Archive for the ‘Prodotti’ Category

Castel di Sasso, Le Campestre, il Conciato Romano e le meravigliose terre del Casavecchia

13 giugno 2016

Castel di Sasso è un piccolo borgo conosciuto perlopiù di recente proprio grazie a questo straordinario formaggio riportato in auge dalla famiglia Lombardi a Le Campestre¤. Oltre ad essere un luogo di pace, lontano dai rumori e dal caos della provincia casertana, questo posto è lo scrigno nel quale rivive l’antico rito di produzione di questo raro formaggio nonché di un’accoglienza in campagna che ha pochi eguali in Campania. 

Le Campestre - foto L'Arcante

La cucina di Liliana è quanto di più buono, pulito e giusto ci si possa ritrovare sulla tavola di un agriturismo. I prodotti sono per la maggior parte di produzione propria, spesso raccolti e messi in dispensa in giornata, qui non serve avere premura del menu ma basta affidarsi. Dalla splendida terrazza il verde si perde a vista d’occhio, tutt’intorno, sotto una raggiante luce naturale si stagliano la vigna di casavecchia, gli ulivi centenari, l’orto; più in là, nascosti tra le fronde le galline, i maiali, le caprette, degli asinelli.

A tavola arrivano pietanze semplici ma proprio per questo gustosissime: il formaggio appena tirato via dai canestrelli, la salsiccia di Nero casertano, le olive caiatine, la zuppetta di legumi e castagne secche, il pane cafone. Poi ancora degli scialatielli fatti in casa con i carciofi e conciato romano, le mezze maniche con ragù di maiale, l’agnello con le patate al forno, infine, dulcis in fundo, il Conciato con le mele annurche cotte e caramellate all’asprinio, accostamento sublime che chiude un pranzo succulento e prelibato! Conto sui 60 euro (in due!).

Ma veniamo al Conciato Romano, è forse il più antico formaggio italiano. Si produce con latte vaccino, ovino o caprino e la coagulazione prevede l’utilizzo di caglio di capretto. Le piccole formine, dopo la pressatura vengono salate e asciugate, quindi conciate. La concia viene fatta lavando dapprima le forme con acqua di cottura delle pettole, una tipica pasta fatta in casa, poi con olio, aceto, peperoncino e piperna, un erbetta spontanea di queste zone. Caratteristica è la conservazione che avviene in anforette di terracotta, pratica questa dal richiamo fortemente ancestrale.

Non da meno è il carattere del formaggio, davvero unico nel suo genere, dall’odore di forte riduzione ed un sapore di grande personalità che talvolta riserva una piccantezza assai pronunciata. Perfetto l’accostamento con cotognate oppure, come ci è capitato a noi, con delle splendide mele annurche cotte!

Il Conciato romano de Le Campestre - foto L'Arcante

Grande merito nella valorizzazione di questo prodotto è da attribuire a Manuela Piancastelli. Sono passati una decina d’anni da quando l’allora giornalista e scrittrice napoletana cominciò ad occuparsene, ci arrivò seguendo le tracce di un’antica tradizione quasi scomparsa del tutto. A lei, che proprio da queste parti ha scelto poi di rimanere a vivere si devono l’impegno ed il racconto che hanno portato attenzione su questo straordinario prodotto e questi luoghi suggestivi.

Giornalista de Il Mattino, tra le prime specializzate a caccia delle novità enogastronomiche campane, punto di riferimento del buon Gino Veronelli, Manuela era lanciatissima anche nella ricerca di quanto stava portando avanti a quel tempo in questa zona Peppe Mancini sul Pallagrello e il Casavecchia, vitigni centenari recuperati dall’estinzione certa. Pochi anni dopo, nel 2003, lei stessa, letteralmente rapita da questi luoghi e dal ”Principe” si ritrovò catapultata nei suoi progetti, con Luigi Moio al loro fianco ed una nuova storia da consegnare agli annali della viticoltura campana.

