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Comfort Wines, Passito di Pantelleria Ben Ryé 2016 Donnafugata

19 gennaio 2020

Un vino, ad ogni sorso, straordinariamente sorprendente! E’ bene dirlo subito, giusto per rendere chiara l’idea di quanto ci fa piacere lasciare traccia su queste pagine di questo vino, un po’ per noi ma anche per chi, non amando la tipologia oppure, più semplicemente, preferisce trascurarla, stia lì a pensarci ancora senza aver mai bevuto da questo calice.

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

E’ forse il vino passito per antonomasia il Ben Ryé di Donnafugata, di certo tra i più popolari tra gli appassionati, di grande successo commerciale nonché di critica, mai confondibile con i tanti altri vini passiti prodotti a Pantelleria, la culla più vocata d’Italia per la nascita di questi meravigliosi bianchi dolci.

Va riconosciuto all’azienda di aver lavorato sempre negli anni per far sì che lo Zibibbo di Pantelleria, questa etichetta, nonostante il considerevole successo di mercato, potesse rimanere estremamente fedele ad una precisa identità territoriale prima che produttiva, un grande vino grazie al quale potersi affacciare su un mondo che rimane ancora profondamente misconosciuto, certamente lontano dal blasone dei grandi Sauternes, o di alcuni storici nettari mitteleuropei, ma che non manca di fornire come in questo caso, ancora una volta, vette emozionali e picchi di piacevolezza di notevole valore.

Il varietale, originario del nord africa, si è poi velocemente diffuso nel bacino del Mediterraneo e in particolare qui a Pantelleria grazie all’intensa coltivazione nei territori conquistati al tempo dagli arabi come uva da tavola e da essiccare. Il nome Zibibbo infatti richiama l’arabo “Zabīb” che significa, appunto, uva secca. E’ proprio qui a Pantelleria, con il suo clima caldo, siccitoso e ventoso dell’isola siciliana di origine vulcanica che lo Zibibbo, allevato ad alberello, sembra trovare le condizioni ideali per dare uva con un patrimonio di zuccheri incredibile e in grado di dare vini di finissima tessitura ma anche capaci di sviluppare profumi ed aromi caratteristici e particolarmente complessi.

Ben Ryé duemilasedici ha un colore oro-ambra luminosissimo, di gran fascino. Il naso è davvero un portento, assai intenso e persistente, ne viene fuori un quadro aromatico ricco di note e sensazioni fruttate passite, di macchia mediterranea, con sfumature eteree particolarmente suggestive che ne arricchiscono il profilo olfattivo: vi si colgono albicocca e scorze d’arancia candita, garighe e miele, accenni di cipria. Il sorso è certamente dolce, intriso però di freschezza, di lunghissima persistenza e piacevolezza. Naturalmente vocato agli abbinamenti con desserts dolci, è su alcuni formaggi (anche) erborinati che si misura alla grande in tutta la sua complessità.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pozzuoli, il 4 Febbraio a Villa Eubea c’è la Masterclass ASPI Campania sull’Ager Falernus con il Consorzio ViTiCa

17 gennaio 2020

L’Ager Falernus, oltre 2000 anni di storia sulla bocca di tutti. I produttori del Falerno del Massico si raccontano.

ASPI, l’Associazione della Sommellerie Professionale Italiana, l’unica associazione italiana riconosciuta dall’ASI (Association de la Sommellerie Internationale), è lieta di aprire gli appuntamenti degli eventi dedicati al vino del 2020 con la prima Master class dedicata al Falerno del Massico, il più antico tra i vini prodotti in regione capace di esprimere tante anime suggestive e di grande qualità, con il supporto e la collaborazione di Vi.Ti.Ca., il Consorzio di Tutela dei Vini a D.O.C. Asprinio di Aversa, Falerno del Massico e Galluccio delle I.G.T. Terre del Volturno e Roccamonfina, costituito il 4 maggio 2004 è primo consorzio di tutela dei vini riconosciuto in Campania dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali con DM del 18/01/05.

