I racconti del vino|Polvere di stelle

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Mai una volta che ti prenotavano il tavolo; te li vedevi arrivare lì alla porta, ognuno col suo telefono stampato all’orecchio fregandosene altamente del fatto che a chi gli stava là intorno nulla importasse dei guaìti e delle iperboli che usavano urlare con insistenza, senza pudore, allo sportellino del loro Vip 8700: scommesse stracciate, malloppi a “muntuni” e “cummarelle” scosciate gli argomenti più gettonati. 

Gentaglia, cafoni, “tirati” i commenti più sussurrati, pure da noi stessi, che mentre trafficavamo l’ingresso rincorrendo disperati un timing accettabile per l’uscita dei primi o il rimpiazzo di un tavolo ce li ritrovavamo continuamente tra i piedi costretti a gimcane impossibili per evitarli e scansare disastri peggiori. Al sabato sera era un caos pazzesco, e loro, al solito, appena staccato il telefono aspettavano il tavolo; se ne stavano lì, sull’uscio della sala cercando con lo sguardo il loro che, sorpresi, infastiditi, non vedevano ancora pronto. 

Tra i tre, Vincenzino pareva quello meno peggio: l’aveste incontrato ad una riunione serale in Parrocchia, invischiato tra giovani attivisti della fede non sarebbe neppure passato osservato. Fisico asciutto, longilineo, vestiva sempre, debbo ammettere, con un certo buon gusto seppur fissato, troppo secondo me, con orologi neppure così preziosi ma vistosamente fuori misura per il suo polso; tanto che talvolta sembrava gli penzolasse il braccio, destro tra l’altro. Mangiava poco o nulla, il suo massimo era un Hamburger o mezza Bistecca con poche Patate fritte “…con keciap e mionesa sfusi, mi raccomando, non quelli nelle bustine, stanno piene di schifezze quelle”, diceva. Niente vino, “non sia mai…” ribadiva sorridendo al tavolo; però tracannava birra come fosse acqua liscia dopo giorni nel deserto. I conti li pagava quasi sempre lui, cash, con tagli da 50mila lire. 

Lino, detto “capuzziello”, era invece proprio insopportabile: un omone paffuto, rasato, tatuato, arrogante, sempre nervoso, collerico. Non credo di averlo mai visto vestito di qualcos’altro che non fosse la tuta da calcio. Generalmente il 50% delle conversazioni al loro tavolo era da bippare, quasi sempre però solo perché l’altro 50 rimaneva incompreso; buona parte del quale erano tutti suoi interventi. Invero non lo ricordo affatto con piacere, anzi, mi rimane però indelebile una scena, quando una sera, mentre uscivo dalla cucina, li vidi letteralmente scappare dal tavolo con lui con una tovaglia al collo e gli altri due che se la ridevano come pazzi, con ancora il mangiare in bocca; lui era blu in viso e c’era del sangue sulla tuta: s’era spezzato due denti nell’abbrancare uno stinco di maiale! Aveva scommesso di spaccargli l’osso a morsi. 

Castrese parlava molto poco, dava poca confidenza pure quando eri al tavolo a prendergli l’ordinazione; generalmente, pur con te davanti, usava chiederti le cose parlandone con Vincenzino. La comanda, praticamente, la prendevi per tutti con lui, il meno peggio. Il più delle volte la sua cena era Mozzarella, Spezzatino al curry, Agnello alla brace con Friarielli, quando c’erano e, immancabile, Pannacotta al caramello. Gli piaceva scegliere lui il vino, lo imponeva per la verità; erano quasi sempre grandi vini, bottiglie talvolta incredibili. Non che ne capisse qualcosa, se ci stavi attento infatti capitava di beccarlo nello scorrere la carta col dito appiccicato alla colonna di destra, come notai una delle prime volte che me li ritrovai in sala: “frà, sient siè, 750 milalire, ma chi ci sta qua dentro, Maradona?” domandò a Vincenzino. Ci fu chiaro a tutti, sin dalle prime battute che quello c’avrebbe svuotato la cantina di ogni ben di Dio. 

Una sera, un sabato qualunque, dopo il lavoro, ci ritrovammo come nostra abitudine a mangiare un panino sul lungomare. Erano le due e mezza di notte, più o meno. Entrando al Pub qualche tavolo in là sulla destra intravidi un viso familiare, qualcuno che ricordavo tra i nostri clienti; mi avvicinai con discrezione per salutarlo, anche perché era da un bel po’ che non si vedeva al nostro ristorante. Era Vincenzino, del resto certi orologi non si vedono in giro così frequentemente. Mi accolse con un sorriso dei suoi, apparentemente sincero quanto fragoroso, presentandomi al tavolo come un suo vecchio amico; dopo qualche battuta e la garanzia che il primo giro di birra ci veniva offerto da lui mi scappò, nell’allontanarmi, di chiedergli dei suoi due compari: dopo un paio di secondi di silenzio, svanita per un attimo la luce nei suoi occhi, senza aggiungere una sola parola mi fece, con la mano, il gesto di due colpi di pistola alla testa. 

Nell’andare via dal tavolo rimasi qualche istante basito nonostante sapessi che prima o poi a tipi come quelli certe cose del genere capitano: che peccato, pensai, proprio adesso che Castrese mi stava cominciando a bere Bordeaux

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata.

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