Archive for the ‘in CAMPANIA’ Category

Terramasca 2017 di Drengot, l’Asprinio Spumante Brut del primo Conte di Aversa

6 giugno 2019

Non possiamo pensare che l’estate tardi ancora ad arrivare nonostante l’impressione di questi giorni sembra suggerire che debba piovere per sempre. Tant’è, un po’ per sete, un po’ per disperazione siamo ritornati su questa piacevole scoperta capitataci durante l’ultima sessione di assaggi a Campania Stories dello scorso Marzo.

Di quanto siamo innamorati del varietale e di questa denominazione è ben noto, fa quindi piacere che il numero di produttori in campo si allarghi e provi a scardinare il mercato puntando tutto sulla qualità, come ci conferma anche questo caso. Il Terramasca di Drengot, primo Conte di Aversa, ha bolle fini ed un quadro olfattivo lieve eppure suggestivo, il sorso è seducente, fresco e vivace.  

A pensarci bene avremmo potuto costruirci nell’Agro aversano la nostra piccola Franciacorta, fare cioè dell’Asprinio – il nostro autentico, unico, inimitabile vitigno Principe di Aversa – un protagonista incredibile non solo per un vino fermo originale ma anche – e soprattutto – bollicine talmente esclusive e rare quanto inarrivabili per tipicità, qualità, storia. Ci siamo accontentati, e in larga parte continuiamo a farlo, nel cercare con superficialità, spesso imbottigliando altrove ed ovunque, di fare, con qualsiasi uva, spumantini che appena lontanamente possano somigliare o ricordare il Prosecco oppure, come talvolta avviene nei pensieri di qualche sciagurato sprovveduto, la ”Sciampagna francesa”.

Intanto la terra è lì che aspetta, le alberate con tutta probabilità rischiano di scomparire e, dalle nostre tavole, pure il vino. Se non fosse che uno scatto d’orgoglio continua a consegnarci di tanto in tanto qualche bella promessa e nuove buone etichette.

Leggi anche L’Alberata aversana, o di quell’uva sospesa nel tempo Qui.

Leggi anche Piccola Guida ragionata ai vini Asprinio d’Aversa Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Lapio, il Fiano di Avellino 2017 di Rocca del Principe è una pietra miliare

2 giugno 2019

Uno splendido vino bianco proveniente da una terra tanto autentica che di più non si può, e che non smette nemmeno un momento di condurre proprio là, ad un passo dal mare, anche se dove nasce, lassù, il mare vero e proprio, non c’è.

Fiano di Avellino 2017 Rocca del Principe - foto L'Arcante

E’ un grande Fiano di Avellino questo duemiladiciassette di Aurelia Fabrizio ed Ercole Zarrella, di quelli avvincenti e mutevoli che non finiresti mai di bere, proporre, offrire, quale che sia il momento, l’occasione, l’abbinamento.

Viene prodotto a Lapio, da vigne piantate tra il ’90 e il 2014 in contrada Arianiello da dove, negli ultimi anni, provengono tanti altri piccoli capolavori¤ fatti bottiglia. Qui la terra ha una matrice sostanzialmente vulcanica, è ricca di argille e gode di un microclima particolare, siamo infatti a circa 600 metri s.l.m.; per meglio intenderci siamo in Alta Irpinia ma ad occhi chiusi, bicchiere alla mano, pare di stare ad appena un palmo di mano da Chablis e dintorni, luoghi tanto amati dai cercatori di emozioni più attenti. Il tempo e l’intraprendenza di alcuni ne farà con ogni probabilità un vero e proprio Cru, frattanto ci accontentiamo, se così si può dire, di godere di bianchi ogni anno più coinvolgenti, profondi, pienamente espressivi a tal punto dall’essere, in certi casi, davvero unici.

Questo duemiladiciassette ha un bel colore paglierino carico, è fruttato e floreale, s’aggiungono via via sentori di erbe aromatiche e rimandi iodati abbastanza tipici nei vini di Rocca del Principe. Al gusto è sferzante, riempie la bocca, si allunga e sul finale chiude balsamico e sapido, quasi salato, come provenisse da vigne affacciate ‘ammare. Di certo va annoverato tra i migliori assaggi dell’anno e, nonostante un’anima apparentemente meno ”corpulenta” del solito, di fatto di grande prospettiva, epperò bisognerebbe avercelo il coraggio di lasciarlo in cantina!

