Posts Tagged ‘cameriere’

Lettera a un Sommelier

18 dicembre 2015

Da qualche tempo penso sempre che dovrei fare una chiacchierata o più chiacchierate con te. Un po’ perché mi ha sempre colpito quella parte schietta e diretta che hai con l’approccio a questo lavoro, un po’ perché, ci sta poco da fare, guardi sempre alla sostanza delle cose.

Era un sommelier

Mi ha sempre colpito quel guardare oltre quel velo, che tu stesso definisci patinato, che avvolge il tema della cucina e della ristorazione degli ultimi anni e, come te, sono convinto che alla fine l’unica cosa reale e di sostanza che resta, tolto il velo, sia il lavoro.

Il lavoro che diventa pietra sulla quale costruire il legame tra collaboratori, fornitori, clienti, proprietari e che oggi secondo me è l’unica cosa da guardare se si vogliono valutare successi, o meno, del proprio lavoro.

E allora andiamo al sodo: ma quanto è complicata questa “faccenda” del sommelier? Più che complicata però forse vorrei dire onesta.

Si onesta. Perché più cerco di capirci qualcosa del mondo del vino, e così pure del mondo della cucina, più ci vedo meno chiaro. Forse sarà proprio per quella patina, spesso travestita da ignoranza (nel senso della non conoscenza) che dilaga anche tra chi oggi si descrive con le frasi “sono un esperto”, “sono un conoscitore”, “sono un collega”, “sono un appassionato”, fino alla mitica frase da leggere in stile fantozziano “sono uno che gira molto”Personaggi che si infiltrano in ogni posizione, oggi sono critici, blogger, scrittori, giornalisti, recensori, ma la cosa che mi desta più ansia e che oggi siano anche proprietari o gestori di locali convinti che tenere in bella mostra le bottiglie novità dell’anno (decise poi da blogger, giornalisti, associazioni di bevitori etc.) faccia la differenza.

Io non ci capisco quasi niente di vino e cerco di ampliare la mia conoscenza con calma, con prove, portandomi dietro un po’ delle mie esperienze in altri campi e, ancora oggi, a volte non riesco a capire come facciano, seduti a un tavolo a dire che alcune bottiglie siano buone, buonissime o ad arrivare a quella frase che odio istintivamente, quando, presi da pareri totalmente diverse dai propri commensali, sento ripetere: “si però ha quel qualcosa che…”.

Ne ho viste di persone aprire bottiglie diversissime da quelle provate prima, ne ho condivise altre che avevano aspetto, sapore, odore differenti da quelli che ricordavo e ho visto troppe persone elogiarne pregi inesistenti.

Se però il lavoro di sala e quello del sommelier è anche quella di travasare una parte della propria conoscenza con modalità limite, vicine a quelle di uno psicologo, oltre a portare i piatti o a riempire un bicchiere, se questo è vero allora la domanda è semplice: dove va a finire l’onestà dovuta al proprio lavoro senza il dovere di preservare un piacere ai propri commensali, legato al diritto di rispettare la propria professionalità, gli anni di studio e di lavoro?

E non inserisco in questo computo i casi limite che possono presentarsi in sala come, il finto saccente che vuole far bella figura con la ragazza, o quello al quale a tavola viene sempre consegnata la carta dei vini perché casomai ha tutte le bottiglie su Vivino e quindi qualche parola in più l’ha letta, il riccone che compra la bottiglia costosa e che quindi deve per forza essere ottima, o i partecipanti ai corsi che quindi diventano immediatamente esperti.

Parlo di quell’universo di clienti aperto ma a volte chiuso a riccio rispetto a un mondo che effettivamente si pone troppo lontano sopratutto raccontando palle su palle. Parlo di quel mondo aperto, che poi è anche quello che ci permette di lavorare e di campare del nostro lavoro, al quale dovremmo più rispetto e al quale potremmo spalancare le porte verso un mondo bello fatto di luoghi, terre strappate alla cementificazione, di vite agricole senza le quali tutto il resto sarebbe inesistente.

Quanto di questo sparisce ogni volta che si versa un bicchiere a tavola? Quando ci si riunisce a tavoli di degustazione dove nessuno ha il coraggio di dire che un vino ha certi limiti, se nessuno riesce a riconoscere se il prodotto arrivato in tavola è differente rispetto all’idea che ne aveva il produttore inizialmente?

