Viaggio in Nuova Zelanda, cose dell’altro mondo

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di Enone Oneno.

Esistono dei luoghi al Mondo in cui i doni di Dio hanno un sapore diverso. Dove la natura fertile e rigogliosa sembra aver trovato un compromesso con l’uomo, dei luoghi in cui le piante appaiono in grado di udire le preghiere di chi le coltiva. Uno di quei luoghi è senz’alcun dubbio la Nuova Zelanda. Isola dimenticata al confine tra l’Oceano Pacifico ed il Mare di Tasman in grado di trasmettere ai suoi frutti il fascino della sua latitudine.

Non è certo che il Creatore adoperasse un pennello per le sue opere, ma se un indizio esiste, beh, questo è la terra dei Maori. bella come nessuna landa al mondo, piena della sua solitudine, perfettamente abbandonata a sé stessa.. ineguagliabile connubio di coste, pendii e spazi piani. In questi scenari, giovani e arditi coltivatori hanno iniziato da poco più di un trentennio a dedicarsi seriamente alla vite.

L’inizio non fu semplice, in quanto caratterizzato da un decennio speso ad esitare sull’opportunità di vinificare una Sǘssreserve di Muller-Thurgau; ma poi le cose iniziarono a cambiare a partire dagli anni ’90.

Così, sebbene gappati dalla giovane età in termini di storia enologica, nonché dall’interesse volto per troppo tempo esclusivamente ai vitigni più quotati (chardonnay, riesling, cabernet, pinot nero), i neozelandesi hanno mostrato, da alcuni anni, di aver maturato l’esperienza sufficiente per puntare, finalmente, su di un vitigno estremamente indicato per loro terra, il sauvignon blanc, marginalizzando al contempo gli altri uvaggi internazionali, ed accantonando definitivamente l’idea di riprodurre in patria una piccola Francia d’oltreoceano.  

Due strade distinte, due filosofie di vigna, tanti vini. Se si parla di Nuova Zelanda, occorre distinguere tra i produttori che si dedicano ancora ai “vini col passaporto” da quelli che, invece, hanno deciso di concentrarsi sul sauvignon blanc. Ma tale distinguo, oramai, non conduce a risultati di assoluta incomparabilità, in quanto l’incremento qualitativo dei vini degli ultimi 15 anni ha interessato la quasi totalità delle produzioni.

E’ stato grazie alla zelante opera di promettenti aziende, capitanate spesso da enologi giovanissimi, che la qualità media dei vini neozelandesi ha conosciuto uno scatto verso l’alto degno di nota. Oggi i rossi non sono più estremamente erbacei ed i bianchi non sembrano più fatti seguendo una ricetta. Una seria opera di personalizzazione, accompagnata da un più accurato studio sulla vigna, ha iniziato a partorire bottiglie di tutto rispetto. E’ il caso del riesling di Palliser Estate a Martinborough, o della gamma di Craggy Range e del suo enologo Doug Wisor a Hawke’s Bay, ma anche del pinot noir di Akarua nel Central Otago.

Coloro i quali, poi, intendessero spingersi oltre le degustazioni (tutte squisitamente semplici e accompagnate da una spensieratezza oramai sparita nel nostro emisfero) di chardonnay e pinot nero, potrebbero rimanere esterrefatti. Imbattersi in un saggio di un Sauvignon Blanc neozelandese, infatti, equivale letteralmente a cadere dalle nuvole. Non è un caso, dunque, che ben 5500 ettari di vigneti di questa terra siano destinati a tale uva. Dal clone UCD1 dell’università di Davis, California, con l’aiuto di una terra generosa (argilla, sabbia, sottosuolo vulcanico) e di un clima perfetto per tale uvaggio (fresco, ventilato, soleggiato), alcuni produttori riescono a tirar via un vino ultrafresco, equilibrato e straordinariamente intenso al frutto, da bere (salvo che non si sia disposti a perdere le note di maracuja e pompelmo) entro due anni dall’imbottigliamento. Il massimo dell’espressività si ottiene nel regioni vinicole di Marlbourough e Martinbourough, due lembi di terra appartenenti rispettivamente all’isola del sud e del nord, divise da un’unghia di oceano (lo stretto di Cook) e meravigliosamente poste l’una di fronte all’altra, in cui aziende come Hunter’s, NGA Waka Vineyard, Saint Clair e Cloudy Bay sembrano, per ora, farla da padrone.

Un’ultima parola merita d’esser spesa per segnalare il crescente interesse sviluppatosi intorno ai vini botritizzati. La presenza di vitigni come il riesling, lo chardonnay ed il semillon, ha reso possibile lo sviluppo di tale vino, che lungi dall’essere inteso da meditazione da una popolazione di spensierati, è invece il segno più evidente del peccato originale di ogni essere umano di origine britannica, ovvero la passione, per nulla celata, per le bevande dolci.

In principio fu il sidro potremmo dire, i più maliziosi potrebbero invece rivedere, nella nuova tendenza verso questi sweet-wines, il riemergere dei peccati giovanili degli anni ’80 (vedi Sǘssreserve di Muller-Thurgau), ma la realtà è differente. Il tempo del miele è finito, i Kiwi ora fanno sul serio, ne passerà ancora un po’ di tempo, ma dall’altra parte del mondo vanno veramente veloci. Prepariamoci tutti dunque, l’alternativa alla Francia c’è, un altro mondo è possibile!

Con questo pezzo diamo il benvenuto su queste pagine a Mauro Illiano; non c’è granchè da aggiungere, se non che chi non lo conosce presto imparerà a coglierne la semplicità e al tempo stesso la finezza dei suoi scritti. Mauro non è un tecnico, e non fa il sommelier (nemmeno perditempo), ma è un grandissimo appassionato e cultore del bere e mangiare bene; per questo, come ho già scritto nella sua scheda di presentazione della sua rubrica, reputo la sua firma quella che ancora mancava su questo blog. Benvenuto a bordo. (A. D.)

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2 Risposte to “Viaggio in Nuova Zelanda, cose dell’altro mondo”

  1. Mauro Illiano (Enone Oneno) Says:

    Ed ecco l’esordio che mi dona il senso di tanti giorni spesi a riflettere sul piacere che “il bere” è in grado di provocare a chi si appresta ad esso con umile interesse.. Grazie Angelo..

    • Angelo Di Costanzo Says:

      Mauro, come detto, aspettiamo tutti di accompagnarti nei tuoi viaggi, con i tuoi scritti acoltare la voce ed i sapori di posti tanto lontani dal cuore quanto ambìti dall’anima. L’Arcante, un diario di passioni!

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