Ci troviamo infatti nel bicchiere un vino luminoso, subito verticale al naso, dal sorso trasversale, tutto infiocchettato a dovere tra sentori agrumati e frutta polposa, note boisé e tanta vivacità e bontà gustativa. C’è insomma dentro tutta la forza di un varietale straordinario, una terra incredibile, c’è l’ebbrezza di trovarsi sopra uno spazio infinito senza un filo di vertigini, dove c’è il riflesso del sole che indica l’orizzonte proprio ai piedi della vigna, là dove si può collocare con precisione millimetrica l’ennesima pietra miliare del vino campano qui a Lapio.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Se questo non è un grande vino, parliamo del Terra di Lavoro 2016 di Galardi

7 maggio 2019

Ci sono almeno due notizie importanti da considerare: la prima è che l’etichetta, abbandonata definitivamente nel 2012 l’igt Roccamonfina per abbracciare l’indicazione geografica tipica Campania, si candida con pieno titolo a diventare vino-icona regionale nel mondo; l’altra è che l’azienda, per la prima volta dalla sua fondazione, uscirà con un secondo vino, dal nome Terra di Rosso, da Piedirosso in purezza, che certifica, semmai ve ne fosse ancora bisogno, quanto questo straordinario vitigno va conquistandosi sempre più spazio sui mercati (anche) internazionali.  

L’azienda di San Carlo di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, giusto per riprenderne velocemente le fila, nasce nel 1991 ad opera di Roberto Selvaggi e Maria Luisa Murena e i fratelli Francesco e Dora Catello con il marito Arturo Celentano; esce con le prime, pochissime bottiglie, con l’annata ‘94. Il vigneto, con la cantina, sono immersi nel parco regionale di Roccamonfina, di tutta la proprietà sono circa 10 gli ettari votati alla coltura di Aglianico e Piedirosso per una produzione media annuale che si aggira sulle 30.000 bottiglie, cui si aggiungono uno splendido olio extravergine di oliva e, come detto, da quest’anno, con l’annata duemiladiciassette, una prima uscita di poco più di 6.500 bottiglie di Terra di Rosso.

Ci sono alcune tappe fondamentali nella storia di questa azienda che, dopo l’esordio del ’94, visse un primo punto di svolta importante con l’annata ’99, probabilmente l’inizio di tutto, la spinta decisiva per quello che poi è diventato il Terra di Lavoro per gli appassionati di tutto il mondo, un grande vino italiano. Da qui, a distanza di circa un decennio, con l’annata ’08¤, altro millesimo praticamente perfetto, con un andamento stagionale ineccepibile ed uve di sanità e qualità ben al di sopra di ogni altra vendemmia registrata prima, si riuscì a mettere un’altra pietra miliare fondamentale nella storia di questa splendida realtà.

Affrontiamo certe etichette sempre con grande riverenza, in questo caso, come raramente accade, la sentiamo dovuta e necessaria seppure mai declamata abbastanza come di sovente avviene invece per tante altre blasonate etichette italiane. E’ stata un’annata particolarmente complessa la duemilasedici, fredda e piovosa, ma questo non ha impedito a nostro avviso di tirare fuori tratti caratteristici peculiari che ritroviamo in larga parte sin dal colore, poi nel corpo e nella finissima tessitura acido-tannica del vino.

Dal colore vivace, le pareti del calice sono pennellate di un velo rubino porpora di rara lucentezza, il naso è sfrontato, ricco di sfumature, giocato però anzitutto sul frutto, polposo e fragrante, fine ed elegante, accompagnato ad ogni passaggio da gradevolissime sensazioni balsamiche che si fanno via via delicatamente speziate. In bocca è carnoso, caldo e avvolgente, con un tannino in evidenza ma per niente aggressivo, il sorso è infatti dinamico, avvolgente, dal sapore persistente, sapido e minerale. Se questo non è un grande vino…

© L’Arcante – riproduzione riservata


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