Posts contrassegnato dai tag ‘velier’

Pinot Noir? Mersault Les Durots ’08 Pierre Morey

11 luglio 2011

Il Pinot Nero sa essere una varietà decisamente ostica da maneggiare, soprattutto quando non gli si riesce a corrispondere un giusto metodo di interpretazione e quell’attenzione assoluta necessaria in tutte le fasi produttive del vino; rimane infatti un’uva delle più difficili da collocare, quindi da coltivare e, come appena accennato, da vinificare ed elevare con giustezza.

Non è difficile intuire perché in molti non sappiano cogliere tutto il suo fascino; quel sottile nerbo che ne fa un vino tanto austero, quasi mistico in certe uscite, quanto unico ed elegante come solo pochi vini sanno essere; si potrebbe dire – di questo vino come di pochissimi altri – che o lo ami o lo odi, ma il più delle volte il rancore verso questo varietale, i suoi vini, è più imputabile alla superficialità di chi l’ha pensato che all’espressione stessa del terroir che l’ha generato; come dire che il pinot nero non è cosa per tutti, né quindi per ogni dove.

I fattori che nel tempo ne hanno alimentato il mito sono tanti, e tutti strettamente correlati gli uni agli altri: il vitigno, come detto, fa la sua parte, poi gli interpreti, alcuni dei quali capaci di farne esecuzioni magistrali (leggi qui), infine, ma non certamente per ultimi, la terra, i microclimi, che con i protagonisti appena citati partecipano al cosiddetto terroir; la Borgogna, è stranoto, rimane la regione per elezione, certe vigne poi irraggiungibili per equilibrio pedoclimatico, e non è un caso che proprio qui vengono prodotti, da sempre, molti vini semplicemente inarrivabili; di certo non sono trascurabili nemmeno alcune belle versioni altoatesine, quanto, perché non dirlo, parecchie bottiglie nordamericane e qualche buona versione dalla California (date un’occhiata quiqui). La Borgogna però rimane, per questo vino e per i suoi adepti più appassionati, l’ombelico del mondo.

Mersault è, nell’immaginario collettivo, di sovente associata agli opulenti bianchi a base chardonnay, e non a caso visto che l’areale è destinato alla produzione di questi vini per circa il 98% della sua estensione; tuttavia però, non mancano, come testimonia questo splendido rosso, pinot nero capaci di stupire e conquistare anche l’avventore più appassionato. Les Durots è confinante con Les Santenots, forse il più conosciuto ed apprezzato dei climats qui classificati premier cru, che poco più a nord, attraverso  Les Santenots du milieu e Les Santenots blancs va congiungendosi con le vigne e l’appellation di Volnay, spesso, in quanto alla produzione di pinot nero, preferita – per la sua notorietà per i vini rossi – a quella di Mersault; Pierre Morey è una di quelle aziende di cui raccontare troppo contribuirebbe solo a dirne una in più di quanto già detto o scritto da altri, quindi vi basti leggere di una famiglia di vignerons con più o meno un centinaio di anni di storia alle spalle e che dal 1998 l’azienda è totalmente votata all’agricoltura biologica. I vini qui prodotti, certificati Biodyvin, hanno un senso materico particolare, inconfondibile, profondo.

E il Mersault Les Durots 2008 ha tutti i tratti distintivi di un vino, un pinot nero, raccomandabile ad occhi chiusi a chi si volesse avvicinare ai cosiddetti “vini naturali” senza rischiare di beccarsi l’ennesima sola. Il colore è di uno splendido rubino/porpora trasparente, il primo naso è subito pronunciato su note erbacee e vegetali come menta, foglia di pomodoro e aneto, ma ciò che impressiona particolarmente è la schiettezza del frutto che lentamente governa tutto l’imprinting olfattivo e, successivamente, quello gustativo: la polposità dell’uva è incredibile, ciliegia, lampone, fragola e mirtillo in splendida evidenza, poi tutto il resto compreso note di spezie e caffè tostato, compreso un tannino fine, perfettamente calzato e sostenuto di giustezza da soli 12 gradi e mezzo d’alcol. Uno splendore di vino, decisamente da non perdere!

Novi Ligure, Filagnotti ’09 Cascina degli Ulivi

20 maggio 2011

Qualcosa non andava, sarò stato io, o la sottile insistenza di quella volatile incipiente; al che mi son convinto nel prendere tempo. Lasciar andare su la temperatura, aspettare e profondere maggiore attenzione. Decisamente dovuta.

