Archive for the ‘I RACCONTI DEL VINO’ Category

Qui Campi Flegrei|Settevulcani, l’anima flegrea di Salvatore Martusciello

30 luglio 2016

C’è un momento nella vita in cui si ha bisogno di fermare tutto e ragionare. Subito dopo può accadere di cambiare strada, oppure, di ripartire più forti di prima. Mancava un pezzo di strada alla nuova mappa del territorio flegreo, diciamo mancava quel bel pezzo che conduce alle origini, dove tutto ebbe inizio. C’è chi ce lo ricorda, a suon di piedirosso e falanghina!

Settevulcani Piedirosso dei Campi Flegrei 2015 Salvatore Martusciello - foto L'Arcante

Un po’ come quei grandi puzzle mancava qualche tassello, di quelli centrali, simili a molti ma i soli perfettamente calzanti lo spazio vuoto. Bene quindi che Salvatore e Gilda riprendessero a fare quello che assieme a tutta la famiglia Martusciello hanno sempre fatto con grande slancio e passione in Grotta del Sole¤, non solo per i Campi Flegrei, negli ultimi trent’anni.

Così dopo il Gragnano¤, l’Asprinio¤, il Lettere, ecco PiedirossoFalanghina. Sono questi i vini che hanno accompagnato il successo della cucina napoletana e campana in Italia e nel mondo, vini di sovente sottovalutati forse perché immediati, freschi e di grande popolarità, tenuti talvolta fuori dalle guide più per sciatteria dei relatori che per mancanza di riferimenti di pregio. Un vero rompicapo certe volte, sono comunque sopravvissuti alle mode e alle fisime dei ben pensanti ed oggi godono con grande soddisfazione di più ampio consenso e successo commerciale.

Settevulcani Falanghina dei Campi Flegrei 2015 Salvatore Martusciello - foto L'Arcante

Falanghina dei Campi Flegrei Settevulcani 2015 ha una gran verve e invero non poteva essere altrimenti visti i precedenti storici, in questo senso credo sia stato un po’ come ritornare in bici. Ha freschezza da vendere, è agrumato, floreale, puntuto, dal sorso sottile e spigliato. Sembra argomento trito e ritrito ma diversi territori campani e del sud stanno puntando forte su questo vitigno per la grazia e l’immediatezza dei vini, ma il nerbo più verace rimane del tutto appannaggio di quello flegreo.

Piedirosso dei Campi Flegrei Settevulcani 2015 sin dal primo sorso riporta subito in mente l’impronta polputa e piacevolissima dei rossi vulcanici a base piedirosso. Proprio questa etichetta rappresenterà per Salvatore e Gilda la sfida più importante per i prossimi anni. Il piedirosso vive un momento magico, è sulla bocca di tutti e quello coltivato qui nei Campi Flegrei sembra avere grandi margini di crescita sul mercato perché tra i pochi a caratterizzarsi per un territorio così unico ed irripetibile e vini così profondi eppure di grande immediatezza.

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L’Arcante raccomanda di servire questa tipologia di vini con Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme.

Un ricordo di Gennaro Martusciello¤.

Montegauro 1997, la storia nel bicchiere¤.

Io amo, Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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I racconti del vino|Le lettere che non ho spedito

11 luglio 2013

Fine anni ’90, primi del 2000, anni di gran fermento. Qualcosa nel mio lavoro stava cambiando repentinamente. Poco più che ventenne avevo tra le mani una delle cantine¤ più fornite allora in circolazione dalle mie parti. E la fortuna di vederla girare a mille.

Recensioni mai spedite per il Gambero Rosso - foto A. Di Costanzo

Con Michele e Nicola de La Fattoria del Campiglione¤ a Pozzuoli l’abbiamo scavata con le mani nude quella cantina; stagioni incredibili, dure, di gran sacrificio eppure indimenticabili e di grandi soddisfazioni. Qualcosa stava cambiando nel mio modo di vedere la sala e la gestione della cantina. Uscivano belle bottiglie, ‘importanti’ si dice, che meritavano maggiore attenzione e conoscenza. Era urgente, se non indispensabile, affiancare alle letture e alle bevute propedeutiche una formazione solida e prospettica. Visitare cantine, frequentare altre realtà, tavole da prendere ad esempio sembrava non bastare più. Volevo fare il sommelier.

Veniva Ferragosto, le ferie sino a settembre. L’aspettavano tutti per andarsene in Sardegna o in Spagna – ad Ibiza per dirne una -; io e Lilly partivamo per Guardiagrele per andare a mangiare ‘Pallotte case e ove’ da Peppino Tinari a Villa Maiella e fare una capatina alla scoperta di una nuova cantina, ci dicevano di un certo Gianni Masciarelli. Poi magari più su a conoscere l’estro di Moreno Cedroni a Senigallia. Da lì da Umani Ronchi, poi Lungarotti, Ercole Velenosi, ma anche Tenuta di Nozzole, Castello di Verrazzano, Ruffino, Badia a Passignano, Castello della Sala e bla bla bla… con gli occhi spalancati sempre grandi così!

