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Cosa rimane del blasone dello Champagne (buono)

6 agosto 2019

Ci si avvicina alle vacanze, l’estate impazza, la sete vira su vini leggeri, talvolta poco impegnativi da bere in maniera spensierata e senza troppe fisime. Poi però c’è lo Champagne, che in un modo o in un altro ti mette sempre davanti ad una scelta: so sempre buoni, ma meglio quelli di marca o quelli misconosciuti di piccoli produttori?

Negli ultimi anni, questo va detto, quale che sia lo Champagne nel bicchiere si può affermare oltre ogni ragionevole di dubbio che è più buono di quello degli anni passati e che fiumi di bulles continuano ad alimentare un mercato fiorente e costantemente in crescita nei numeri, per alcuni, davvero impressionanti.

Tutto ciò ha dato la stura ad interessi economici molto importanti che hanno dato una vera e propria scossa, oltre che alle storiche Maisons, per fare meglio¤ o inventarsi altro¤, anche a tanti piccoli vignaioli e commercianti di uve e vini che si sono spinti finalmente ad intraprendere strade nuove che in più casi hanno portato a delle affermazioni importanti di tanti nuovi marchi di successo.

I fattori che hanno contribuito a questa crescita qualitativa sono molteplici, legati ad esempio ad una migliore interpretazione della viticoltura, ai passi in avanti in alcune tecniche di cantina e, non ultimo, ai cambiamenti climatici che negli ultimi vent’anni hanno indubbiamente reso questa regione un posto ancor più vocato per la produzione di vini contribuendo di fatto a ridurre e stabilizzare alcune ataviche problematiche di maturazione dell’uva che a queste latitudini hanno sempre creato non pochi problemi.

Ecco spiegato il successo di piccoli vignerons, quei Récoltant Manipulant di cui poco si sapeva e conosceva oltre i confini nazionali francesi, talvolta oltre gli stessi confini della Champagne. E questo è senz’altro un valore aggiunto per l’appassionato che ha più possibilità di scoperta e di godere di tante (nuove) buone bottiglie, anche di facile reperibilità e il più delle volte a prezzi più che onesti.

E’ questa una generazione di produttori probabilmente più attenta e preparata di quella che l’ha preceduta, in particolar modo nel coltivare la vigna e fare vino, più che assemblare cuvée. Un valore aggiunto? Chissà, forse più un rischio, non è ancora del tutto chiaro, al centro di tutto vi è una ricerca spasmodica, quasi un’ossessione per la territorialità, l’unicità come un mantra che rischia però di condurre a bottiglie sicuramente di grande personalità ma talvolta un poco meno rappresentative della tipologia. Alla fine, per noi, tra quelli di marca o quelli misconosciuti di piccoli produttori ci va bene tutto, purché buoni, ma, soprattutto, che siano però Champagne e non vino con le bolle!

Leggi anche L’Eau de roche Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Champillon, Les Perles de la Dhuy ’05 Autréau

2 novembre 2013

Champagne Grand Cru Prestige Millésimé Les Perles de la Dhuy 2002 Autréau de Champillon - foto L'Arcante

A guardare in giro sembra sempre sfuggirti qualcosa ma la differenza che passa tra gli Champagne e gli altri sta proprio nel fatto che da quelle parti sono possibili continuamente nuove scoperte.

Gli Autreau¤ si danno da fare dalle parti di Champillon, nei dintorni di Epernay sin dal 1670. Ma quello che portano in bottiglia oggi sono una piccola serie di buone etichette (poche bottiglie per la verità) che dalle nostre parti sfuggono ai più ma che grazie all’amico Andrea Gori¤ ho pensato di andarmi a cercare per capirci qualcosina in più. La chiave di lettura appare molto semplice ma al contempo estremamente contemporanea: bevibilità!

Questo Champagne Prestige Millésime Grand Cru ’05 è secondo me la loro punta di diamante. Fa tesoro di un millesimo straordinario, proprio per questo non ha sovrastrutture inutili e cosa a me sempre molto cara non ha bisogno di un libretto d’istruzione prima dello stappo. Nel senso che a leggere l’etichetta tutto quello che pensi di trovarci dentro te lo ritrovi pari pari nel bicchiere. Chardonnay della Cote des Blancs (Chouilly) e pinot noir in larga parte di Ay per una cuvée di straordinaria intensità, fittezza ed eleganza. Il naso è pulito, fresco e balsamico, sa di frutto della passione e ananas, menta ed erbe di montagna e chiude delicato e sapido con un ritorno finale di note dolci d’acacia. Una bottiglia davvero deliziosa!

Reims, Vintage 2002 Veuve Clicquot-Ponsardin

9 ottobre 2011

“Véeev Clicooò!?”. Ok, siamo alle solite: cosa ti aspetti da una bottiglia di champagne? Certamente una esperienza. E quanto il fascino del marchio – la sua storia ultrabicentenaria, il blasone -, il peso dell’etichetta, il “nome” insomma, influenzano il tuo giudizio finale sulla bevuta?

Vigneto Veuve Clicquot a Montagne de Reims

Personalmente non più di quanto gli sia dovuto. Per intenderci, conta quello che mi arriva nel bicchiere; capisco naturalmente tutte le difficoltà di chi comunque fa fatica a liberarsi di vecchi stereotipi, come del resto comprendo che è impossibile non prendere in considerazione – laddove ve ne sia – un percorso storico e culturale affascinante, o anche semplicemente suggestivo, che contribuisce talvolta a “valorizzare” ancor più un vino; ma la “la prova del nove” rimane il calice, da lì non si sfugge!

Quella del vintage di casa Clicquot-Ponsardin è una storia solida; l’intuizione della veuve Barbe-Nicole scatta nel 1810 ma è il millesimo successivo, il 1811 – conosciuto come l’anno della cometa che contribuì alla celebrità della maison de Reims alla corte di Alessandro I Zar di tutte le Russie – a consegnare agli annali l’idea, finissima, di mettere in bottiglia una cuvée prodotta utilizzando esclusivamente vini di un singolo raccolto. E come da tradizione, anche in questo Champagne brut Vintage 2002 a predominare è il pinot noir, in gran parte proveniente dal Grand cru di Verzenay a Montagne de Reims, mentre il pinot meunier e lo chardonnay vengono rispettivamente selezionati tra le migliori parcelle della Vallée de la Marne il primo (a Ludes, Premier cru) e della prestigiosa Cote de Blancs (a Mesnil sur Oger, Grand cru) il secondo.

Il colore è di uno splendido paglierino brillante, le bollicine fini e interminabili. Il naso è slanciato, immediatamente voluminoso, espressivo e ampio, fresco e sostenuto da ottima persistenza. Il primo naso è agrumato, poi sentori più austeri di frutta secca e fieno, erbe e poi ancora spezie dolci. L’approccio è asciutto, il sapore denso, il palato è pervaso da una costante piacevolezza che solletica le papille e accompagna la beva ben definita, intensa, persistente. Uno Champagne a tutto tondo, e non il solito champagne, da bersi a tutto pasto e servito tranquillamente in un calice degno di un grande vino bianco che ha da raccontare più o meno un decennio di attesa prima di finire nel vostro bicchiere. Insomma, passione pura!


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