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22-23-24-25 Ottobre Duemiladodici. Il Viaggio…

17 ottobre 2012

Sabatino, quasi 20 anni al Palace, se ne va in pensione. Gennaro festeggia per il terzo anno di seguito i suoi 50 anni. Antonio, non so perché, ma ci sta bene. Luca s’è fatto il culo, come del resto un po’ tutti quanti noi quest’anno, lui però giusto quel poco in più che quando c’è si nota subito. Nando, eh Nando, ah sì, per grazia di Dio. Pino? Beh, Marianna gli ha preso 16, se lo merita, lui! Fabrizio, Gianni, Mimmo sarà un piacere enorme averli con noi. Francesco poi ci deve stare per forza, sennò…

Insomma, per farla breve, il 22 ottobre prossimo si parte e il 23, 24, 25 saremo da quelle parti (e altrove) tra vigne e cantine. A conoscere persone. Ce lo siamo meritato tutto. Sì, anch’io, sino all’ultima goccia!

Chiacchiere distintive, di Angelo Gaja ed altre cose di questo mondo: la storia, il vino, il web

10 settembre 2012

E’ qui per fare vacanza, starsene tranquillo con l’amata Lucia e trascorrere le primissime ore del mattino a passeggiare alla Migliara ad Anacapri. Poi però cede alla tentazione lanciatagli iersera tra una chiacchiera e l’altra: “Le va di raccontare un po’ di storia della famiglia Gaja ai ragazzi dello staff, sarebbero onorati della sua presenza?”. “Manco a chiederlo Angelo, a che ora ci vediamo?”.

Inutile ricordare quanto sia bravo a tenere banco. Non è la prima volta che gli siedo davanti, ma oggi è più piacevole che mai. Il ricordo dei fondatori dell’azienda è un intercalare appassionato, poi si emoziona visibilmente quando parla di nonna Clotilde Rey*, della sua figura di donna severa e determinata, autoritaria ed esigente, di quanto sia stata fondamentale nella storia della famiglia. Cala il capo, prima di esplodere in un sorriso carico d’affetto, quando cita suo nonno Angelo che verso la fine dei suoi anni gli ricordava di sovente: “ad un uomo può anche capitare di sposare una donna più brava di lui, una in gamba, tosta. Ci pensi su ed arrivi alla conclusione che o la uccidi, o la segui. Io ho scelto di seguirla…”.

E’ una lunga storia, a tratti epica e ricca di sfumature. E’ orgoglioso quando rivendica le sue scelte, che ammette anche non essere state proprio tutte azzeccate ma ci tiene a riprenderle, una ad una, spiegandocele ognuna per bene.

Si va dalle prime occasioni mancate di comprar vigna in Barolo all’idea di andare in Toscana, sull’onda della grandeur dei Supertuscans; si passa poi dalla scelta, secondo lui obbligata – “per mille ragioni, ci dice” – di passare alla Langhe Nebbiolo coi suoi Grand Crus a quell’indimenticato “Darmagi!” esclamato da suo papà dopo aver piantato cabernet in terra di nebbiolo. Lo fa con orgoglio dicevo, sentimento che vira in felicità quando ci racconta dell’acquisto delle Cascine Marenca e Rivette a Serralunga d’Alba – dove si fa lo Sperss** -, avvenuta nell’88 e salutata quasi come una liberazione. Un omaggio al padre che proprio lì, in gioventù, aveva condotto le sue prime vendemmie; e di Ca’ Marcanda, che porta nel nome tutta la sua personale ostinazione che l’ha portato a sbarcare finalmente a Bolgheri dopo mesi di estenuanti tira e molla e trattative infinite con la vecchia proprietà.

E’ un fiume in piena Angelo Gaja, tantissimi gli argomenti toccati che non basterebbe una giornata per discutere di tutto e riportarne la cronaca; così, anche per questo, ci siamo dati appuntamento a fine ottobre lì a Barbaresco.

Ad alcune domande, tra le ultime, risponde con parole forti: lo fa su chi, dalle sue parti, continua a professarsi – autonomamente – conservatore della tradizione langarola quando “la storia nemmeno li ha sfiorati”. E non disdegna, più in generale, di condannare con fermezza la voracità della vetusta politica italiana, oltreché l’ostinazione di certi suoi esponenti intenti a guardare solo il proprio orticello più che l’interesse del paese. Un invito infine ai giovani, ad imparare sin da subito l’inglese e spostare, se necessario, le proprie ambizioni sin oltre i confini nazionali.