Sul Conciato scrive: ”della storia del conciato romano si sa molto poco: secondo alcuni, potrebbe essere l’antico formaggio trebulano, di cui parlano autori latini (Trebula baleniensis era una colonia romana vicino a Pontelatone) ma in effetti di come e quando sia comparso per la prima volta si conosce poco e niente. Si sa solo che il risultato di questo lungo e paziente lavoro di affinamento è un formaggio particolarissimo: la superficie esterna diventa leggermente cremosa, l’odore è intensissimo, quasi pungente. In bocca è un arcobaleno di emozioni, tutte violentissime eppure armoniche. Se dovessi usare un solo aggettivo, direi che è un formaggio estremo: mi ricorda insieme formaggi di fossa e erborinati stravecchi”.

Omaggio al lavoro di Fabio Lombardi¤, il giovanissimo fratello di Manuel scomparso purtroppo prematuramente a causa di un incidente nei campi, e a tutta la famiglia Lombardi per quanto è riuscita a preservare nel tempo custodendo una memoria storica straordinaria. 

Azienda Agrituristica Le Campestre
Via Buonomini, Castel di Sasso (CE)
Tel. 0823 878277
Cell. 347 0580014 / 366 7201685
email: info@lecampestre.it

Il Conciato romano, formaggio estremo¤, di Manuella Piancastelli¤.

Il Casavecchia di Terre del Principe¤.

Centomoggia, il Casavecchia di Terre del Principe¤.

Credit lucianopignataro.it

 

© L’Arcante – riproduzione riservata

Intervallo| DUBL ESSE

23 aprile 2016

DUBL ESSE Vino Spumante di Qualità Metodo Classico - foto L'Arcante

Il tempo è un valore importante, la tenacia e la ricerca di spostare continuamente l’asticella fa, con merito, tutto il resto. Il greco è un vitigno straordinario, è autentico, ha un gran potenziale e dà generalmente vini di struttura, voluttà e tensione da vendere, con quel ‘talento’ e quella capacità evolutiva che poche altre varietà autoctone italiane possiedono.

Tutte caratteristiche che un buon metodo classico nostrano pretende. Qui dosaggio* zero, cioè quella grande famiglia di vini spumanti¤ di qualità cui appartengono alcune tra le migliori¤ bolle italiane e che tanto piacciono ai grandi appassionati.

Da queste parti potremmo essere tacciati di essere di parte quindi poche sciorinate, bevetene e raccontatelo in giro!

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*Dosaggio o dosage è quella pratica prevista per i metodo classico prima dell’imbottigliamento definitivo con cui viene aggiunto dopo la sboccatura a ciascuna bottiglia un vino della stessa partita anziché lo sciroppo di dosaggio, quello che i francesi chiamano ‘liqueur d’expédition’, una miscela che può contenere dello zucchero, del distillato invecchiato e/o del vino di annate precedenti. La funzione del dosaggio serve generalmente ad addolcire un vino che ha scarso residuo zuccherino, quindi con un’acidità molto elevata, contribuisce inoltre a conferire allo spumante quelle sfumature aromatiche e di gusto caratteristiche. Quando invece il rabbocco avviene col solo spumante della stessa cuvée abbiamo, appunto, un Dosaggio zero, o Brut nature o Pas dosè.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Venticano, il Prosciuttificio Ciarcia

7 ottobre 2015

Una storia che ha radici così lontane nel tempo, che inizia nei primi dell’800 ed arriva sino ai giorni nostri merita senza dubbio alcuno di essere raccontata. E noi lo facciamo perché il Prosciuttificio Ciarcia di Venticano è un piccolo gioiello che va vantato.

Nicola Ciarcia, l'arrivo delle cosce

Come ci racconta Nicola Ciarcia (nella foto) tutto nasce da una mera consuetudine divenuta poi col tempo forte tradizione: ‘da queste parti buona parte delle famiglie della zona acquistavano le cosce dei maiali locali, se le lavorava per conto proprio, le salava e le stagionava di sovente nelle proprie cantine in pietra per farne in qualche maniera merce (preziosa) di scambio’.

Ciarcia, la ripulitura - foto A. Di Costanzo

Così è stato anche per la famiglia del primo Nicola Ciarcia, seguita poi da suo figlio Michelangelo e, dopo di lui, da Vittorio Ciarcia che ne ha fatto vera e propria impresa commerciale mettendo su nel 1930 il prosciuttificio, capace oggi di movimentare circa 60.000 prosciutti l’anno, prodotti sostanzialmente da suini allevati secondo antica tradizione contadina e lavorati con scrupolo ed attenzione artigianale e messi in circolo dopo una stagionatura che può arrivare sino ai 18 mesi.