E’ chiaro che, al momento, non sarò mai un fan della biodinamica, o di quel dire “così è se vi piace, e non può essere altrimenti” intendo, rimangono troppi punti oscuri che il mio intelletto fa ancora fatica, e parecchio, a decifrare: su tutti, dove finisce “il pensiero filosofico” e dove invece comincia l’opportunità commerciale? Un classico insomma! Ciononostante non riesco a fare a meno di ritornarci su, di tanto in tanto, ed infilarci le mani in pasta, ovvero il naso nel bicchiere. Un po’ come dannarsi l’anima con il cubo di Rubik, senza perdere però il sottile piacere della sfida.

Poi c’è il Filagnotti duemilanove di Cascina degli Ulivi, un vino decisamente complesso, per non dire complicato; contorto e scomposto di primo acchito, ma che sa, pieno di sé, cosa vuole dire e come vuol farlo: è lui l’altro Gavi, o quello che non c’è più, dato che dalla vendemmia 2008 è fuori disciplinare docg: una scelta meditata, dicono, sofferta ma necessaria. Nasce da uve cortese coltivate in località Tassarolo, da vigne con esposizione a sud ovest, su terreni rossi e argillosi. La raccolta 2009 del cortese, “tra le migliori mai avute” – mi racconta Sonia Torretta, l’enologa, raggiunta al telefono per aver più chiaro il quadro produttivo -, è avvenuta quell’anno verso metà settembre, poco dopo aver tirato giù dalle piante il moscato, subito prima del dolcetto; E’ stato vinificato esclusivamente in botti di legno di acacia di 25 hl, in ognuna è stata lasciata una quantità pari a 25 kg di grappoli non diraspati. Così, dopo un primo (ed unico) travaso per eliminare le fecce più grossolane, è rimasto per tutto un anno sulle fecce fini, sur lies si direbbe, sempre in legno prima di finire in bottiglia.

Il colore è un giallo paglierino carico, tendente all’oro, naturalmente non limpidissimo ma consistente e pieno di fascino. Il primo naso, come detto, allontana, però merita attenzione; una volta superata una prima fase di evidente empasse comincia a tirare fuori carattere e franchezza, qualità tra l’altro confermate certamente al gusto. Naso buccioso, vinoso, con sottili note di erbe officinali e frutta passita che rincorrono sentori di fieno e foglie secche, nocciola e frumento.

Vino di carattere, nonostante i 12 gradi e mezzo, di buon corpo; offre una beva non certamente facile, a tratti ruvida e graffiante, eppure espressiva, oltretutto di una buona prospettiva di vita. Difficile accostarlo a tavola sui classici piatti di pesce, meglio su primi piatti sugosi, anche aromatizzati, o preparazioni a base di carni, non necessariamente bianche, o ancora su formaggi mediamente stagionati. Attenzione a non servirlo troppo fresco, bene sui 12°/14°. Utile segnalarvi che non v’è assolutamente aggiunta di solforosa. Importante ribadire che chi non ama questa tipologia di vini, me compreso, difficilmente se ne innamorerà anche dopo questo assaggio; ma mettiamola così, perché non concedersi, ogni tanto, una stravagante avventura?

Per saperne di più sull’azienda o il pensiero Biodinamico di Stefano Bellotti date pure un’occhiata qui al sito di Cascina degli Ulivi.

Giro di vite a Montalcino, Il Paradiso di Manfredi

28 febbraio 2011

L’indomani, è mattino presto quando arriviamo a Il Paradiso di Manfredi, in via Canalicchio; la mattinata è decisamente grigia, la luce fatica non poco a trapassare la spessa coltre di nubi e la nebbia, fitta, stenta nel diradarsi stagliando all’orizzonte un panorama sì fosco ma di affascinante suggestione.

