Archive for the ‘DEGUSTAZIONI VINI’ Category

Casale di Carinola, Falerno del Massico rosso 1880 2016 Bianchini Rossetti

28 marzo 2020

L’areale della doc Falerno del Massico ha ”confini” ben chiari al giorno d’oggi, pur tuttavia non è affatto semplice riassumerne per intero una zonazione efficace di tale distretto senza entrare a fondo nelle maglie di un territorio eterogeneo che, oltretutto, gravita attorno al massiccio del Monte Massico facendo sì che si passi da terreni pedemontani a luoghi collinari – con tutte le implicazioni pedoclimatiche del caso -, sino ad arrivare letteralmente al mare.

Quando siamo arrivati qui la prima volta, ormai dieci anni fa, con Tony tra le prime cose che abbiamo fatto subito dopo le presentazioni di rito è stato raggiungere immediatamente le sue vigne, in particolare quelle sulla collina di San Paolo, a Carinola; un luogo di una suggestione unica, non solo perché si annovera negli annali che fu proprio questa una delle ultime tappe del Santo martire sulla via per Roma, ma anche perché in quel preciso questo momento della stagione, era novembre del 2010, il vigneto, con i suoi filari imbruniti e rossicci offrivano un bellissimo colpo d’occhio di colori, assolutamente imperdibile! Come se non bastasse, rimanemmo rapiti da un panorama sull’orizzonte infinito, che in quei giorni tersi si apriva alla vista addirittura delle isole del golfo, Ischia ma anche Procida e Ventotene.

A Carinola e nei suoi dintorni oggi insistono 26 ettari coltivati con Aglianico, Piedirosso e Falanghina, qui il vigneto sembra essere più omogeneo rispetti agli altri comuni della doc, piantato perlopiù su tufo e argille; di questi sono 4 gli ettari di proprietà della famiglia Rossetti che è qui da oltre tre generazioni, l’azienda produce Falerno del Massico con solo uve di proprietà provenienti in larga parte proprio dal rilievo di San Paolo, nel comune di Casale di Carinola.

I protagonisti di questa bella storia di resilienza sono Tony Rossetti e l’instancabile Zio Francesco, artefici dell’ultimo rinnovamento aziendale oggi alle prese con la loro attività con una filosofia semplice e chiara: produrre vini di qualità nel pieno rispetto del territorio, con interventi misurati e sostenibili in vigna ed un lavoro accorto ed essenziale in cantina nelle varie fasi di produzione. Una cantina piccola e suggestiva dove, tra le altre, Tony ama conservare oltre alle sue bottiglie anche un piccolo archivio storico di altri produttori dell’Ager Falernus, a memoria futura.

Tornando ai vini, i pochi filari di Falanghina danno vita oggi a un Falerno del Massico bianco giovane e persuasivo, caratterizzato da profumi tenui e varietali e dal gusto asciutto e sapido, da apprezzare proprio adesso in questa sua veste sfrontata. Non ricordiamo invece di questo Falerno del Massico rosso 1880 una versione così franca e priva di qualsivoglia sbavatura come la duemilasedici, in cui spiccano il frutto, la vivacità e la gradevole acidità che infondono il palato di una piacevole sensazione di bontà e freschezza gustativa; è un rosso in piena rampa di lancio, in grande forma, dal colore rubino vivace e un naso fierissimo, pieno di sottili rimandi floreali e fruttati che fanno dei due varietali Aglianico e Piedirosso espressione unica di questa meravigliosa terra di Falerno!

Leggi anche Casale di Carinola, il sogno di Tony Rossetti Qui.

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Terzigno, Lacryma Christi del Vesuvio bianco Vigna del Vulcano 2014 Villa Dora

26 marzo 2020

E’ un territorio straordinario quello dentro e tutto intorno il Parco Nazionale del Vesuvio¤, è un concentrato di ricchezze naturalistiche, storia della vulcanologia, paesaggi mozzafiato, coltivazioni secolari e tradizioni che rendono l’area vesuviana uno dei luoghi più affascinanti e tra i più visitati al mondo.

