Segnalazioni| Campi Flegrei Piedirosso Terrazze Romane 2018 Cantine del Mare

17 settembre 2020 by

Continua il momento magico per questo straordinario territorio a nord di Napoli e per i suoi meravigliosi vini, in particolare per il Piedirosso dei Campi Flegrei¤, risultato di un duro lavoro cominciato molti anni fa e con non pochi alti e bassi, con tanti dei protagonisti continuamente alle prese con scelte talvolta condivisibili altre volte meno.

E’ all’esame di maturità Gennaro Schiano, il suo leggere il Piedirosso ha trovato da tempo un’apprezzabile quadratura, gli ultimi assaggi di tutte le etichette prodotte sono più che confortanti e danno prova di vini ricchi di personalità, pienezza espressiva e di grande piacevolezza; tra queste, emerge con considerevole slancio Terrazze Romane duemiladiciotto, un Cru proveniente dalle vigne terrazzate di via Bellavista a Bacoli, riprese in etichetta, che affacciano sulla Spiaggia Romana tanto cara a Publio Servilio Vatia, console e militare della Repubblica romana che qui si ritirò a vita privata.

Si tratta di una manciata di bottiglie che testimoniano appieno la qualità del grande lavoro in vigna e in cantina di questi ultimi anni; il colore è splendido, rubino vivace, luminoso come sacro fuoco, il naso è un portento, fitto, ampio, finissimo, pieno di rimandi a frutta rossa polposa, sa di ciliegia e melagrana, floreale di rosa, peonia e gerani, con appena un accenno di balsami e macchia mediterranea; il sorso è rotondo, appare sottile e disteso, si fa poi largo e si allunga ad ogni assaggio, abbastanza morbido, ricco di tanto frutto polposo, teso il giusto, dissetante. E’ un piccolo manifesto questo vino, oggi pronto a bersi con soddisfazione ma siamo certi anche capace di maturare e sorprendere nel tempo; da portare in tavola con primi al ragù di mare ma anche con carni stufate o preparate al forno con contorni di verdure.

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Torrefavale, quell’ettaro di follia pura!

16 settembre 2020 by

E’ un luogo fuori dal tempo Torrefavale, nascosto lassù tra le braccia dei boschi di Tufo; mentre ci arrivi, durante la lunga e faticosa salita, attraversando anfratti tortuosi e passaggi con rientranze in bilico sul vuoto scavati nella roccia dura, ti rendi conto di cosa muove effettivamente uno come Angelo Muto nel tirarci fuori da qui questo vino: follia, follia pura!

Stiamo parlando di circa un ettaro collocato a 550 metri s.l.m. sopra Tufo, qui la superficie di argilla e calcare copre un sostrato di zolfo e ferro i cui residui sono ben evidenti in molti punti della vigna dove alcune delle piante sono addirittura vecchie 100 anni. Spesso siamo portati ad identificare con il termine “tufo” rocce di natura assai diversa. Sono tali ad esempio calcari teneri, travertini leggeri porosi, arenarie friabili, calcaree o argillose, ma più propriamente questo nome va riservato a rocce piuttosto incoerenti, certamente di origine piroclastica, formatesi con l’accumulo di frammenti di materiali vulcanici che le eruzioni, nelle loro diverse fasi esplosive, spingono via dai magmi interni e li proiettano sulla superficie della terra intorno alla bocca eruttiva e, come in questo caso, ben oltre. E’ questo materiale che può essere di natura e di calibro diverso: da blocchi anche di qualche metro cubo si passa gradatamente a sabbie fini e a polveri impalpabili. Proprio come la terra delle vigne che abbiamo camminato in lungo e in largo a Tufo che qui a Torrefavale pare concentrarle tutte!

Da questa terra unica, salubre, ricca di biodiversità, favorita da un microclima straordinario, ne viene fuori un vino immortale, capace di attraversare il tempo con una certa disinvoltura, una versione di Greco di Tufo fine ed elegante, non confondibile nemmeno con il Miniere, l’altro Greco di Cantine dell’Angelo, generalmente più sgraziato e opulento, probabilmente quello più autentico di Angelo Muto o più semplicemente quello più amato ed apprezzato dagli appassionati.

