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Correva l’anno| Falerno del Massico rosso Ariapetrina 2009 Masseria Felicia

9 luglio 2020

Non è possibile raccontare questo vino senza averlo vissuto sino in fondo, non solo sino all’ultimo coinvolgente sorso nel bicchiere, le due ultime dita nella bottiglia, bensì ritornando alla sua nascita, ripercorrendo questi anni.

Bisognerebbe quindi cominciare da là, tornando indietro nel tempo, a quell’anno, provare per quanto possibile a riavvolgere il nastro della nostra vita e ricordarlo quel tempo, quei mesi, certi giorni, alcuni momenti in particolare.

E’ stato un anno importante il duemilanove, segnato da cambiamenti epocali, per la storia del mondo e in qualche maniera, a piccoli sorsi, per chi scrive: a gennaio Barack Obama giurava da 44º Presidente degli Stati Uniti, davanti a più di due milioni di persone che avevano letteralmente invaso Washington DC per assistere al giuramento del primo Presidente americano di colore; il 6 Aprile invece l’Italia è sottoshock: alle 3:32 una scossa di terremoto di magnitudo 6.3 fa tremare la Provincia dell’Aquila (e non solo) causando vittime, feriti, sfollati e il crollo di molti edifici. Una tragedia immane che ha risvegliato in molti italiani paure e traumi mai spariti del tutto, ma anche orgoglio e dignità.

Qualche settimana più tardi, una scossa più o meno della stessa intensità scuoterà invece la mia vita professionale, provavo a rimettermi profondamente in discussione approdando a Capri (Leggi Qui). Ad ogni modo, fatte ovvie le giuste proporzioni, fu quello un anno particolarmente intenso!

Proprio a novembre di quell’anno, a fine stagione, torno a Masseria Felicia, a Carano, in località S. Terenzano, una piccola frazione di Sessa Aurunca, il primo comune per estensione della provincia di Caserta (e della Campania) per ritrovare Maria Felicia e i suoi splendidi Falerno del Massico. Una casa dei primi del novecento che il nonno rilevò nel dopoguerra, vi era stato per tanti anni colono ed unico conduttore dei terreni, così il papà di Maria Felicia, Alessandro Brini, si convinse che era venuto il tempo di riscattare la storia di quegli anni e consegnarla nelle mani della giovane figlia; il susseguirsi delle stagioni, con i suoi ritmi, ha poi tracciato lentamente  il solco famigliare sino ai giorni nostri.

Maria Felicia fa sostanzialmente un solo vino, il Falerno del Massico, che assume varie anime nella rincorsa alla natura di questo territorio straordinario, Bianco perchè tratteggiato con i colori della Falanghina, Rosso quando animato dall’Aglianico e dal Piedirosso, nella versione giovane (e sfrontato) col nome Ariapetrina, mentre diviene irreprensibile e immortale con l’Etichetta Bronzo¤. Oltre questi qua, nulla di stravagante, poche, pochissime bottiglie di altro ma giusto per dare libero sfogo ad uno studio approfondito sul potenziale delle tre varietà impiantate in azienda, un esercizio tecnico sul tema autoctono che conduce talvolta a utili micro vinificazioni, colmate dalla passione, per esempio del Piedirosso in purezza, anche qui capace di ritagliarsi, di tanto in tanto, il suo piccolo ruolo da solista.

Eccola invece la forza evocativa di questo Ariapetrina duemilanove, lo scugnizzo di casa per Maria Felicia; il rosso giovane e sfrontato che a sentirlo oggi, a distanza di quasi 11 anni, pare proprio non temerlo il tempo, le stagioni, i suoi ritmi, ci arriva così nel bicchiere maturo ma sicuro di sé, della sua storia, della sua stoffa, del suo talento capace di attraversare le insidie degli anni migliorandosi. Non è mera celebrazione, tutto sembra scorrere chiaramente in ogni bicchiere, riempiendo i calici di frutta e sensazioni odorose delle più ampie ed eteree, con sorsi asciutti e caldi, con ancora tanta piacevole freschezza gustativa, tratto distintivo di tutti i vini di Masseria Felicia, con quella spalla acido-tannico utile per abbracciare abbinamenti con molti piatti della nostra cucina tradizionale regionale, con la certezza di ritrovare ad ogni sorso almeno un pezzo di noi stessi, di averla vissuta proprio tutta la nostra storia di questi anni, ma che bello rivederla! 

Leggi anche Falerno del Massico Etichetta Bronzo 2013 Qui.

Leggi anche Piccola Guida ragionata al Falerno del Massico Qui.

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La conquista dell’indulgenza del Piedirosso a suon di sorsi, o del Colle Rotondella 2019 di Cantine Astroni

23 giugno 2020

L’indulgenza, il perdono dei peccati. C’è stato un tempo in cui bastava pagare moneta sonante per riceverla, per essere sicuri di andare dritto in paradiso. Era quello il tempo in cui i predicatori facevano credere al popolo che non servivano la fede e le buone opere, bastava infatti pagare per ottenere il perdono.