Ci viene incontro Florio Guerrini, che assieme alla moglie Rosella e le due giovani figlie animano oggi questa splendida piccola realtà ilcinese, nata, poco più di cinquant’anni fa, per opera di Manfredi Martini, prematuramente scomparso e viticoltore a Montalcino della prima ora; tanto era l’entusiasmo che l’aveva coinvolto in questa grande avventura dall’essere proprio lui tra i primi, nel 1967, a credere e lavorare per la fondazione del Consorzio di Tutela del vino Brunello. E’ il 1950 quando con la moglie Fortunata, anche lei impegnata sin da piccola in campagna, acquistano il podere “Il Paradiso” in via Canalicchio avviandolo lentamente alla produzione di uve di qualità da conferire dapprima alla locale cantina sociale e pian piano, per dirla alla dolce maniera della sig.ra Fortunata, “da farne vino ‘bono ‘dda vendersi a’ signori”; così Manfredi, dopo anni tra le vigne della già famosa Tenuta Greppo della famiglia Biondi Santi, realizza il suo sogno. Oggi l’azienda conta una superficie vitata di poco più di due ettari e mezzo, perlopiù votati al sangiovese grosso. Le piante sono allevate a cordone doppio speronato con un sesto d’impianto di 90 cm per 2,7 m con circa 3.300 ceppi per ettaro esposti tutti a nord/est. L’età media della piantagione è di circa 30 anni.

Facciamo così un giro in vigna, per quello che ci è concesso visto il frescolino che pervade la collina in queste ore. Florio ci accompagna raccontandoci, devo dire con maniere estremamente gentili ed animo appassionato, il ciclo del lavoro che accompagna ogni anno la nascita di ognuna delle bottiglie di Rosso (poche) e Brunello di Montalcino che vengono fuori da questo piccolo angolo di paradiso. “Sulla vite si comincia a lavorare sin da gennaio con la potatura secca, durante la giusta fase lunare”. “Poi più o meno ai primi di maggio, poco prima dell’allegagione, facciamo una prima potatura verde: dalle viti togliamo le gemme superflue, i germogli e alcuni piccoli grappoli in modo da agevolare tra i filari ventilazione e quindi un’allegagione ottimale”. “Così nel corso dei mesi continuiamo, dove necessario, ad intervenire in vigna, sino all’invaiatura, contando così di portare a maturazione solo pochi grappoli per pianta che prima della raccolta vengono passati ulteriormente a selezione prima di raggiungere la cantina e quindi la vinificazione”.

Ci spostiamo a questo punto nella piccola cantina, dove – ci racconta sempre Florio, raggiunto frattanto da una delle due figlie – appena dopo una soffice pigiatura il mosto passa, per caduta, in vasche di cemento vetrificato di piccola e media dimensione. La fermentazione è generalmente prolungata a seconda delle caratteristiche dell’annata, avviene comunque lentamente e a basse temperature e con soli lieviti indigeni. Dopo la svinatura e con il passare dei giorni il vino illimpidisce decantando naturalmente, di qui le masse passano in botti di rovere dove vi rimangono per tutto il tempo necessario prima dall’esser pronti per l’immissione sul mercato. Dopo gli assaggi dalle botti – proviamo praticamente tutte le ultime annate dalla scorsa 2010 alla 2008 – raggiungiamo il caldo focolare di casa Martini dove ci attendono le bottiglie di Brunello di Montalcino 2004, 2005 e 2006; assaggi che ancora una volta confermano, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, quanto i cosiddetti vini da agricoltura biodinamica, e qui siamo – in maniera evidente – su posizioni abbastanza integraliste, siano profondamente ed inesorabilmente segnati dall’annata ed in quanto tale tanto vicino all’eccellenza in quelle per così dire “baciate dalla natura” quanto poco emozionali in caso di problematiche causate da millesimi meno lineari o quando condizionate da accadimenti imprevisti.

Così, in sintesi, siamo passati da un più che sufficiente duemilasei, ricco di frutto e di sfumature minerali, estremamente godibile nonostante i tannini un po’ disgiunti, ad un duemilacinque decisamente più diluito, qui dal tannino sopito e di estrema serbevolezza mentre, infine, il duemilaquattro si è rivelato estremamente complicato, indecifrabile per buona parte del tempo, tanto che nonostante l’avessimo aspettato a lungo, ci ha fatto a lungo dibattere – sulla sua naturalità, sulla digeribilità, tipicità nonché sulla sua capacità di attraversare il tempo – ma in definitiva, sinceramente, ci ha lasciato discutere senza riuscirne a trovare, a coglierci, quel piacere di bere indubbiamente tanto espressivo nei primi due.

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui l’imprevista e l’imprevedibile visita a Cerbaiona;

Qui la visita da Gianfranco Soldera a Case Basse;

Qui la visita a Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;

Qui la deliziosa mattinata in compagnia di Franco Biondi Santi e la visita a Casanova di Neri;


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 2.221 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: