Archive for the ‘Basilicata’ Category

Barile, Il Preliminare 2008 del Notaio

16 gennaio 2010

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Dei vini di Cantine del Notaio, nonostante la giovine età dell’azienda (1998) sono già pieni gli annali; l’Aglianico è certamente il protagonista di una gamma ampia e decisamente sugli scudi in tutte le sue declinazioni: il Repertorio, La Firma, Il Sigillo, ognuno a suo modo protagonista del proprio essere, immediato e godibile il primo, opulenti e condensati gli altri due, pieni di una materia prima ricca e decisamente da attendere. Ottima riuscita anche del Rogito, un rosato quanto meno sui generis proposto dopo un lungo affinamento in legno, alla maniera dei migliori Tavel del Rodano.

Uscito da poco sul mercato, prima vendemmia la 2008, ecco la novità griffata come sempre con l’insolita nomenclatura notarile, Il Preliminare, un bianco igt da uve base aglianico (ed altre varietà a bacca bianca) vinificato in maniera soffice privando il mosto immediatamente delle bucce. Certo non è semplice affermare un ideale bianchista, seppur limitato, in una terra pressocchè appannaggio del solo Aglianico senza essere additati come banali e qualunquisti, ma anche in questo Gerardo Giuratrabocchetti ha saputo cogliere l’originalità della tipologia senza stravolgere più di tanto la vocazione dei suoi vigneti, utilizzando come detto proprio il vitigno principe vulturino e tirando fuori un vino davvero piacevole, invitante e di ottimo carattere.

Di colore giallo paglierino con accennate sfumature verdoline, è cristallino e di buona consistenza. Il primo naso è molto invitante di fiori bianchi e frutta a polpa gialla, in particolare di mughetto, di fiori d’arancio, poi banana e pesca. In bocca è secco ma abbastanza morbido, con una buona intensità e profondità gustativa, ha una beva fresca ed abbastanza sapida, chiudendo in maniera equilibrata in un finale di bocca piacevolmente mandorlato.

Un gran bel vino, una piacevole novità, ideale come entreè su di una parmigiana di pesce bandiera, una buona scelta intelligente su secondi di pesce abbastanza strutturati, penso per esempio al filetto di tonno appena scottato con erbette come quello di Felice Di Bonito de La Cantina dell’Abbazia di Pozzuoli, abbinamento dove fa bene il suo lavoro anche la buona concentrazione alcolica oltre i 13 gradi e mezzo. Good news from Vulture!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il Vulture secondo Elena Fucci, in verticale

26 novembre 2009

la Familgia Fucci al completo, Elena in primo piano con il suo aglianico tra le mani.

L’occasione era di quelle da non perdere, una delle prime e delle poche uscite di Elena Fucci qui nei Campi Flegrei, il luogo che le ha splancato la porta dandogli il benvenuto è l’accogliente Osteria di Nando Salemme, Abraxas; Sono convenuti molti amici, anche produttori per assistere a quella che si è poi rilevata una bella e piacevole serata in compagnia di buoni piatti e di questo interessante aglianico del vulture, bevuto in verticale, sgraziato ed avvincente da millesimo a millesimo. Ecco com’è andata la verticale:

Aglianico del Vulture Titolo 2005 L’aggettivo che meglio esprime questo vino è sicuramente “ammaliante”, con tutto quello che può rappresentare nella sua ampia interpretazione. “Delle tre ultime annate prodotte, 2006, 2005, 2004 – dice Elena – non abbiamo registrato variazioni climatiche particolarmente incidenti sulla definizione complessiva del nostro Aglianico”, io le credo senz’altro, ma nel bicchiere mi ritrovo comunque un vino da raccontare con un tono diverso. Il colore è rosso rubino, poco trasparente e manifesta nel calice buona concentrazione glicerica. Il primo naso è intenso e avvolgente su note di piccoli frutti rossi surmaturi, poi vengono fuori note speziate (pepe) e sensazioni terziarie molto interessanti, cuoio e smalto in primis. In bocca si pone intenso ed abbastanza persistente, il frutto diviene quasi masticabile, di buon corpo; Si può tranquillamente affermare di stare bevendo un vino con un’ impronta più godibile, immediata, ma senz’altro poco calzante alle aspettative di chi si aspetta un Aglianico più austero.

Aglianico del Vulture Titolo 2004 La prima annata condotta personalmente da Elena Fucci, con i consigli in vigna del nonno e con tutto il suo personale amore ed estro tra vasche e barriques, quest’ultime scelte dopo alcuni anni di ricerca e sperimentazione con l’azienda francese Boutes di Bordeaux. Il colore riprende note cromatiche molto affascinanti, rosso rubino con lievi sfumature granata, abbastanza trasparente e di buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso è assai intenso su note evolute, con un approccio balsamico e con una evoluzione in spezie, cuoio, liquirizia. In bocca è asciutto, intenso e di buona persistenza, sorretto da una buona acidità, con un tannino levigato ma ancora presente e tangibile, mai invadente per tutta la beva. Un gran bel vino, da goderne adesso e certamente per chi ne avrà la possibilità da non perdere di vista nei prossimi anni.

Aglianico del Vulture Titolo 2003 Della vendemmia in questione si è parlato tanto e forse troppo, dei numerosi problemi che ha causato la calura estiva e dei trampolini che molti viticoltori hanno dovuto usare per rimanere attaccati al mercato. Adesso però che si iniziano ad aprire le bottiglie, dopo un lapalissiano tempo di attesa si hanno piacevoli scoperte. Nel Vulture la sensazione catastrofica dell’annata per la verità non la si è avuta sin dall’inizio e – come dice Elena Fucci – “prima ci hanno detto che correvamo il rischio di buttare tutto via, poi l’anno dopo si sono distribuiti alla 2003 premi a destra e a manca”. Si sono dimenticati però di premiare questo bellissimo vino, aggiungo io, curato sino all’estrema ratio da Sergio Paternoster: di colore rubino carico, poco trasparente, consistente. Un naso eccelso, pulito, con un approccio elegante e fine su note aromatiche che vanno dal floreale passito, al fruttato in confettura, allo speziato al sentore animale di pelliccia. In bocca è secco, austero alla vecchia maniera, sorretto da una acidità masticabile e da un tannino che proprio non ne vuole sapere di assopirsi. Carattere da vendere.

Qui un bell’articolo di Monica Piscitelli che è stata a trovare Elena in azienda.

La Basilicata in bianco, Re Manfredi 2008

25 novembre 2009

La Basilicata è senza ombra di dubbio una terra unica e straordinaria e seppur l’origine etimologica stessa del suo nome, proveniente forse da Blaseus – Terra dei Re – evochi blasone e regalità colpisce e stupisce per la semplicità disarmante delle sue bellezze naturali tanto care ai viaggiatori dell’800, per i suoi paesaggi chiaro-scuri incastonati tra il mare e la terra, tra lo Ionio ed il Tirreno, tra il Vulture e le montagne sacre del Pollino.

Qui sorge Terre degli Svevi, azienda agricola di particolare suggestione e piccolo gioiello della viticoltura vulturina tra le aree di Venosa e Maschito, particolarmente vocate per la produzione dell’aglianico del Vulture ma che grazie alla loro peculiare esposizione ben si adattano alla sperimentazione di impianto di vitigni, senz’altro innovativi per l’area, come il muller thurgau ed il traminer aromatico iniziate nel 2001 con risultati decisamente incoraggianti.

Il Re Manfredi bianco è un vino che sin dal mio primo assaggio avvenuto al Vinitaly nel 2004 (annata 2003, non commercializzata) mi ha colpito ed entusiasmato, soprattutto per l’imprinting olfattivo del quale tutto si poteva immaginare tranne che fosse un vino del sud, addirittura del Vulture. Una novità assoluta per il panorama dei vini bianchi del sud, senza dubbio una botta di vitalità per un areale che mietendo i dovuti riconoscimenti per il suo straordinario aglianico non riusciva ancora a proporre nulla di chè rilevante sul versante bianchista (a parte poche buone interpretazioni di Fiano) per supportare una proposta commerciale sicuramente di eccelsa qualità ma recepita come un “unicum” territoriale con tutte le problematiche ad esso correlate.

I primi appunti di degustazione dell’annata 2008, all’epoca appena arrivato sugli scaffali li avevo lasciati sul sito dell’amico Luciano Pignataro circa un anno fa’ ma la curiosità di capire, dopo quasi un anno (appunto) cosa fosse successo era tanta, pertanto bando alle ciance e calice alto: il colore è rimasto di un bel giallo paglierino, chiaro, nitido ed ha conservato una verve cristallina ineccepibile, di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è intenso, ampio, senzazioni aromatiche inseguono note erbacee, spunti mentolati, un fruttato quasi dolce di mela, pesca e di banana, mandorle.

In bocca è secco, possiede una trama acida di prezioso equilibrio, per niente invadente, direi anzi invitante e godibile dall’ingresso alla deglutizione. In conclusione un vino che ha ancora spalla per reggere bene un altro paio di giri di calendario, sinonimo di grande qualità in vigna ed in cantina, di esperienza da vendere, di un terroir straordinario che ha trovato una nuova vocazione, bianchista, di grande aiuto ad una offerta vulturina che come detto pur di grande qualità soffre, soprattutto in fase di stagnazione, di una minore capacità di penetrazione sul mercato “medio”, soprattutto internazionale.

Un vino da bere molto fresco, da accostare a pesci fritti, ricordo le vope e le mennelle fritte che mia madre non smetteva mai di friggere per la voracità con la quale sparivano dalla tavola della domenica, ma quelli erano altri tempi, altri profumi, altri sapori a cui nemmeno un re avrebbe resistito!

© L’Arcante – riproduzione riservata


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