Ecco uno dei punti dolenti più importanti, la conoscenza di un prodotto. Quante volte ho visto cambiare un vino in bottiglia? Quante volte i trasporti inadatti, la cattiva conservazione nei luoghi di vendita altera il prodotto che portiamo a tavola? E com’è possibile senza conoscerne il punto di partenza, l’idea del produttore, fare commenti su un prodotto che si millanta di conoscere?

Considerato che annate diverse ne possono cambiare il profilo, che produttori cambiano idee mentre approfondiscono anche loro la conoscenza del loro vigneto e del loro vino, mentre vanno e vengono le mode della morbidezza, dell’acidità etc… che fine fa l’onestà di chi fondamentalmente vende un prodotto legato a quella di un’esperienza gastronomica, di una serata da ricordare, di un regalo per una sera soltanto, di qualcosa legato al piacere che non sia solo quello della quantità, che si sposti verso la qualità e anche al sapere?

Ma poi? Ma quante vole lo dovete sbacchettare sto decilitro di vino nel bicchiere per dire che lo volete ossigenare? Ma quanto ossigeno può entrare in un decilitro di vino? Quale processo di fissione nucleare pensi possa mettere in moto il tuo gesto per far prendere aria a uno sputo di vino? Ore e ore a rigirare calici e a fare finta che ad ogni giro esca fuori quella nota in più che ormai sarà quello che stai mangiando? Senza parlare dei mal di testa che mi vengono quando vedo sbacchettare per ore e ore le bollicine e poi sentire parlare di metodi per ottenere perlage non aggressivi e che si sentono proprio nel bicchiere che da ore sbacchetti tanto da sfiatarlo!

Se a questo ci metti che sembra diventato impossibile poter fare un corso di sommelier se non sei avvocato, ingegnere, casalinga disperata, o qualsiasi altra cosa che non sia lavorare in un ristorante, se a questo ci metti il mercato a volte a senso unico costruito su case che imboniscono rivenditori e rappresentati, che imboniscono ristoratori e proprietari di locali che alla fine sembra che vendiamo tutti le stesse cose, senza che nessuno conosca un fazzoletto di terra dove ha scoperto un vino che gli si è legato al cuore, un produttore che si sporca le mani e ti trasmette il vero senso della terra, senza essere ambasciatori di un territorio di un’idea, di un cammino… dimmi tu: ma quanto è complicata sta “faccenda” del sommelier? (G. d. V.)

© L’Arcante – riproduzione riservata

Ho deciso, voglio fare il Sommelier

7 ottobre 2013

Eccomi qua, pronto. Sai, sabato sera, in Veranda, ne abbiamo messi 118 di coperti. Io e Luca, noi due soli. Dalle 20.00 senza manco un respiro, con l’ultimo tavolo, quello degli ‘Angels of Love’ che se n’è andato all’una e mezza. Ma giusto perché dovevano andare a suonare in discoteca. E’ tanto, caspita.

Ti dico: la cantina è quasi pronta, stanno definendo gli ultimi accorgimenti e con Michele abbiamo buttato giù una mezza idea di come organizzarla, ma la roba è tantissima; anche se riuscissimo a mettercela tutta dentro adesso, di qui a qualche mese bisognerebbe scavare ancora. E la frequenza con cui arriva vino non ci aiuta, anzi, è sempre più difficle da gestire. Anzitutto dove lo metto? Poi impellicolare tutte le bottiglie ‘più buone’, catalogarle, farci le etichette; con i ritmi di lavoro che abbiamo è da pazzi. In effetti sono anche un po’ stanco.

Però è una gran soddisfazione. Tutte le sere guardare le sale con tutti i tavoli ognuno con un vino diverso è davvero un piacere. Sto cercando di coinvolgere un po’ tutti con la mia fissa per il vino. Certo il linguaggio per alcuni è incomprensibile ma di meglio al momento non mi riesce. Io stesso devo ancora decifrare per bene tutti quei paroloni che ascolto al corso Ais. A dir la verità mi sembra che nemmeno tra loro (i sommelier dico) a volte si comprendono. Uno dice una cosa, l’altro, appena questi va via, un’altra. E a volte all’opposto di quanto detto prima. Boh…

P.S.: il Gambero Rosso ha cominciato a pubblicarmi le recensioni che gli mando. E’ una bella soddisfazione leggere il mio nome su una rivista così importante. Ho deciso, sai, da grande voglio fare il sommelier!