E’ questa la culla del Lacryma Christi del Vesuvio, dell’uva Coda di volpe e della Falanghina, della Catalanesca e del Piedirosso, dello Sciascinoso e dell’Aglianico. Qui, a Terzigno, ai piedi del parco del Vesuvio, la porta sul vulcano tra i più visitati al mondo, c’è Villa Dora, l’azienda fondata dalla famiglia Ambrosio nel 1997 che sin dai suoi primi passi ha sempre confidato nel valore assoluto della salvaguardia del proprio territorio e consegnato nelle mani del tempo i suoi vini per lasciarne disvelare, con lentezza, con efficacia, la più alta espressione enologica.

Un’oasi di otto ettari di vigneto di età media di 30 anni e cinque di oliveto con alberi di quasi cento anni, non lontana dalla costa tirrenica che da qui è distante appena una dozzina di km; i terreni godono di esposizioni che volgono a sud-ovest e in alcuni punti raggiungono altitudini sino ai 250 mt s.l.m., circondati da una cornice di pini secolari, ginestre, giardini con rose e piante ornamentali, con tutto intorno un fitto corollario di arbusti e macchia mediterranea.

Le vigne qui si avvantaggiano tra l’altro di un’ambiente a dir poco unico nel suo genere, con terreni di natura vulcanica dove pomici e lapilli abbondano e dove le terre sono scure come la notte, dove insistono importanti escursioni termiche e le uve, tutte autoctone, vengono gestite con rigidi protocolli biologici e danno vita a vini originali, difficilmente ripetibili altrove, particolarmente longevi e ricchi di personalità.

Ne è testimonianza questo splendido Vigna del Vulcano duemilaquattordici, così giovane, vibrante e fresco! Non sorprende infatti il colore, oro puro, luminoso, con ancora acceni paglia sull’unghia del vino nel bicchiere; il naso ha bisogno di un po’ di tempo per rivelarsi del tutto ma il quadro olfattivo che ne viene fuori è affascinante e prezioso: fiori, frutta, erbette, spezie fanno da controcanto ad un sorso sottile, caldo e al tempo stesso intriso di freschezza, vi si colgono piacevoli rimandi a ginestra, corbezzolo, camomilla, albicocca, zenzero, polvere lavica, mentre in bocca si fanno subito largo sensazioni gustative che palesano stoffa e carattere minerale. Più che di Coda di Volpe e Falanghina è quanto mai opportuno raccontare di territorio, anzi, del Vesuvio!

Leggi anche Terzigno, Lacryma Christi rosso Gelsonero 2014 Villa Dora Qui.

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Comfort Wines, Chianti Gratena 2017 Fattoria di Gratena

25 marzo 2020

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Il Chianti Gratena in tal senso è una piacevole conferma e ci piace l’idea di collocarlo di diritto tra questi vini sicuri da non farsi mai mancare, etichetta che ci rimette in pace con una delle denominazioni più bistrattate che annoveriamo in Italia, dietro la quale si possono nascondere talvolta magre delusioni e bottiglie il più delle volte scontate e prive di quella riconoscibilità, di quel carattere autentico che ci si aspetta invece da una denominazione dalla grande storia, famosa in tutto il mondo per il suo territorio straordinario pur nella sua estrema eterogeneità. Per fortuna, ci viene da dire, riesce ancora a sorprendere e a conquistare.

Qui siamo a Gratena, nel comune di Pieve a Maiano, in provincia di Arezzo, in area Chianti docg. L’azienda è biologica dal 1994, stiamo parlando di 180 ettari di cui 17 a vigneto e 1600 olivi tutti gestiti in maniera sostenibile e quanto più naturale possibile, con concimazioni con letame, trattamenti con solo rame e zolfo, vendemmia esclusivamente manuale. Di questa splendida realtà ne abbiamo scritto, tra i primi, già qualche anno fa¤, rimanemmo particolarmente colpiti proprio da questa etichetta annata duemilatredici: un rosso tanto sincero quanto disarmante, con tanta frutta già al primo naso e un sorso pieno di soddisfazione, secco e ben bilanciato, morbido e sapido, snello e avvolgente, piacevolissimo da bere.