Il Falernum, sin dall’antichità è sempre stato ritenuto una vera e propria rarità enologica tanto dall’essere addirittura riconosciuto con ben tre sotto denominazioni a seconda della sua provenienza geografica. Era chiamato comunemente vino Falerno tutto quello prodotto nell’Ager, ma generalmente da vigne allocate in pianura, il Faustianum invece era quello tralciato nell’area appena pedecollinare mentre veniva riconosciuto Caucinum solo quello più prezioso, proveniente dall’alta collina. A seconda poi delle caratteristiche organolettiche che tali vini esprimevano, vi era anche una distinzione per tipologia del tipo austerum per i vini austeri e/o astringenti, dulce se appunto dolci o tenui quando leggiadri e beverini.

La d.o.c. Falerno del Massico, istituita nel 1989, abbraccia cinque comuni tutti in provincia di Caserta: Sessa Aurunca, Cellole, Mondragone, Falciano del Massico e Carinola. Proveremo così a raccontare i territori, la loro anima, le storie, il lavoro, i vini, con il narrato di chi vive quotidianamente questa terra.

ASPI Campania, oggi più che mai, è impegnata nel rafforzare la figura di Alta professionalità che ogni Sommelier deve saper rappresentare nel mondo del vino, dove si è costantemente alla ricerca di donne e uomini preparati, specializzati e capaci di fare la differenza con il proprio talento e lavoro.

Le Masterclass sono aperte ai soci ASPI e a tutti i professionisti ed appassionati. Il costo per la Masterclass è di 35 Euro p.p. – 30 Euro per i soci ASPI. L’iscrizione può avvenire direttamente in sede o previa prenotazione via mail allegando copia del bonifico bancario intestato ad ASPI – IBAN IT 43 J 03111 5573 0000000010627 – con la causale MC1, con nome e cognome. La prenotazione è comunque indispensabile.

ASPI CAMPANIA
via Monte di Cuma 3, Pozzuoli (Na)
Tel. 081 804 6235
mail: campania@aspi.it – napoli@aspi.it
web: http://www.aspicampania.it

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Bacoli, Campi Flegrei Piedirosso 2018 Cantine Farro

16 gennaio 2020

”Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”, così recita la scritta in alfabeto eubonico¤ incisa sul prezioso reperto archeologico da sempre raffigurato sulle etichette di Cantine Farro.

La cosiddetta Coppa di Nestore è senza dubbio tra i reperti più importanti nella storia della Magna Grecia. Il suo ritrovamento è avvenuto tra l’ottobre del 1954, quando venne alla luce la tomba a cremazione dove era stata gettata la coppa, e il marzo del 1955 quando Giorgio Buchner, l’archeologo italo-tedesco artefice degli scavi di San Montano, a Lacco Ameno, nel comune dell’Isola d’Ischia, ebbe terminato personalmente di comporre i frammenti che man mano erano emersi durante i lavori di scavo.

Stiamo parlando di una piccola kotyle¤, non più grande di 10 cm ma che serba in se evidentemente un grande valore antico e una storia ricca di fascino e mistero, prestandosi a varie interpretazioni alcune delle quali del tutto contemporanee attualmente, un po’, se vogliamo, come il Piedirosso dei Campi Flegrei, vino rosso per molti figlio di un Bacco minore eppure modernissimo e preziosissimo nelle carte dei vini oltre ogni ragionevole dubbio.

Al giorno d’oggi infatti, la necessità di leggerezza nel bicchiere rappresenta una esigenza sempre più ricercata, non più riconducibile solo ad una moda contemporanea o una tendenza lanciata da nuovi intenditori; la voglia, il desiderio di vini leggeri, luminosi ancor più quando trasparenti, godibilissimi perché caratterizzati da grande bevibilità, equilibrati e non pesanti, addirittura da bere freschi, mettono proprio tutti d’accordo, l’appassionato, fini esperti degustatori e comuni bevitori.

Non a caso ci piacciono particolarmente versioni così franche ed immediate come questa che ci arriva nel bicchiere, un Piedirosso duemiladiciotto che ci rappresenta una piacevole conferma del buon lavoro che ogni anno Michele mette in campo per regalarci vini autentici e pronti da bere. Rosso dal colore rubino porpora, nemmeno troppo trasparente ma luminoso e invitante. Il naso è delicato e intriso di note floreali di rosa e geranio, di piccoli frutti rossi e neri, all’assaggio è scarno ma piacevole e godibile sin dal primo sorso.  