Ci siamo andati pure noi in Sardegna, mica eravamo così scemi, ma una capatina da Sella&Mosca piuttosto che a bere torbato alla Cantina Cooperativa di Santa Maria La Palma o un Nepente ad Oliena era d’obbligo. Insomma: niente vacanze senza vino e cibo, senza appunti di viaggio. Così siamo ‘cresciuti’.

Poi c’era il Gambero Rosso¤. Quel Gambero Rosso. Era un riferimento assoluto. Sembra un’eternità tanto è cambiata l’epoca così repentinamente. Leggevo Cernilli¤, Sabellico, le scorribande catalane di Bolasco, le ‘sue’ birre, poi il Bastian Contrario Luciano Di Lello. Puntuale, ogni mese, ero lì in edicola. Non me ne perdevo una di uscita. E buttavo giù i miei appunti, le mie prime sensazioni delle cose che bevevo, di certe etichette, scoprendo termini e intuizioni a me nuovi, cercandone di capire il senso in quei bicchieri.

Così, la sera, delle decine di bottiglie ‘buone’ conservavo quelle due dita da assaggiarmi con calma a fine servizio. Mi prendevano per matto: a fine serata invece di andarmene a casa me ne stavo lì, nell’office, a farmi le ‘pippe mentali’. Taurasi ‘88 Mastroberardino la prima volta che provai un sussulto. Montevetrano ’97 il primo grande rosso capace a convincermi che sì, si poteva fare.

Provai a mandare qualche mia recensione alla rubrica ‘Scelti da Voi’: Spett.le Gambero Rosso – via A. Bargoni 8, 00153 Roma. E chi se lo scorda! Cernilli introduceva le recensioni sempre con un suo breve ‘cappello’, a Rosanna Ferraro toccava metterne qualcuna in fila per la pubblicazione. Un mese, poi due, quasi volevo rinunciare. Poi uscì la prima, la seconda, ricordo che una volta (o due mi pare) me ne pubblicarono addirittura più d’una: immaginatevi me, dieci, dodici anni fa, che buttavo giù quattro righe poi pubblicate sul Gambero Rosso…

Ecco, l’altro giorno giocando agli esploratori con Letizia, tra le vecchie cartine geografiche che usavamo per andarcene in giro ho ritrovato alcune vecchie recensioni che non ho mai spedito; credo perché preso ormai da altro, soprattutto dal lavoro una volta aperta l’enoteca, siamo nel 2002, che per almeno 5/6 anni non mi ha fatto più pensare ad altro che portare avanti la baracca.

Poco dopo, nel 2006, l’avvento del web, Luciano Pignataro ed il suo Wineblog¤. Altro tempo, altra esperienza, altra crescita. E non si finisce mai di imparare.

P.S.: scrive Rosanna Ferraro: ‘Quante ne ho lette di tue lettere! Eri diventato un “amico” anche se sconosciuto in un’epoca e con modi di comunicare che adesso sembrano jurassici. All’inizio ti credevo un po’ fuori di testa e pensavo che ti saresti stufato presto e invece… puntuali come cambiali ne arrivavano sempre. Sei stato fedele e costante oltre ogni immaginazione. E ogni volta ti miglioravi. Parola. Non so più quante tue recensioni ho pubblicato, ma tante. Una sorta di precursore degli attuali blogger, quando di “serial writer” (in positivo, ovviamente) ce n’erano pochi e niente!’

I racconti del vino|Benvenuti a Parigi!

25 gennaio 2013

Tutto il complesso si estendeva su circa 20.000 metri quadrati, la proprietà vera e propria a poco meno della metà; che si fosse costruito ampiamente dentro pure a un’area di proprietà demaniale era per don Franco un mero dettaglio, un non problema, che sì, lo costringeva a qualche salto mortale tra un ufficio tecnico comunale l’altro, e il tribunale, ma per quanto il gioco fosse duro e certi balzelli quasi insostenibili gli sembrava ancora valere la candela. 

Si era fatto da solo, amava ripetere, aveva fatto tutto da solo sin dall’inizio. Figlio di un manovale dell’agro aversano aveva sin da piccolo accompagnato il padre nei suoi lunghi e faticati viaggi di lavoro, dai primi colpi di martellina nei cantieri – spesso abusivi – di sparuti paesini del casertano, ai solai “gettati” per la prima volta in pieno giorno, alla luce del sole al Nord e al Centro Italia. Lodi, Biella, ma soprattutto Modena, Reggio Emilia, Ferrara quando si affogava la monotonia e la malinconia domenicale con abbuffate di Salama da sugo e bevute epocali di Lambrusco Amabile. 

Un sottoscala qua, un appartamento e una mansarda là, poi un palazzo, quindi un parco, infine il botto, la svolta, la lottizzazione a fine anni ottanta di un bel pezzo di provincia del basso Lazio. I soldi veri, tanti, tantissimi, accolti stavolta a colpi di Veuve Cliquot! 