**** Greco di Tufo Torrefavale 2019. L’annata ha consegnato un inverno mite e poco piovoso, con una primavera fredda, in special modo nella prima parte, con temperature talmente rigide da rallentare in molti casi la fase fenologica del germogliamento e un ritardo della fioritura dovuto anche alle piogge frequenti sino a Maggio. Per fortuna l’estate è stata regolare e le maturazioni sino alla vendemmia sono state in linea con le aspettative di una buona annata. Abbiamo nel bicchiere un vino certamente giovanissimo, dal colore paglia oro luminoso. Il naso, in questo momento, regala soprattutto sentori di balsami e di olî essenziali, di frutta a polpa bianca e gialla, sa di erbe aromatiche, fiori di campo, pera e pesca. Il sorso è caratterizzato da una importante spalla acida, una tessitura finissima ma evidente che conduce a una persistenza gustativa notevole. Stare qualche mese ancora in bottiglia gli gioverà senz’altro per ritrovarlo più disteso.

**** Greco di Tufo Torrefavale 2018. L’andamento climatico ha consegnato un’annata complicata più che complessa ma nell’insieme si può dire di aver portato in cantina uve che hanno dato vini di una certa personalità, ossuti, tesi e vibranti, per quanto riguarda i Greco di Tufo anche molto sapidi. Si può dire che sono queste le annate in cui il manico, in questo caso quello di Luigi Sarno che aiuta Angelo Muto da sempre, conta molto per non disperdere il patrimonio varietale e territoriale delle uve di questo areale. Anche qui nel bicchiere ci arriva un bianco dal colore paglia oro con un tono lievemente più luminoso sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ampio e ricco di sfumature, emergono sentori di fiori gialli e frutta polposa, pera e pesca bianca, cui s’aggiungono note balsamiche di erbette ed appena un cenno di salmastro e sentore fumé. Il sorso è una stilettata di freschezza, è un bianco pieno di verve, capace di ben asciugare la bocca regalando però un finale gustativo piuttosto sapido.

***/* Greco di Tufo Torrefavale 2014. Come spesso accade il Greco di Tufo dopo i primi anni in bottiglia in cui sembra percorrere strade piene di curve e saliscendi, dopo un po’ incontra il rettilineo sul quale spinge forte rallentando di tanto in tanto solo per dare respiro al suo motore vitale, la mineralità. E’ di colore oro, nemmeno troppo maturo, questo duemilaquattordici, ora però la nota salmastra e lo zolfo sono preminenti e incisivi, la frutta che vi si coglie è perlopiù disidrata e candita, le erbe officinali e gli aromi sono perlopiù di spezie in polvere. Il sorso è invece ben fresco e molto sapido, la verticalità del naso prende decisamente il largo sulla rigorosa staticità della bocca, che resta conservativa, insieme ci consegnano un vino assolutamente didattico.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre 

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L’abbiamo scampata bella!

11 settembre 2020 by

C’è già da un po’ di anni grande entusiasmo intorno ai vini campani, certi bianchi in particolare, un rinnovato e straordinario entusiasmo che fa della Falanghina, del Fiano e del Greco (ma anche del Pallagrello, per dire) vini molto ricercati ed apprezzati, come mai prima, e non solo dagli appassionati ”locali” ma finalmente da tutto il mondo.

Una lunga scia di grandi successi non ha tuttavia mancato di generare di tanto in tanto un po’ di confusione, un’ascesa che ha spinto alcuni produttori nel seguire, quasi come un mantra, alcuni modelli interpretativi sballati e in certi casi superati dal tempo pur di compiacere questo o quel winemaker di grido o, peggio, l’enostrippato di turno.

Alcuni vini, certi Greco di Tufo ad esempio, che cito non a caso, risultavano spesso sovraestratti, talvolta pesanti, addirittura ostici da berli a tavola, violentando il varietale e sacrificandone le peculiarità e l’originalità nel nome di chissà cosa, quale trip vinnaturale o bioqualchecosa; insomma, con l’dea di spostare di qualche centimetro in là l’asticella, che pur ci sembra del tutto legittima, non si è pensato alle conseguenze della poca esperienza, al pericolo di incappare in una banale omologazione, un copia incolla scontato e sicuramente lontano dagli obiettivi di qualità che meritano invece un territorio straordinario pur nella sua eterogeneità e una denominazione di prestigio come quella del Greco di Tufo Docg.

