Fastignano ’08 Papa, quando il primitivo è dolce

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Ritorno molto volentieri a parlare di primitivo, convinto come sono che val sempre la pena spenderci una parola, non solo per sottolineare il profilo identitario di certe etichette, ormai perfettamente aderenti in tutto e per tutto a questo areale ma anche per ribadire quanto in terra di Falerno si stia lavorando alacremente per delinearne vini sempre meno convenzionali e di spessore tale dal permettersi di varcare agilmente i confini regionali, ed in alcuni casi, internazionali.

Così, se il Campantuono duemilasette di Antonio, pur mancando nella straordinaria profondità che ancor oggi caratterizza il suo predecessore duemilasei, offre di se una chiave di lettura fine ed elegante, a strizzare l’occhio a quei palati più sensibili, non di rado convinti di poter fare tranquillamente a meno dell’opulenza di certi primitivo, ci pensa questo delizioso nettare.

Il Fastignano duemilaotto, non è un semplice vino dolce, uno di quelli che proprio in terra di Falerno rappresenta la coniugazione meno diffusa del vitigno, ma, secondo me, una delle più piacevoli conferme che si possano avere dal varietale coltivato in zona; la decisiva caratterizzazione di questo prodotto parte già dalla drastica selezione dei grappoli appassiti in vigna, sulle poche viti quasi centenarie che la famiglia Papa conserva tra i filari del vigneto proprio a ridosso del ben più conosciuto loro cru Campantuono. Una volta giunte in cantina, le uve vengono lasciate asciugare per ancora 15 giorni sulle classiche arèle da appassimento; poi, a mano, vengono spulciati uno ad uno gli acini più integri che vengono successivamente pressati una prima volta in maniera soffice. Il mosto che se ne ottiene fermenta dai 25 ai 30 giorni in acciaio poi viene nuovamente pressato, lentamente e con molta pazienza e l’estratto passa quindi in acciaio per una prima sfecciatura. Dopo un mese avviene una seconda sfecciatura e parte del mosto viene trasferita per poche settimane in barrique già utilizzate per il Campantuono. Dopo ancora un breve ritorno in acciaio, si passa all’imbottigliamento e dopo più o meno quattro mesi alla sua commercializzazione.

Un vino dal colore assai invitante, nero-inchiostro con elegantissime sfumature porpora sull’unghia, decisamente impenetrabile. Il primo naso è avvolto da un ventaglio olfattivo intrigante e seducente, dalle più classiche note di frutti neri in confettura, a sensazioni ancor più dolci che richiamano spezie ed aromi dalla suggestione unica, quando, per esempio, nelle case d’un tempo il naso aveva ancora desiderio e speranza di cercare nell’aria note tostate di caffè appena passato nel macinino oppure rimaneva inebriato dai profumi officinali delle erbe rimaste ad asciugare sul davanzale della finestra, di quelle con le ante in legno. La beva si offre copiosa, dolce, inebriante ma di spessore, giustamente fresco e cadenzato da innumerevoli richiami fruttati e tostati, mai stucchevole e spendibile in abbinamento in più di una occasione, con formaggi erborinati piuttosto che con dolci al cioccolato. Finale piuttosto caldo, avvolgente, da ponderare la tentazione di un sorso eccessivo, il piacere è e rimane sublime solo se non indirizzato all’ebbrezza!

Spesso, non a torto aggiungo io, si avanzano non poche riserve sull’identità territoriale, sulla tipicità capace di esprimere un vino del genere, prodotto con un procedimento tanto articolato quanto pregnante come l’appassimento in pianta e cantina oltre che un lungo affinamento tra legno e bottiglia; eppure mai come in questo caso si è autorizzati a sbandierarlo ai quattro venti, un richiamo storico-culturale sintetizzato tanto nel nome quanto nel vino stesso. A dirla tutta, m’è parso di cogliere proprio questa ragione fondamentale che spinge Antonio e suo padre Gennaro a produrre, solo nelle annate più generose, questo particolare vino, se vogliamo anche piuttosto antieconomico dato l’esiguo numero di bottiglie, appena un migliaio, e la quantità d’uva utilizzata, 20 quintali per ottenerne appena un 30% in vino (!): il legame, forte, di questa famiglia con la tradizione vitivinicola locale che non allontana certo il passato perché proprio lì, nelle generazioni alle spalle, ha da ricercare gli insegnamenti più preziosi riproponendoli in chiave moderna e, laddove possibile, rivalutarli.

Non a caso, è bene ricordare, che fino agli anni ‘ 70, il Falerno di queste terre, di Falciano del Massico come di Mondragone intendo, era un vino molto più dolce di quello conosciuto ai nostri palati, e sfogliando le pagine della storia ci si accorge che era proprio quel modello ad avvicinarsi di più a quello descritto nella classicità latina chiamato, guarda caso, Faustianum, poi declinato in Fastignano nel 1500; una variante che oggi, nel linguaggio moderno, siamo abituati a definire “abboccato” e pertanto, ritornando agli antichi fasti, decisamente più godibile del Falernum austero prodotto nel territorio dell’Ager.

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Una Risposta to “Fastignano ’08 Papa, quando il primitivo è dolce”

  1. L’Arcante Wine Award® 2011, The very best of « L’ A r c a n t e Says:

    […] Campania rosso passito Fastignano 2008 Papa. Eh si, va detto: non so quanti hanno avuto la fortuna di berlo questo vino, prodotto com’è in appena un migliaio di unità; ma una cosa è certa, è stata una delle più gradevoli e sorprendenti novità di quest’anno passataci per mano. Un rosso dolce, da uve primitivo di Falciano del Massico, di inaudita profondità ed equilibrio gustativo. […]

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