A pensarci bene è fatto proprio così, non si schermisce Angelo Gaja, non nasconde per esempio nemmeno di essere un vanitoso, e di essere inviso a diversi, eppure la percezione è che anche per coloro i quali il gradimento è ai minimi sopportabili rimanga un’istituzione per il mondo del vino italiano; e di certo lui non si fa mancare, di tanto in tanto, di ricordarlo in giro. Dice di farlo a modo suo, ne parla molto coi suoi clienti ma anche con i tanti (troppi!, cit.) “opinion leaders” di settore sparsi qua e là nel mondo eppure sempre proprio dietro l’angolo.

A tal proposito ci tengo a chiedergli ancora giusto un altro paio di cose sulla sua ultima uscita. Mi sorride, mi stringe forte al petto e prendendomi poi sotto braccio mi fa: “guarda che è tardi, facciamo tardi, tu hai da lavorare. Ci pensa due secondi su… “Vabbé dai, forza, sputa il rospo!”. E’ un grande!

Bene. In questi giorni è in giro sul web un suo pensiero sulla vendemmia 2012 e su come affrontare i cambiamenti climatici in atto. E’ lì la vera sfida del futuro per chi fa vino? Viviamo un tempo di grandi sfide, bisogna raccoglierle e fare del nostro meglio per affrontarle fino in fondo. Un tempo bastava consolidare la tradizione ereditata dalla famiglia, impegnandosi laddove possibile nel rilanciarla, affermarla, farla crescere. Oggi è diverso, non basta più solo quello, è necessario tirar fuori dalla storia nuovi orizzonti, scoperte, obiettivi.

E per far questo di cosa c’è bisogno secondo lei, tenendo conto del momento che converrà non essere proprio esaltante? Anzitutto la terra. Abbiamo in Italia ampie risorse per ricostruire un percorso di crescita economica virtuoso e proiettato nei lunghi termini. L’agricoltura ha bisogno di grande attenzione, innovazione, cura. E dare fiducia ai giovani, parlo soprattutto di noi vecchi che dobbiamo essere lì ad indicargli la via, non imporgliela, metterli sulla strada giusta e ricordargli la storia. Ma questi devono avere i mezzi per potersi mettere in gioco. In questo c’è bisogno di un grande slancio a livello istituzionale.

I cambiamenti climatici saranno quindi decisivi tanto da dover sviluppare una nuova agricoltura? Ma certo. L’Agricoltore, il vignaiolo per quanto ci riguarda, avranno un ruolo sempre più determinante. Solo chi vive la vigna sa di cosa ha bisogno in un determinato momento. Ma dovrà sapersi adeguare alle nuove occorrenze; certe malattie (della vite, ndr), ad esempio, a causa delle variazioni climatiche vanno scomparendo ma ne arrivano altre che bisogna saper affrontare.

Di concreto quindi c’è bisogno di tanta ricerca; possiamo anche immaginare l’abbandono di certe colture a favore di altre più adatte alle nuove “occorrenze”? Di certo c’è che con tutto il caldo di queste estati quelle che soffrono di più sono le varietà precoci. E’ necessario quindi imparare a “leggere” l’annata sin da subito, intervenire costantemente in vigna, con potature adeguate, defogliazione, ripensare l’irrigazione di soccorso, e avere naturalmente persone preparate per farlo al meglio.

Specializzazione insomma. Ma è lecito quindi pensare che la cantina, in senso stretto, acquisirà sempre maggiore importanza? Non si rischia così quell’omologazione di cui un po’ tutti fanno fatica anche solo a nominare? La cantina ha sempre avuto un ruolo importante, tuttavia ciò che la ricerca deve garantire sempre più è che il lavoro fatto in vigna venga interpretato al meglio senza stravolgerne l’essenza. Sicuramente chi può contare sulle giuste tecnologie ha una carta in più da giocare. Si può essere artigiani del vino senza essere necessariamente degli sfigati.

Per finire Sig. Gaja, ritornando ad internet e blog vari. Molti le imputano di usarli spesso come corrieri dei suoi pensieri, lei però si guarda bene da una vera interazione con i suoi frequentatori. Perché? Non è necessario, o non lo è quasi sempre. Poi, mettiamola così, io sono all’antica, c’ho 72 anni, ho bisogno di tempo per ragionarci su certi argomenti. Lì, nella rete o come diavolo la chiamate voi bloggers, tutto corre così velocemente che spesso tanti buoni argomenti, che andrebbero ragionati ed articolati, si perdono tra tante piccole fesserie.

* Alla nonna paterna Clotilde Rey (e alla prima figlia Gaia) è dedicato lo Chardonnay Gaia&Rey, un nome che volle essere un omaggio alla tradizione e al contempo uno slancio nel futuro.

** Sperss un tempo era Barolo Docg, oggi come tutti in Grand Crus di Gaja è un Langhe Nebbiolo. Quel luogo, le Cascine Marenca e Rivette in Serralunga, erano un vecchio pallino, scelto seguendo le orme del papà che in gioventù, per tre anni, lì ci aveva fatto vendemmia.