Resterà, forse, figlio di un Bacco minore, come erano considerati fino a dieci, quindici anni fa questa tipologia di vini snelli e agili, tali ovviamente se paragonati ai grandi vini internazionali o ai Super qualchecosa, generalmente concentrati, scuri, fitti, quasi impenetrabili dalla luce, talvolta oltremodo alcolici, voluttuosi e ricchi, quasi sempre affinati in legno pregiato, anzi, barriccati. Anche per questo, oggi, probabilmente sempre più anacronistici.

Leggi anche Elogio alla bevibilità Qui.

Leggi anche Elogio all’immediatezza Qui.

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Bacoli, Campi Flegrei Falanghina Le Cigliate 2017 Cantine Farro

14 gennaio 2020

E’ un bianco di inusuale spessore quello di Michele Farro, uno di quei produttori che non può certo mancare all’appello quando si prova a raccontare il territorio, la storia e vini dei Campi Flegrei .

Ha carattere fiero e caparbio Michele, l’istinto commerciale lo conduce ben presto, da autodidatta, a sporcarsi le mani in cantina; di cervello fine e modi affabili, quasi dorotei, gli bastano pochi anni per ritagliarsi il suo spazio sulla scena enologica napoletana e regionale; ci mette poco, appena due parole, per farti capire di che pasta è fatto, che è uno di quelli che si è fatto da solo e che la sua azienda, praticamente dal nulla, può essere oggi considerata tra quelle di riferimento per tutto il territorio.

Cantine Farro nasce negli anni ’90, ha sede a Bacoli e oggi gestisce circa 4 ettari in conduzione diretta, rimangono invece tante di più le vigne monitorate da Michele in tutto l’hinterland napoletano, con la risultante di una profonda e quasi invidiabile conoscenza del vigneto flegreo che, con capacità, destrezza, sa di poter abilmente gestire portandosi in cantina solo il meglio di cui ha bisogno, non disdegnando di raggiungere nelle migliori annate una produzione che si attesta sulle 200.000 bottiglie, per il 70% destinate al mercato estero. 

L’idea di questa nuova etichetta prende forma a cavallo degli anni ’90 e ’00, nel pieno del boom del vino affinato in legno, della barrique tout court e sur toutes, anche per questo le prime uscite sortiscono quasi un effetto boomerang per l’azienda e Farro, per sua stessa ammissione, si convince quasi immediatamente di aver probabilmente forzato un po’ troppo la mano: ”Ne veniva fuori un buon vino, la provenienza delle uve era di primissimo ordine, restava però lontanissimo dalla mia idea di bianco flegreo, di quella piacevolezza a cui puntavo”, dirà poi.

Una marcia indietro che in realtà faranno un po’ tutti i produttori campani di lì a poco, tanto prima folgorati dal ”Dio Boisé” quanto poi immediatamente redenti –  chi prima, chi poi, ndr – sulla strada della tipicità varietale e territoriale; così sarà anche per Le Cigliate, una panacea il ritorno all’essenziale che gli consentirà un salto in avanti non indifferente. Con la solita freschezza e sapidità, proprie della sua espressività, la Falanghina prende così il largo con maggiore sostanza, si fa vino più complesso e coinvolgente, non più, semplicemente, un bianco di pronta beva e di approccio facile ma che diviene capace di affinare ed elevarsi, di portarlo in tavola su piatti ben più strutturati della classica cucina di mare territoriale, concedendosi addirittura il lusso di poterselo dimenticare qualche anno in cantina.

Le recenti uscite lo vedono prodottto con le uve provenienti perlopiù dal vigneto situato all’altezza di località La Schiana, nel comune di Pozzuoli, uno splendido appezzamento di 4 ettari che gode di piena luce e il giusto calore del sole di una intera giornata, con il mare a due passi, là oltre via Scalandrone. Le Cigliate duemiladiciassette è un bianco senza lacci e senza ammiccamenti, dal colore paglierino netto e tratteggiato da un naso immediato e invitante, profuma di fiori bianchi ed erbette di campo, sa di nespola e frutta esotica; il sorso è invece asciutto, pieno e caratteristico, di piacevole beva e segnato da buona sapidità.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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