Pozzuoli, il Forno Artigianale di Salvatore Tesoro

19 agosto 2019 by

Pozzuoli conserva profonde tradizioni per le attività primarie quali pesca e agricoltura, una vocazione che ne caratterizza fortemente ancora oggi la comunità nonostante abbia vissuto da grande protagonista gli anni del boom industriale italiano.

Qui, infatti, proprio nel cuore della città flegrea, già sede degli storici stabilimenti Armstrong¤, si sono insediate nel secondo dopoguerra alcune tra le principali aziende italiane artefici di quel boom, come l’Olivetti nel 1955 e a seguire la Aerfer, poi Sofer nel 1967, attività che hanno contribuito letteralmente a ”costruire” il paese Italia e che in cinquant’anni di storia (più o meno) hanno segnato, nel bene e nel male, in maniera indelebile il tessuto urbano, sociale ed economico della città e di gran parte dell’hinterland flegreo.

Un periodo storico che ha indubbiamente portato alla città un benessere inaspettato in anni di grande patimento come quelli subito successivi la fine del secondo conflitto mondiale, in un territorio di difficile lettura per l’epoca e destinato altrimenti, con ogni probabilità, a spopolarsi rapidamente per via della migrazione verso il nord industrializzato. Ne hanno beneficiato quasi due generazioni di metalmeccanici, operai specializzati ed impiegati d’ordine, già figli di mezzadri, pescatori, fornai e piccoli commercianti di vario genere a cui è stato concesso un ascensore sociale di straordinaria portata.

Chiusa quella fase storica, da almeno vent’anni rimane davvero poco di quel tempo rigoglioso, giusto il ricordo di quegli anni ruggenti che prova ad alimentare le aspettative di una lenta riconversione di molte di quelle aree della città oggi abbandonate che tarda  però ad arrivare, e le speranze di una generazione di mezzo che aspetta risposte che probabilmente non riceverà mai e che, con fatica, ha dovuto necessariamente riprendere in mano le redini della propria storia e ritornare a fare mestieri per un po’ dimenticati, per non andar via. Il pane non ha mai avuto un sapore così profondo.

Con questa premessa lasciamo spazio al Forno Artigianale della famiglia Tesoro, riaperto proprio a metà degli anni ’90 e condotto oggi, con non poca fatica, dai frattelli Salvatore e Paolo; una realtà che sopravvive grazie alle radici e conserva una memoria storica che vale la pena assaporare ogni giorno. Il forno non ha insegna, è su via Campana, l’antica via Romana che unisce ancora oggi il porto della città flegrea alle principali strade Consolari interne dalle quali si giunge poi sino alle ss Domiziana e Appia antica, verso Roma.

Qui il pane bianco si fa alla vecchia maniera, con il lievito madre rinnovato continuamente ed il forno alimentato con legno di castagno. Le pezzature sono perlopiù da chilo, rigorosamente tagliate a mano, sono sempre disponibili anche altri prodotti da forno come le tradizionali pizze al pomodoro in teglia e panini farciti con verdure e olive nere; durante le ricorrenze poi non mancano mai i grandi classici delle feste comandate, dai Tortani ai Casatielli alle Pizze ripiene e i Rustici. La famiglia conta inoltre su un fondo agricolo di circa tre ettari dove si producono principalmente uva da vino (Falanghina e Piedirosso), frutta e alcuni ortaggi. I prezzi sono popolari e pienamente centrati.

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Forno Artigianale di Salvatore Tesoro
Pane – Pizza in teglia –  Prodotti della terra
via Campana 183, Pozzuoli (Na)
Tel. 081 526 7202
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Cartoline dai Campi Flegrei, o della Falanghina 2018 di La Sibilla

12 agosto 2019 by

Possiamo dire di conoscere la famiglia Di Meo da oltre quindici anni, di seguire appassionatamente la loro storia vitivinicola sin dai primi esordi a cavallo degli anni ’90 e duemila. Abbiamo imparato ad apprezzarne, prima che i vini, la levatura umana e la profonda dedizione nella salvaguardia e la difesa della terra con una viticoltura sostenibile, buona, pulita, giusta.

Valori che ne hanno fatto sin dagli esordi un papabile riferimento assoluto, non un contorno di cronaca enoica che in quegli anni contava sul territorio pochissimi attori riconoscibili e forse solo uno o due capaci di scaldare veramente gli animi di chi si avvicinava ai vini flegrei con una qualche aspettativa in più che non fosse una semplice e fugace bevuta.

Dopo tre lustri abbondanti, oggi Luigi si dedica completamente (”finalmente!”, dice) alla cura del vigneto, tra i più belli e curati dei Campi Flegrei, mentre Vincenzo, il primogenito, ha ormai pieno controllo della cantina e di tutte le fasi tecniche di produzione; poi c’è Salvatore, che sostiene il lavoro del fratello e si occupa perlopiù dell’accoglienza in cantina, dove muovono decise i primi passi anche le loro giovani mogli con al fianco l’ultimogenito di famiglia, il giovanissimo Mattia. A fare da faro, da sempre, c’è Restituta, la mamma.

Godiamo di questo Campione di verace Falanghina dei Campi Flegrei duemiladiciotto affacciati, di sera, su uno dei panorami più belli di questa terra, sul Canale di Procida. Lo stretto lembo di mare che separa questa parte di costa flegrea dalle splendide isole di Procida e Ischia, trafficatissimo e perennemente spazzato dai venti, pare lo scenario liquido perfetto per ricordare, come un déjà-vu, gli ultimi 20 anni di storia di questo territorio: così piccolo, sovra-urbanizzato e disordinato, talvolta fin troppo vivace, eppure capace di conservare una così profonda memoria di tradizione e lentezza contadina, pura resistenza.

Ecco, con il profumo autentico di terra vulcanica che ne anticipa il sorso, così schietto e vibrante, ci congediamo dal calice e dalla vuota bottiglia non senza un pizzico di orgoglio per aver visto nascere, crescere, affermarsi una delle più belle realtà flegree che si appresta a mettere alle spalle i suoi primi 20 anni di straordinaria resilienza. Che dire, ad maiora semper!

Leggi anche Piccola Guida ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

Leggi anche altro riguardo La Sibilla su questo sito Qui.

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Il vino secondo la Signora Carmela, da bere con la cannuccia

10 agosto 2019 by

Ci ha provato, per dire¤, persino l’illustre Maison Mestrezat.

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