Ciarcia, stagionatura - foto A. Di Costanzo

Il Prosciutto Irpino sostiene una stagionatura di almeno 18 mesi. Viene ottenuto dalla selezione di cosce di maiali nati, allevati e macellati in Italia. Diverse le fasi di pulitura, abbattimento di temperatura, salatura e lavorazione degli scarti prima di essere avviato alla stagionatura.

Ciarcia, l'ingrassatura - foto A. Di Costanzo

Il Culatello Irpino di casa Ciarcia¤ è un prodotto molto conosciuto, si ricava da cosce di suino adulto, esclusivamente italiano, allevato secondo metodi tradizionali. E’ prodotto in quantità limitate ed è stagionato per almeno 12 mesi.

Ciarcia, la Culaccia a sx (culatello irpino), il Fiocco a dx - foto A. Di Costanzo

Dal prosciutto ripulito dall’osso, oltre al Culatello (nella foto, la parte in alto a sinistra) viene fuori il Fiocco (la parte in basso a destra, ndr). E’ parente stretto del Culatello ma più magro e piccolo. Proviene esclusivamente da coscia di suino italiano, è salato e sugnato a mano ed ha una stagionatura mai inferiore ai 7 mesi.

Ciarcia, Culaccia Irpina - foto A. Di Costanzo

Il negozio collocato al piano strada dello stabilimento chiude virtualmente la filiera consentendo anche a privati di fare acquisti al dettaglio. Non mancano naturalmente altri prodotti del territorio come una selezione di formaggi di diverse pezzature e stagionature e tutto quanto una bottega del gusto non si deve far mancare: olio extravergine di oliva, vino, spezie, aromi, conserve, confetture, marmellate e tanto altro.

Ciarcia, il negozio - foto A. Di Costanzo

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Prosciuttificio Ciarcia

Contrada Ilici, Zona P.I.P.
83030 Venticano (AV)
Tel. 0825.96.53.09
Fax. 0825.96.57.57
info@vittoriociarcia.com

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Napoli tre cose tiene di bello: il mare, il Vesuvio e le Sfogliatelle di Attanasio

14 agosto 2015

La storia della sfogliatella è la storia di un monastero, quello di Santa Rosa in costiera amalfitana, fra Furore e Conca dei Marini. Come in tutti i conventi di clausura da qui non si usciva, quindi oltre alla preghiera hai voglia a dilettarsi nell’orto, in vigna, in cucina. Tutto si faceva nelle mura del monastero, anche il pane, ogni due settimane.

La Sfogliatella 'frolla' di Attanasio - foto A. Di Costanzo

Un giorno, più di 400 anni fa – siamo nel 1600 – una suora intenta ad occuparsi delle faccende di cucina si accorse che era avanzata un po’ di semola cotta nel latte. Ispirata dall’alto, ci buttò dentro un po’ di frutta secca, zucchero e del liquore al limone. ‘Potrebbe essere un ripieno’, si disse. Ma cosa poteva metterci sopra e sotto? Preparò quindi due sfoglie di pasta aggiungendovi strutto e vino bianco, e ci sistemò in mezzo il ripieno. Poi, siccome anche in un convento l’occhio vuole la sua parte, sollevò un po’ la sfoglia superiore, dandole la forma di un cappuccio di monaco e infornò il tutto.

La Madre Superiora sulle prime fiutò il dolce appena sfornato, subito dopo l’affare; con questa invenzione benedetta si poteva far del bene sia ai contadini della zona, che alle casse del convento. La clausura non veniva messa in pericolo: il dolce veniva messo sulla classica ruota, in uscita. Sempre che, sia chiaro, i villici ci avessero messo, in entrata, qualche moneta. A questo dolce venne dato, inevitabilmente, il nome della Santa a cui era dedicato il convento.

Come tutti i doni di Dio, la Santarosa non poteva restare confinata in un sol luogo, per la gioia di pochi. La divina Provvidenza è un po’ come la dieta: funziona, ma non bisogna darle fretta. La Santarosa ci mise circa centocinquant’anni per percorrere i sessanta chilometri tra Amalfi e Napoli.

