I racconti del vino|Catene

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La mia prima volta fu un sabato di luglio, mi ci portò un amico incontrato quasi per caso qualche sera prima in piazza ad Arco Felice; sorseggiavo birra dalla mia lattina quando, alzando lo sguardo, lo scovai tra decine di facce avvolte in una nuvola di fumo poco dietro le scale della chiesa. Qualche minuto più tardi mi venne vicino, facemmo quattro chiacchiere, non ci vedevamo da tempo, gli dissi che avevo da poco lasciato il lavoro in Pizzeria. 

Non per altro, ma in tre mesi m’avevano messo sempre a portare le pizze mentre io volevo cominciare a stare sui tavoli, in mezzo alla gente, imparare a fare il mestiere, il cameriere; fare il porta pizze era divertente, tra l’altro nemmeno così faticoso contando il fatto che non mi toccavano compiti di sbarazzo o pulizie generali, ma ormai mi stava stretto, puntavo ad altro. 

Faceva un caldo della madonna quel giorno e sin dal mattino presto s’intuì subito che non sarebbe stata una giornata come le altre; una cappa di umidità sembrava essersi calata su quel lembo di terra, lungo la statale Domiziana, e prometteva di rimanerci a lungo. Non un alito di vento, nemmeno un sospiro dalla vicina costa. Un afa terribile, asfissiante, appiccicaticcia. 

Nemmeno il tempo di posare le borse in uno stanzino che ci chiamarono in tre o quattro per dare una mano ai facchini nel sistemare del vino appena arrivato; con Simone, il mio amico, altri due che ancora non conoscevo più un paio di sguatteri percorremmo un lungo corridoio che sembrava attraversare di netto tutto il complesso. Dietro a una porta un po’ arrugginita, che dava sul retro, l’amara sorpresa: c’era un autotreno cui stavano sciogliendo le briglie dei tendoni e sopra, stipati alla meglio, circa un paio di dozzine di pedane di Castellblanch¤. Guardai gli altri, sorrisi, cercando con gli occhi il rumore di un muletto, ma niente: “Dai guagliù, una mano ciascuno e ci passa la paura” sentii arrivare da qualche parte. Una mazzata esagerata! 

Terminammo di scaricare i cartoni alle 11 e mezza circa, dopo più di due ore di fatiche a tamburo battente. Ne ho fatto di sudate nella vita, ma quella rimane a pieno titolo tra le più incredibili. E guardandomi allo specchio, poco dopo, contavo dalla mia pure una discreta abbronzatura. 

Messa su la divisa, sbrigato un pranzo veloce durante il quale conobbi, oltre i miei compagni di sventura anche un po’ di altre persone del posto, a mezzogiorno e mezza avrei conosciuto la mia destinazione; mi affidarono alla brigata di don Pasquale, alla cerimonia per il battesimo Janniciello, 110 coperti nella “sala Palme”. Qui tenemmo il nostro briefing di pre-servizio. 

Don Pasquale era un tipo tranquillo, me ne aveva già parlato Simone che me lo dipingeva come una persona per bene, un padre di famiglia, che lavorava al comune e collaborava con la proprietà da quasi dieci anni; era, da quanto avessi capito, tra quelle persone che godevano di maggiore rispetto e fiducia nell’ambiente. “Guagliò, tu ti fai 12, 13, 14, 15, 16 e dai una mano a lei all’11; m’arraccumanno, non pensare solo ai fatti tuoi, qua più ci aiutiamo e prima finiamo. Chiaro?”. Furono le uniche parole che mi disse quel giorno, che in effetti mi rimbombarono in mente per tutto il servizio: tenevo 5 tavoli, che si rivelarono quasi 40 coperti, in più lontanissimo dalla cucina e pretendeva che dessi una mano pure alla ragazza con il tavolo dei bambini. Altro che tipo tranquillo, mi dissi. 

Il nostro servizio per fortuna andò avanti abbastanza spedito; in effetti, tenendo conto che iniziammo poco dopo le due del pomeriggio e che la nostra passava in cucina come l’ultima uscita rispetto alle altre 4 cerimonie di quel giorno, tra cui un matrimonio, non potemmo lamentarci di mettere fuori la torta appena poco dopo le otto di sera. Mi sentivo svuotato ma convinto di aver fatto un buon lavoro. Ma dopo una mezz’ora che dedicammo a mettere a posto la sala, don Pasquale ci venne a chiamare perché serviva una mano al matrimonio: i cantanti avevano finalmente terminato le loro esibizioni, così poteva finalmente uscire la torta ma bisognava ancora sbarazzare e pulire i tavoli dalla frutta. 

Eravamo affranti, stanchissimi. E dopo 12 ore di lavoro filato io stavo davvero male, tra l’altro m’erano venute due vesciche al piede destro che sentivo l’ira di Dio ad ogni passo. Ma non ne volle sapere, così lo seguimmo. 

Ci toccarono ancora due ore di lavoro, con la sorpresona della serata che rimandò ancora di un’ora il taglio della torta. Prima il siparietto di un giovanissimo Alessandro Siani¤ con i suoi sketch sguaiati ed irriverenti, regalo del fratello più piccolo di lei, e poi quello un po’ più preoccupante della madre dello sposo che, in preda ad una evidente crisi di nervi per lo scippo del figlio prediletto minacciava addirittura di buttarsi dalle scale non appena uscita sul patio.

Esibizioni esilaranti, scene grottesche, cui don Pasquale, al taglio della torta volle tuttavia mettere un cappello irreprensibile: “In alto i calici signori, che cento catene si possano spezzare ma non questo amore. Evviva gli sposi!”.

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata.

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Una Risposta to “I racconti del vino|Catene”

  1. Cameriere di ventura (ah quel rigore a USA ’94!) | L’ A r c a n t e Says:

    […] credimi, esperienza allucinante, non ti dico guarda. Tre ore a scaricare un camion di vino¤ e poi a spalmare tartine e tagliare ananas. Infine mi hanno mandato in una sala con tre comunioni, […]

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