A quel tempo, per fortuna, in molti non la pensavano allo stesso modo, tra questi un monaco, colto e profondamente devoto, un certo Martin Lutero. Senza scomodare Papa Leone X, che pure aveva le sue ragioni per avallare una politica quantomeno bizzarra applicata al perdono dei peccati, – serviva per pagare la costruzione della basilica di San Pietro a Roma, perciò decise di vendere le indulgenze in tutta la Germania -, né lagnarsi dello scandaloso comportamento di alcuni predicatori che si spinsero tanto oltre da condurre alla nascita del Protestantesimo, ci piace l’idea che anche a parlar di  vino, del nostro Piedirosso dei Campi Flegrei, coltivare il dubbio – è proprio il caso di ribadirlo con fermezza – abbia contribuito a convertire molti appassionati dalle loro convinzioni davanti a certe belle bottiglie come questa di Cantine Astroni.

Anche da queste parti ne abbiamo viste tante, bevute di più, abbiamo a lungo assistito ad una rincorsa piena di incertezze, qualche scorciatoia e tante mezze misure talvolta senza senso, non senza errori; poi finalmente la verità: proprio come per Lutero, verrebbe da dire, per diversi produttori flegrei c’è stato un tempo tormentato a cui ha posto fine un fulmine, la riscoperta del Credo, di certi valori antichi, del territorio, valorizzandone pienamente il patrimonio vitivinicolo per mezzo di un atto di fede capace di tracciarne una nuova via di successo.

Colle Rotondella duemiladiciannove proviene in larga parte da vigne dell’areale dei Camaldoli, da quel vigneto di circa tre ettari piantato perlopiù con Piedirosso dei Campi Flegrei che si affaccia proprio sulla popolosa periferia napoletana, da dove viene fuori anche questo vino delizioso, caratterizzato da una sfrontata giovinezza, con un colore avvenente, profumi seducenti e ruffiani, una beva scorrevole e furba, non priva però del giusto carattere. Annata tormentata quella appena trascorsa, la pioggia di settembre ha provato a rovinare la vendemmia, la forza di saper aspettare il sole di ottobre ne ha riscritto segnatamente il destino dei vini. 

E’ un rosso contemporaneo quello che ci arriva nei bicchieri, prova a regalare un piacevolissimo gioco dei sensi a chi si avvicina alla tipologia per la prima volta, con quel colore rubino dalle vivaci sfumature quasi porpora; possiede un ventaglio olfattivo estremamente varietale, è vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. Un corredo aromatico arricchito da lievi sfumature officinali e da una fresca tessitura gustativa, abilmente tenute assieme dal manico di Gerardo Vernazzaro, proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, infonde piacere di beva e grazia ricevuta, una sorsata ne richiama subito un’altra, sfrontata, agile, calda e avvolgente.

Leggi anche Piedirosso Colle Rotondella 2018 di cantine Astroni Qui.

Leggi anche Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli 2011 di cantine Astroni Qui.

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Segnalazioni| Barolo MGA di Masnaghetti è on line!

23 giugno 2020

Chiunque abbia un briciolo di passione per il mondo del vino ama il Barolo e i territori da dove proviene questo straordinario rosso italiano.

Chiunque abbia avuto anche un solo briciolo di curiosità in più si è sin da subito affidato nelle mani di Alessandro Masnaghetti per orientarsi e imparare, scoprire ad esempio le 170 Menzioni Geografiche Aggiuntive ufficiali (MGA o Me.G.A., ndr), divorando ogni uscita di Enogea e collezionando le mappe del piacere enoico aggiornate costantemente negli anni. Un lavoro enorme e prezioso, imperdibile!

Oggi tutto questo è anche on line (in parte free): lo trovate qui www.barolomga360.it.

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La sobrietà travolgente del Montepulciano d’Abruzzo 2017 di Emidio Pepe

15 giugno 2020

Il Montepulciano d’Abruzzo rimane una delle varietà rosse più versatili dello straordinario patrimonio ampelografico italiano, protagonista assoluto in alcuni territori in particolar modo, senza dubbio tra le più bistrattate in alcuni altri.

Certo non qui a Torano Nuovo, nelle mani di Emidio Pepe che ci regala ancora una volta una grande bevuta con questo suo duemiladiciassette, forse non tra le migliori bottiglie di sempre uscite dalla storica cantina abruzzese ma senz’altro un rosso di assoluto valore emozionale.

Annata assai difficile da queste parti, dove non sono mancati disastri qua e là in regione, non qui, dove si fa un grande lavoro in vigna prima che in cantina, riuscendo a tirare fuori, evidentemente, ancora un Montepulciano d’Abruzzo di spessore e larghezza, già per sua natura proiettato a lunga vita. Un territorio unico questo, dove la natura incontaminata gode di un microclima particolare, con la terra argillosa e calcarea che si avvantaggia dell’influenza del mare e delle fredde correnti del vicino Gran Sasso; il resto lo fanno le vecchie vigne coltivate in larga parte ancora a pergola, in regime biologico e biodinamico, i primi 50 anni di vendemmie alle spalle, la manualità e la sapienza dell’uomo, unite al rispetto dei tempi lunghi.

Il colore è splendido, di quel rubino con appena degli accenni granato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso chiede e merita un po’ di tempo, non tradisce una certa matrice fruttata e speziata, intrisa di un sottofondo balsamico dolce e sottile, ma è il frutto al centro del disegno olfattivo: franco, polposo il giusto, saporito. Il sorso è quasi prepotente, come solo un grande vino sa regalare, è generoso, con stoffa e misurata sostanza, la giusta tensione gustativa e quella avvolgenza gustosa che ti invita a riportare subito il bicchiere alle labbra, a ripetere quel gesto di sottile seduzione, necessario e piacevolissimo da condurre con certe bottiglie prive di sovrastrutture inutili e pregne di una sobrietà quasi travolgente.

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