Reims, Vintage 2002 Veuve Clicquot-Ponsardin

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“Véeev Clicooò!?”. Ok, siamo alle solite: cosa ti aspetti da una bottiglia di champagne? Certamente una esperienza. E quanto il fascino del marchio – la sua storia ultrabicentenaria, il blasone -, il peso dell’etichetta, il “nome” insomma, influenzano il tuo giudizio finale sulla bevuta?

Vigneto Veuve Clicquot a Montagne de Reims

Personalmente non più di quanto gli sia dovuto. Per intenderci, conta quello che mi arriva nel bicchiere; capisco naturalmente tutte le difficoltà di chi comunque fa fatica a liberarsi di vecchi stereotipi, come del resto comprendo che è impossibile non prendere in considerazione – laddove ve ne sia – un percorso storico e culturale affascinante, o anche semplicemente suggestivo, che contribuisce talvolta a “valorizzare” ancor più un vino; ma la “la prova del nove” rimane il calice, da lì non si sfugge!

Quella del vintage di casa Clicquot-Ponsardin è una storia solida; l’intuizione della veuve Barbe-Nicole scatta nel 1810 ma è il millesimo successivo, il 1811 – conosciuto come l’anno della cometa che contribuì alla celebrità della maison de Reims alla corte di Alessandro I Zar di tutte le Russie – a consegnare agli annali l’idea, finissima, di mettere in bottiglia una cuvée prodotta utilizzando esclusivamente vini di un singolo raccolto. E come da tradizione, anche in questo Champagne brut Vintage 2002 a predominare è il pinot noir, in gran parte proveniente dal Grand cru di Verzenay a Montagne de Reims, mentre il pinot meunier e lo chardonnay vengono rispettivamente selezionati tra le migliori parcelle della Vallée de la Marne il primo (a Ludes, Premier cru) e della prestigiosa Cote de Blancs (a Mesnil sur Oger, Grand cru) il secondo.

Il colore è di uno splendido paglierino brillante, le bollicine fini e interminabili. Il naso è slanciato, immediatamente voluminoso, espressivo e ampio, fresco e sostenuto da ottima persistenza. Il primo naso è agrumato, poi sentori più austeri di frutta secca e fieno, erbe e poi ancora spezie dolci. L’approccio è asciutto, il sapore denso, il palato è pervaso da una costante piacevolezza che solletica le papille e accompagna la beva ben definita, intensa, persistente. Uno Champagne a tutto tondo, e non il solito champagne, da bersi a tutto pasto e servito tranquillamente in un calice degno di un grande vino bianco che ha da raccontare più o meno un decennio di attesa prima di finire nel vostro bicchiere. Insomma, passione pura!

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4 Risposte to “Reims, Vintage 2002 Veuve Clicquot-Ponsardin”

  1. Andrea Gori (@burde) Says:

    grande Angelo! pure io l’ho assaggiata senza paraocchi e in effetti…godimento puro!

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  2. vinieterroir Says:

    Ciao Angelo , il Veuve Clicquot 2002 a noi( i sommelieres del Sud della Francia) ci ha deluso. Deludente in fatto di complessità e tensione rispetto ad altri 2002 assaggiati. L’anno scorso abbiamo fatto una operazione Veuve Clicquot a Montecarlo e si è presentato tra gli altri il 2002. Insieme allo Chef de Cave abbiamo avuto qualche dubbio sulla eccellenza dell’annata che è straordinaria per gli Chardonnay, da lungo invecchiamento. Poi insieme a sommeliers provenienti un pò da tutto il mondo ( in occasione di Vinexpo) abbiamo riassaggiato le cuvees e, secondo noi, manca di complessità e tensione minerale, rispetto ad altri champagne della stessa annata a predominanza Pinots. Vedi comunque come è bello, interessante e variegato il mondo del vino e non sempre ci si trova d’accordo, ma questo è il bello del vino e sono sempre più convinto che ci sia una differenza di gusto molto accentuata tra francesi ed italiani. Molte volte mi trovo a combattere con i nostri cugini su alcuni vini che a me piacciono e a loro no, purtroppo sono solo nella battaglia….
    Ciao e Buon lavoro 🙂

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  3. Angelo Di Costanzo Says:

    Ciao Massimo, infatti credo sia da bere adesso, e goderne. Più che la “tensione” come giustamente fai notare credo che questo vino voglia offrire di se proprio l’estrema bevibilità di solito ancora lunga da venire in certi millesimati. Non a caso pure qui le cuvée non hanno mancato, come nello stile Ponsardin, di svolgere la malolattica.

    Sulle divergenze italo-francesi si aprirebbe un mondo, chi più di te ne può essere testimone; io comunque continuo a pensare che abbiamo ancora troppi calici da svuotare per avere una idea “definitiva” su chi delle due scuole meriti una parola in più. Un saluto carissimo, Ang

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