Ne raccontammo proprio Qui, ve lo ricordate? Bene, a distanza di qualche anno, a quanto pare, possiamo dire che l’abbiamo scampata bella, almeno a ”sentire” i tantissimi assaggi fatti di recente delle vendemmie ultime in bottiglia, evviva!

Per fortuna non c’è stata quella deriva stilistica che sapevamo non avrebbe condotto da nessuna parte. Tufo, per restare sul vino che più ci sta a cuore, non è Loreto Aprutino, o Oslavia, e per quanto nobile potesse risultare l’accostamento a certi vini e per quanto evocativi potessero essere certi frugali assaggi di una moltitudine di vini fatti più o meno seguendo lo stesso protocollo, con le stesse tecniche con cui si fanno certi Trebbiano in Abruzzo e Ribolla nel Collio, il risultato ci appariva sempre troppo uguale tra loro stessi, con poco o nulla di ancestrale, vini dal sorso fluido, appesantito, con poco o niente riconoscibilità varietale per non parlare di quale territorialità, liquidi talvolta opachi, altri sovraestratti più per imperizia che altro, più vicini alla tradizione brassicola che a quella enoica. Perchè di vino, in fondo, si sta parlando.

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E poi c’è Rosanna

10 settembre 2020 by

E’ lei, Rosanna Petrozziello della Cantina I Favati, donna caparbia, energica e solare, qualità che ritrovi pienamente nei suoi vini, in particolare nei suoi Fiano di Avellino, sia nella veste classica del Pietramara Etichetta Nera che quando imbottigliati con l’Etichetta Bianca riservata alle annate straordinarie.

Guai però a parlarle di ”specializzazione” sul Fiano, non ne vuole proprio sentir parlare, tanto per l’impegno che ci mette nel tirare fuori anche ottimi Greco di Tufo, Aglianico e Taurasi, sin dai suoi primi timidi passi mossi in cantina qui a Cesinali, nel 1996, quanto perché questa scelta, a suo tempo, l’ha letteralmente scaraventata nel mondo del vino, portandola a mollare tutto e dedicare tutta se stessa all’azienda di famiglia dei fratelli Favati, con suo marito Giancarlo e il cognato Piersabino al suo fianco. 

Tra vigne di proprietà e in conduzione, collocate in più aree Doc e Docg dello splendido territorio irpino, I Favati lavora oggi poco più di 16 ettari, con il Fiano di Avellino proveniente perlopiù dalle vigne di via Pietramara ad Atripalda – nella foto sotto, con Giancarlo Favati, ndr -, l’Aglianico da alcune parcelle provenienti dai comuni di Montemarano e Venticano, il Greco di Tufo da Santa Paolina.

Ciononostante per noi resta il Fiano di Avellino che emerge perentorio nella batteria dei buonissimi vini assaggiati. Il Pietramara di Rosanna, seguita da sempre nel lavoro di cantina dal bravo Vincenzo Mercurio, conserva in sé l’anima del grande vino, ha verticalità e spessore e il tempo ci continua a consegnare ampie conferme. Resta infatti una lettura varietale (e territoriale) capace di esprimere equilibrio ma anche e soprattutto opulenza ed eleganza; è un bianco vivace e invitante quando giovane, talvolta anche sopra le righe, ruffiano e per certi versi fuorviante, ma al contempo capace di offrire ampi spunti di profondità e complessità olfattive e gustative al pari dei migliori vini bianchi del mondo.

