viene trasferita per poche settimane in barrique già utilizzate per il Campantuono. Dopo ancora un breve ritorno in acciaio, si passa all’imbottigliamento e dopo più o meno quattro mesi alla sua commercializzazione.

Un vino dal colore assai invitante, nero-inchiostro con elegantissime sfumature porpora sull’unghia, decisamente impenetrabile. Il primo naso è avvolto da un ventaglio olfattivo intrigante e seducente, dalle più classiche note di frutti neri in confettura, a sensazioni ancor più dolci che richiamano spezie ed aromi dalla suggestione unica, quando, per esempio, nelle case d’un tempo il naso aveva ancora desiderio e speranza di cercare nell’aria note tostate di caffè appena passato nel macinino oppure rimaneva inebriato dai profumi officinali delle erbe rimaste ad asciugare sul davanzale della finestra, di quelle con le ante in legno. La beva si offre copiosa, dolce, inebriante ma di spessore, giustamente fresco e cadenzato da innumerevoli richiami fruttati e tostati, mai stucchevole e spendibile in abbinamento in più di una occasione, con formaggi erborinati piuttosto che con dolci al cioccolato. Finale piuttosto caldo, avvolgente, da ponderare la tentazione di un sorso eccessivo, il piacere è e rimane sublime solo se non indirizzato all’ebbrezza!

Spesso, non a torto aggiungo io, si avanzano non poche riserve sull’identità territoriale, sulla tipicità capace di esprimere un vino del genere, prodotto con un procedimento tanto articolato quanto pregnante come l’appassimento in pianta e cantina oltre che un lungo affinamento tra legno e bottiglia; eppure mai come in questo caso si è autorizzati a sbandierarlo ai quattro venti, un richiamo storico-culturale sintetizzato tanto nel nome quanto nel vino stesso. A dirla tutta, m’è parso di cogliere proprio questa ragione fondamentale che spinge Antonio e suo padre Gennaro a produrre, solo nelle annate più generose, questo particolare vino, se vogliamo anche piuttosto antieconomico dato l’esiguo numero di bottiglie, appena un migliaio, e la quantità d’uva utilizzata, 20 quintali per ottenerne appena un 30% in vino (!): il legame, forte, di questa famiglia con la tradizione vitivinicola locale che non allontana certo il passato perché proprio lì, nelle generazioni alle spalle, ha da ricercare gli insegnamenti più preziosi riproponendoli in chiave moderna e, laddove possibile, rivalutarli.

Non a caso, è bene ricordare, che fino agli anni ‘ 70, il Falerno di queste terre, di Falciano del Massico come di Mondragone intendo, era un vino molto più dolce di quello conosciuto ai nostri palati, e sfogliando le pagine della storia ci si accorge che era proprio quel modello ad avvicinarsi di più a quello descritto nella classicità latina chiamato, guarda caso, Faustianum, poi declinato in Fastignano nel 1500; una variante che oggi, nel linguaggio moderno, siamo abituati a definire “abboccato” e pertanto, ritornando agli antichi fasti, decisamente più godibile del Falernum austero prodotto nel territorio dell’Ager.

Falciano del Massico, per esempio dell’ottimo Falerno del Massico Primitivo Conclave 2008 Papa

28 novembre 2010

Ho conosciuto Antonio Papa più o meno un anno fa¤, ma da almeno un paio d’anni prima ero rimasto folgorato da un suo vino in particolare, il Campantuono: un vinone dall’accentuata personalità tanto persuasivo nella beva quanto masticabile nel frutto, partorito tra l’altro da una terra tra le più suggestive in Campania e sotto l’egida di una delle denominazioni più controverse – quantomeno particolarmente eteregonea – presente in regione.

Così, armato di tanta curiosità mi sono avviato sulla via per Falciano del Massico, con Mondragone, uno dei cinque comuni ammessi alla doc Falerno¤ e “specializzato” nella coltivazione di primitivo anziché, come capita negli altri casi, nell’aglianico e piedirosso, con l’obiettivo di camminarne le vigne!

La cantina è proprio nel cuore del paese, le vigne allocate poco più lontano. I Papa si dichiarano viticoltori sin dal 1900 e non mancano certo i segni di una tradizione così forte e radicata, anche quando sul finire degli anni novanta è stato necessario prendere decisioni importanti sul futuro dell’azienda stessa, che pur rimanendo un riferimento per tutto il circondario ha avuto bisogno di un forte rilancio per affermare il suo modo di intendere il primitivo, pur inconfondibile, ma che con l’allora andamento del mercato rischiava di essere coinvolto nel volano della banalizzazione e quindi bollato più comunemente come un vino dal gusto “internazionale”. La svolta, come spesso accade, non è stata immediata e nemmeno semplice da gestire, convincere per esempio lo stesso papà Gennaro ad intervenire drasticamente in vigna per dimezzare la resa per ettaro sino agli attuali 45-50 quintali non è stato certo facile, ma indispensabile, ed i risultati ad oggi gli danno ragione: in poco più di un decennio la piccola azienda di Falciano, nonostante le poche bottiglie prodotte, appena 15.000 bottiglie, si può ritenere a tutti gli effetti un piccolo gioiello della vitienologia campana, ed in quanto a primitivo senza dubbio una spanna al di sopra degli altri, e non solo in regione.

L’Azienda¤ quindi è specializzata nella coltivazione e produzione di primitivo, il Campantuono ne è l’espressione più autorevole, il vino di punta, ma dagli assaggi effettuati in cantina, più del nuovo 2007 – più sottile ed elegante del precedente 2006¤ ma di certo meno impressionante – mi ha conquistato il Conclave 2008, il secondo vino, altro cru anch’esso con base primitivo, che l’anno scorso al suo esordio con il millesimo 2007 non mi dispiacque affatto ma che oggi, con grande slancio, conferma ancor di più quanto sia necessario iniziare a ragionare anche nell’Ager Falernus sulla molteplicità di espressioni legate ognuna, fortemente, al singolo vigneto, al terreno, al suo microclima di appartenenza e non più solo alla generica denominazione Falerno del Massico.

Il Falerno del Massico Primitivo Conclave 2008 possiede davvero una bella trama, sia nella forma che nella sostanza. Il colore è di un rubino violaceo giovanissimo, impenetrabile data la concentrazione manifesta nel bicchiere. Offre un naso ampio e delizioso di frutti rossi polposi e quando ben ossigenato di note cioccolatose; in bocca è ricco, avvolgente, più fresco – quindi vivace – che tannico e potente nonostante gli oltre 14 gradi. A questo punto, più che ripetermi sulle peculiarità tecnico-produttive, qui come in tutti i vini di Papa votate all’assoluta qualità, ci terrei in questo caso a lanciare espressamente un invito a cercare e bere questo vino per meglio comprendere quanto siano necessari, alla nostra viticultura, vignaioli così integralisti ed attenti come la famiglia Papa, dove per integralismo s’intende la salvaguardia di territori come quelli che ho avuto la fortuna di camminare con loro e quando per attenzione si vuole suggerire anzitutto l’onestà con la quale si è sul mercato producendo solo quanto si è intenzionati a fare e non solo capaci di sostenere.


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