Qui ci arrivò ai primi dell’800, per merito dell’oste Pasquale Pintauro con bottega in via Toledo, proprio di fronte a Santa Brigida. Osteria fino al 1818, anno in cui Pasquale entrò in possesso, per una via che non è mai stata chiarita, della ricetta originale della Santarosa. La sua osteria divenne così un laboratorio dolciario che non si limitò a diffondere la Santarosa: la modificò eliminandovi la crema pasticciera e l’amarena e sopprimendo la protuberanza superiore a cappuccio di monaco.

Era nata la sfogliatella. La sua varietà più famosa, la cosiddetta ‘Riccia’, mantiene da allora la sua forma triangolare, a conchiglia. Oggi la sfogliatella si può assaggiare in tutte la pasticcerie di Napoli, di sovente con piena soddisfazione. Se si cerca l’eccellenza, la bottega di Pintauro sta sempre là: ha cambiato gestione, ma non il nome e l’insegna, e nemmeno la qualità, che resta quella di quasi duecento anni fa. Al viaggiatore che arriva alla stazione di Napoli si consiglia di fare un salto da Attanasio¤, vico Ferrovia, qui si sfornano sfogliatelle calde a getto continuo. ‘Napule tre cose tene belle: ‘o mare, ‘o Vesuvio e ‘e sfugliatelle’.

credits: sfogliatelleattanasio.it

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Attanasio

Vico Ferrovia 1 – 4 Napoli

Tel. +39 081 28.56.75

aperto 6.30 fino alle 19.30

lunedì chiuso

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Intervallo| L’Impepata di Marianna Vitale

21 ottobre 2014

‘L’alta cucina è una continua ricerca di armonia tra ingredienti diversi che insieme esprimano equilibrio e sostanza…’ Stronzate! L’alta cucina è portare in bocca un cucchiaio di questo piatto di Marianna¤ e dire… Oh cazzo!

Impepata  Mischiato delicato con cozze, pepe e limone - foto L'Arcante

Impepata, Mischiato delicato con cozze, pepe e limone. Ci puoi stare ore lì a pensarci, forse anche dei giorni: ti piace, non ti piace, troppo pepe, troppo limone. E poi l’equilibrio, eh… l’equilibrio?

E invece… invece no, qui non serve null’altro, qui vale la memoria, l’intuizione, il talento, l’azzardo, mettere nel piatto e portare in tavola qualcosa che ha del geniale, una zingarata capace di rompere il ghiaccio e scaldare gli animi! Troppo, troppo forte!

Ristorante Sud
Via SS Pietro e Paolo n° 8
Quarto (Napoli)
tel. 081.0202708
www.sudristorante.it
Aperto la sera, domenica e festivi a pranzo
Chiuso il lunedì

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Intervallo| ‘A Pizza chiat’ a libbretto

8 ottobre 2014

Si tratta di una pizza preparata in un certo numero ed esposta in una vetrinetta riscaldata all’ingresso delle pizzerie napoletane dove la pizza si serve sin dalla prima mattinata. Chi, a metà mattina, sente un certo languorino, va dal pizzaiuolo all’angolo e si compra una pizzella – generalmente una Marinara o Margherita in miniatura, cioè più piccole di quelle generalmente servite ai tavoli -, la piega ‘a libbretto’ e se la porta via. A Napoli è il cibo di strada per antonomasia!

Pizza a' Libbretto, Fiorenzano (Napoli) - foto A. Di Costanzo

Chiat’a libbretto è un’efficace espressione che a Napoli ha anche altri significati, soprattutto ‘portare pazienza’ o, meglio ‘essere coscienti dell’impossibilità di cambiare le cose’, eccetera. Ciò deriva dal fatto che un tempo era possibile mangiare la pizza seduti al tavolo solo per coloro che godevano di una certa condizione agiata. Gli altri, quelli meno fortunati, potevano mangiarla si, ma fuori, in piedi, così piegarla in quattro – a libbretto, appunto – consentiva di gestirla al meglio con le mani evitando che pomodoro, mozzarella ed olio potessero sgocciolare.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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