Ci siamo tornati su con questo duemiladiciassette e la netta sensazione di qualità del vino nella bottiglia emerge nuovamente sin dall’approccio nel bicchiere: il colore rubino è appena un po’ più scuro, il naso è subito invitante, ricco di sensazioni fruttate e floreali, pieno di verve, piccole sfumature, vi si coglie la viola, il melograno, la mora, il ribes. Il sorso è avvolgente, asciutto, lievemente tannico e di buon corpo, l’annata calda e siccitosa ne tratteggia un profilo gustativo di maggiore spessore senza però privarlo di agilità e freschezza.

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Come in Borgogna a Montefredane nascono grandi vini, ad esempio il Cupo 2013 di Pietracupa

16 marzo 2020

Sabino Loffredo l’inafferrabile, i suoi vini bianchi, quelli di Pietracupa, ci sono e non ci sono; il Cupo, vino bianco straordinario che ad ogni millesimo diviene capace di superarsi e che va assumendo le sembianze di una di quelle etichette-mito tanto rare e ricercate a tal punto dal costringerti a non berle per non ”sprecarle”.

Oltre il manico dell’uomo vi è poi l’Irpinia, il Fiano di Avellino, Montefredane; mai il concetto di terroir poteva meglio manifestarsi in una singola bottiglia, mai quell’incrocio di condizioni naturali, fisiche e chimiche, la zona geografica ed il clima permettono la realizzazione di un vino dalle caratteristiche così uniche come nel caso del Cupo di Pietracupa, l’azienda di Montefredane con poco più di 7 ettari di vigna dai quali provengono ogni anno poco più di 40.000 bottiglie di Fiano, di Greco¤ (quest’ultimo dalla proprietà di Santa Paolina) e una manciata di Taurasi.

A Montefredane, comune di poco più di 2000 anime in alta Irpinia, hanno vigne alcune piccole e grandi realtà del territorio irpino, come Villa Diamante¤, Traerte-Vadiaperti e Feudi di San Gregorio¤, solo per citarne alcune; terra straordinaria per il Fiano¤, di grande vocazione vitivinicola, le vigne qui crescono ben oltre i 400 metri s.l.m., arrivando in alcuni punti sino ai 600 metri, con esposizioni ben ventilate e soggette a forti escursioni termiche; qui, inoltre, i suoli sono perlopiù argillosi e in larga parte più ricchi di rocce e calcare rispetto a quelli di altri famosi areali storici della docg come ad esempio Lapio o Cesinali e Santo Stefano del Sole, a maggiore connotazione vulcanica.

Una caratteristica questa che contribuisce a dare ai vini di Montefredane alcuni tratti distintivi ben precisi: sono anzitutto vini particolarmente suggestivi e longevi, talvolta sui generis, tanto dal costringere alcuni produttori, in certe annate, a dover deliberatamente rinunciare alla docg perché i vini, certe interpretazioni, non rispetterebbero appieno i canoni standard definiti dalle commissioni di assaggio della denominazione, proprio come in questo caso del Cupo che reca infatti in etichetta la menzione Campania bianco igt.

A grandi linee possiamo affermare che l’annata duemilatredici sia stata fresca e tardiva, ben inteso tra le migliori dell’ultimo ventennio da queste parti, se vogliamo di impronta classica, con vini destinati a grande longevità e una progressiva evoluzione in bottiglia tutta da scoprire.

Non a caso il Cupo duemilatredici è un vino bianco ricco, dal colore intenso e avvenente, con un naso portentoso, ampio e complesso, puro e fine, al palato morbido ma pieno di stoffa pulsante, intessuto di freschezza e mineralità. Si fanno largo sentori tostati, finanche fumé che fanno da corollario ad un quadro olfattivo tratteggiato da frutta a polpa bianca e da erbette balsamiche (menta, timo, salvia), con un sorso pieno di sostanza, vigoroso, un finale di bocca lungamente sapido. 

Perchè la Borgogna? Perché non a caso il concetto di terroir trova massima espressione proprio là in Borgogna, dove da generazioni si tramanda il mito, dove le differenze, talvolta millimetriche, le fanno i Climat prima che l’uva o il manico. Non a caso questo vino, per la sua integrità, la purezza e il suo rigore, emerge con forza anzitutto in tutta la sua fenomenale impronta territoriale. Eh sì, proprio come in Borgogna, a Montefredane, nascono grandi vini!

Leggi anche Il Cupo 2010 di Pietracupa è un grande vino! Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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