A quarantatre anni, dopo venti passati con la schiena curva a piegare acciaio e tagliare pietre, a dormire nel furgone di papà, con la casa sempre troppo lontana per ritornarvi, decide di mollare tutto e farsi una vita tutta sua. Così lascia l’impresa di famiglia che nel frattempo il padre aveva diviso tra i tre fratelli e i due generi; a lui che si tirava indietro un gran bel gruzzoletto di buonuscita. Speso tutto per tirare su con la moglie Nunzia questo popò di ristorante, Villa Eden, e gettare così le fondamenta anche al futuro delle due figlie Kirsten e Sharon, ormai maggiorenni. 

Da qualsiasi direzione ci passavi sulla statale Domiziana non potevi non notarla Villa Eden. Prima di finirci a lavorare, quelle poche volte, un giorno ci volli entrare per vederla da vicino. L’ingresso era imponente, un cancello tubolare alto almeno tre metri recava al suo centro, perfettamente diviso in due, la scena del peccato originale, con Adamo che porge ad Eva la mela appena colta dall’albero. Sopra le loro teste qualcosa che doveva assomigliare ad uno stemma di famiglia, poco comprensibile per la verità. Una grande piazza in porfido accoglieva gli ospiti, qua e là palme e cycas di ogni dimensione, al suo centro una enorme fontana in tufo e marmo grigio con due delfini appena sovrapposti che saltavano incrociandosi. 

Di là della fontana un lungo colonnato orizzontale anticipava il ristorante: tre gli ingressi, di cui uno ampio, sopraelevato da due rampe di scale curve che si allargavano prima di ricongiungersi, con al centro un’altra fontana, stavolta però a cascata. Giungeva alla sala Grande, quella da 300 posti. Capitelli ovunque, specchi grigi e stucchi in bassorilievo bianchissimi rilanciati da iperboliche controsoffitte, impreziosite da lampadari a goccia “schicchissimi”. Ricordo la prima sera che ci lavorai, era fine luglio, tutto illuminato sembrava di stare a Las Vegas; più che le gambe la stanchezza prendeva gli occhi tanto erano sfavillanti le luci. 

C’era di tutto a Villa Eden, anche se non tutto valorizzato a dovere. Il core buisness rimaneva il ristorante con le sue 230/260 cerimonie l’anno tra matrimoni, comunioni, ricorrenze varie. Alle sue spalle un ampio parcheggio diviso in due aree, con quattro ingressi per circa 250 posti auto. Una piscina Olimpionica, semi coperta, due campi da tennis, uno di calcio a 5; e ancora, due grandi locali che davano su una strada secondaria che affiancava il complesso, con sala giochi, bar e pizzetteria al taglio; e poi ancora, verso gli uffici, una esposizione permanente di bomboniere e regalistica varia di cui si occupava in prima persona la signora Nunzia con le figlie. Quindi tre comode camere a disposizione degli ospiti nella confinante villa-palazzina dove al secondo e terzo piano ci abitava don Franco con i suoi. C’era proprio tutto. 

Le sale erano sostanzialmente 3: la sala Grande al piano superiore, Kirsten e Sharon al piano strada; ma debitamente sezionate, col sistema di pannelli a specchi elaborato dal patròn diventavano 5 o 7 a seconda delle esigenze. Certo era che in concomitanza don Franco preferiva avere in casa solo un matrimonio per volta. Per comunioni e battesimi non c’era problema, una domenica fu capace di metterne 5 assieme per quasi 400 coperti. Il matrimonio no, quella sala andava vissuta a pieno, senza stress: “chi mangia qua deve sentirsi un Re, i sapori lo devono far innamorare e quando alza il mio calice di fallanghina deve stare convinto di sorridere alla vita” ripeteva ai promessi sposi, che accompagnava personalmente in giro per la struttura durante le visite. 

Uno, una volta, passeggiando nel viale che dal ristorante conduceva alla piscina, luogo memorabile per le foto degli sposi, usò domandargli come avessero fatto a pensare di costruirgli dei tralicci per l’alta tensione giusto in mezzo la sua proprietà, con quei grossi cavi elettrici così vicini alle loro teste. Gli disse di godersi la visita, se ne uscì con un “guardate llà che tramonto guardate…”, ma anche che la risposta gliela avrebbe data la sera del loro matrimonio, quando avessero scelto di onorarlo, con una sorpresa tutta per loro. 

Qualche mese più tardi, era appena settembre, a termina della serata don Franco si prese lo sposo sotto il braccio, con la sua bella e li invitò a seguirlo in terrazza, quella che dava sul viale della piscina. “Vi devo una risposta a voi due – gli disse, col sorriso stampato in faccia -, quel giorno non avreste compreso, venite qua: don Franco ama i suoi ospiti… benvenuti a Parigi!”. 

La notte prima aveva fatto arrampicare qualcuno dei suoi sopra uno dei tralicci dell’alta tensione intorno ai quali aveva costruito abusivamente l’ultimo pezzo del parco della piscina; lo fece imbrigliare di led e lucine colorate blu e rosse. Per un attimo sembrò davvero di vedere la Tour Eiffel nella campagna di Giugliano. Incredibile, ma vero!

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata


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