E’ venne il giorno del Barolo Borgogno a Capri…

30 maggio 2012

L’Olivo DiVino

Storie di vino e di alta gastronomia nello stile de La Dolce Vite 

Venerdì 15 Giugno ancora un appuntamento imperdibile in Dolce Vite, la cantina del Capri Palace Hotel&Spa di Anacapri con la storia dell’azienda Borgogno, del Barolo e delle sue straordinarie terre di Langa.

Si parte alle ore 20.00 con un aperitivo di benvenuto in cantina, con l’Alta Langa Pas Dosé Contessa Rosa 2007 ed il Langhe Nebbiolo No Name 2008 di Borgogno. Durante la cena invece, realizzata a quattro mani dal nostro Executive Chef Andrea Migliaccio ed Ugo Alciati, chef nonché patron del Ristorante Guido a Pollenzo, verranno proposti quattro Barolo Riserva tra i quali le annate storiche del ’78, ’85, ’96 ed una delle ultime più apprezzate, quella del 2005. Un momento DiVino, imperdibile! 

Per informazioni e prenotazioni:
Ristorante L’Olivo – Due Stelle Michelin
Capri Palace Hotel & Spa
Via Capodimonte 14, Anacapri.
Tel. 081 978 0560
olivo@capripalace.com
www.capripalace.com
 
Ufficio stampa Capri Palace Hotel&Spa
Marita Rivas
Tel. 081 9780228
pr@capripalace.com

Serralunga d’Alba, vien di notte con le stelle e… un fresco bicchierino di bianco Montanaro

21 ottobre 2011

Stanotte ho dato un’occhiata lì fuori affacciandomi alla finestra; poi, per niente convinto della vista – cercavo le stelle, avevo a tiro solo rami di querce -, mi sono deciso a scendere giù; ho passeggiato qualche minuto, mi sono seduto su una panchina, ci sarò stato mezz’ora, quanto è bastato a far pace con la mia anima (mentre dal nulla sbucava un cervo!).

Il bianco Montanaro di Giulio Bongiovanni è molto più di un intruglio che ricorda il Vermouth – ricordate? E’ quel vino liquoroso ottenuto miscelando vini bianchi secchi, solitamente dal sapore neutro, con alcol puro, zucchero, assenzio ed altre piante aromatiche -, quello di una volta però, quello che aveva come base il miglior vino moscato e che faceva scintillare gli occhi già solo al primo sorso. Fu Ippocrate, il padre della medicina, tra i primi ad aromatizzare il vino con l’assenzio, aggiungendovi zucchero e alcol puro per renderlo ancora più dolce, quindi morbido diremmo oggi noi, e inebriante. Lui era solito utilizzarlo per purificare il corpo dei suoi pazienti, come vermifugo, ma vista l’euforia che manifestava la bevanda ed il suo gusto piacevole, ben presto questo intruglio divenne liquore pregiato, e nei secoli a venire destinato a palati sempre più raffinati.

Della ricetta tradizionale del Vermouth si conoscono più o meno i principali aromi utilizzati: di sovente genziana, zenzero, vaniglia, assenzio, maggiorana, melissa, timo, salvia, luppolo, sambuca, camomilla, finocchio, zafferano, melograno, garofano o chiodi di garofano, ma come la storia racconta ognuno ha poi maturato negli anni una propria unica ed irripetibile ricetta. Nel bianco Montanaro, tra i pochi “segreti” rivelati, oltre a recuperare il moscato come vino base, c’è che le erbe e le spezie non vengono lasciate in infusione diretta – cioè immerse nell’alcol -, ma in maniera indiretta, in sospensione; ovvero, in un contenitore con chiusura ermetica vengono poggiate su di una griglia e di tanto in tanto irrorate con l’alcol che, per caduta, viene raccolto alla sua base. Così per almeno 40 giorni. Altro segreto poi, lasciare i contenitori al sole al mattino e rimetterli al fresco in cantina alla sera.

Il risultato? Un vino delizioso e ammaliante, dal colore canarino luminoso. Al naso è fulgido, intensamente aromatico, officinale, speziato, finemente ammandorlato. Il sorso è asciutto, e nonostante il buon tenore alcolico e l’aggiunta di zucchero risulta assai fresco e avvolgente, anche se rotondo e caldo, efficace e piacevolmente secco sul finale di bocca. Un vino davvero adorabile, bevuto così freddo come l’ho apprezzato io rimane formidabile pure da solo, quando servito come aperitivo; ancor più se, con un pizzico di fantasia, un po’ di estro, giustamente miscelato ad una bollicina d’autore. Chissà che non sia da spingere come una buona idea…


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