La vigna di Atripalda è a poche curve dalla cantina di Cesinali, conta circa 5 ettari, è un piccolo anfiteatro naturale che si apre da nord-est a nord ovest e arriva in certi punti a circa 450 metri s.l.m.. Ai piedi delle vigne insiste un piccolo insediamento boschivo, nelle vicinanze ci passa il fiume Sabato, a monte ancora querce, castagni, noccioleti e vegetazione sparsa lungo una dorsale costantemente spazzata dal vento, dove l’uva si avvantaggia, in certe annate, di una maturazione lenta e tardiva, giovandosi anche di particolari escursioni termiche notturne. Quello che ne viene fuori è uno spettacolo liquido per le papille gustative tutto da assaporare!

**** Fiano di Avellino Pietramara 2019. Millesimo fortunato, che sembra aver regalato vini in forma smagliante, dal colore paglierino intenso con accenni oro sull’unghia del vino nel bicchiere. Il calice sprizza fiori gialli, agrumi e frutta a polpa gialla, con note anche tropicali, ci trovi dentro caprifoglio e timo, pesca e susina, mango. Il sorso è fresco ed equilibrato, col tempo saprà ”allargarsi” ma resta un assaggio di notevole persistenza.

****/* Fiano di Avellino Pietramara 2018. Buono ogni oltre ogni ragionevole dubbio, di quelle bottiglie indimenticabili, dal colore luminoso paglia oro. Il naso è ampio e complesso, il ventaglio olfattivo dona tanti spunti, note floreali, macchia mediterranea, sentori che lasciano spazio a profumi più maturi di frutta a polpa gialla (pesca noce e mango) sostenuti da balsami e agrumi, accenni salmastri. Il sorso è carico di buona materia, polposo e fresco, succoso ed equilibrato, persistente da masticare, finemente intessuto.

I due ettari di Greco di Tufo, come dicevamo, sono invece in conduzione a Santa Paolina, collocati, per intenderci, nella parte alta che si alza sopra Cutizzi, più verso il centro del paese, nel cuore di una delle tre Denominazioni di Origine Controllata e Garantita irpine, e da qui proviene il Terrantica.

Del Greco ne abbiamo ampiamente raccontato  e non smetteremo mai di farlo, non è un vino “facile”, tutt’altro: è un bianco che va lasciato respirare e soprattutto servito ad una giusta temperatura (12°-14°) per non ghiacciare con le papille gustative anche i sottili ma persistenti profumi varietali e minerali, quella vivacità gustativa che sorso dopo sorso si tramuta in una profondità davvero encomiabile, che avvolge il palato e non lo lascia più, per molto, molto tempo.

**** Greco di Tufo Terrantica 2019. Il colore è giallo paglierino, appena un po’ più marcato oro sull’unghia del vino nel bicchiere. Ha un naso sottile, profuma di frutta a polpa bianca e di agrumi, di fiori e frutta secca. Il sorso è fresco e sapido, un poco statico in questo momento, però fresco e gradevolmente sapido. Sarà certamente una splendida rivelazione con qualche mese ancora di bottiglia, ne siamo sicuri!

**** Greco di Tufo Terrantica 2018. Già nel colore paglierino oro sembra voler raccontare qualcosa in più della sua sostanza, ha un naso complesso e invitante, tira fuori sensazioni agrumate e fruttate di pompelmo e albicocca, di mela cotogna e pesca matura. Il corollario regala anche note più sottili di balsami che richiamano gelsomino e zenzero, macchia mediterranea. Il sorso è fresco e gratificante, morbido e fine, con buon equilibrio e persistenza gustativa, dei tre Greco in batteria quello di maggiore efficacia.

***/* Greco di Tufo Terrantica 2016. E’ stato un millesimo complesso con alcuni giorni di pioggia proprio nel mese di ottobre ma in fin dei conti ci sembra venir fuori ancora un buon Greco, caratterizzato da piena maturità espressiva, forse una spanna sotto i precedenti anche se proprio qui emergono sin da subito la mineralità sulfurea e l’acidità che caratterizzano il Greco di Tufo nelle sue espressioni più tipiche. Il colore è oro, con un naso che sa di camomilla, malto ed erbe officinali, mela cotogna, zenzero e ancora qualche tono balsamico; il sorso è pieno, asciutto, ancora deciso e persistente ma nel complesso, forse, un po’ distante dalla piena e coinvolgente complessità olfattiva.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre 

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