L’Europa s’era unita ed io portavo le pizze…

2 ottobre 2013

Estate 1992, l’inizio di qualcosa. Prologo: caro diario, questo sabato dovrei cominciare a lavorare in sala, Renato dice che è arrivato il momento di lasciare il forno ai nuovi arrivati e di tenere ‘la fila’ con uno dei maître; credo mi tocchi Vito, non è proprio il massimo ma so che me la posso cavare lo stesso. Tommaso e Spinelli (Luigi) dicono che se dovessi andare in difficoltà mi aiuteranno loro. Io ce la metterò tutta, è la mia occasione e non voglio sprecarla, mica starò qui a portare le pizze per tutta l’estate…

Alla fine credo sia andata bene, forse un po’ in difficoltà con certe comande, e che siano maledette le capsule del Lancers, tuttavia non abbiamo ricevuto segnalazioni di particolari problemi. Dalle 22 però non s’è capito più nulla, credo avessero acceso anche i due forni nella sala giù tanto era il lavoro su in terrazza. Abbiamo rimpiazzato il buffet almeno tre volte. Ah, stasera Robertino (Muttley) mi ha sfidato a mangiare una Play Off x 4 intera; diceva che sarebbe stato impossibile ch’io la finissi tutta (il bastardo l’ha rimpinzata ancor più di ricotta e salame) ma non aveva fatto i conti con la mia fame. La 100.000 lire della scommessa gliel’ho lasciata così impara.

Questa esperienza sono sicuro mi servirà, sinceramente non credo di rimanerci a lungo qui sul lago anche se l’ambiente non mi dispiace, con tanti ragazzi si sta davvero bene però lavorare solo 2/3 giorni la settimana comincia a starmi stretto, tra un po’ avrò la patente, papà dice di regalarmela lui ma poi vorrei comprarmi una macchina, essere un po’ più indipendente, cominciare a viaggiare…

Oggi me ne vado al mare, se trovo i doposci…

16 giugno 2013

Entrando dal fruttivendolo noto subito delle bellissime pesche bianche. Chiedo quanto vengono al chilo e, se possibile, la loro provenienza. ‘Guardi, non saprei dirle, io tra l’altro sono Geometra, di frutta non ci capisco granché, ma vanno via a ‘due lire’ e col vino, come aperitivo – mi creda -, c’ho preso il diploma, ci stanno alla grande!’.

Frutta e Verdura

Avevo male a un dente. Un molare per la precisione. Un po’ di carie, ma soprattutto mancavo di fare una pulizia decente da qualche anno, insomma la solita abitudine a sottovalutare la prevenzione. Chiedo a un amico, Gerardo – un caro amico -, se conosce qualcuno che mi possa aiutare. Mi porta dall’avvocato: ‘scusa, ma che ci facciamo dall’Avvocato?’. ‘Non ti preoccupare: chillo è avvocato? E sta bene. Sa il fatto suo…, poi ci diamo una cassa di vino – quello ci capisce – e tutto si aggiusta!’

L'Avvocato

La mia macchina viaggia per i 204.000 chilometri. Peugeot 206, del ’99. Consuma un po’- olio soprattutto -, gli ho appena rinfrescato il motore con due litri, ieri l’altro. Da qualche settimana però mi fa le bizze, anzi, mi fischia. Saranno i freni, mi son detto. Sono i freni. ‘Uno di questi giorni sarai costretto a frenare coi piedi per terra, mi sfotte Nando (un amico). E portala a vedere da un Veterinario; quello che ci mette, dieci minuti, ci fa un check-up e via! Mo’ se preso pure il diploma…’.

Il Veterinaio

Vabbè dai. Fermiamoci qui. Potrei continuare all’infinito. Si, sono tutti sommelier. E sono tutti i nuovi clienti del tuo ristorante e di questo dove lavoro io. Clienti, quelli di oggi, con la ‘C’ maiuscola: che conoscono, che bevono, che fanno i ‘laboratori’, i ‘seminari’, che sanno. Però, ogni tanto mi viene lo stesso da domandarmelo: ma che c’entra il Geometra, l’Avvocato, il Veterinaio, l’Assicuratore, l’Otorinolaringoiatra, il Segretario (comunale, amministrativo, con varie attitudini) col mio mestiere? E dire che hanno studiato, talvolta sono finissimi intellettuali, si sono dannati l’anima per non finire a fare, come me, il cameriere; e poi…

Angelo Di Costanzo, Sommelier

Eh già, quello che s’atteggia sarei io. Troppo serio. Anzi, ‘quello che si prende sul serio’. Ebbene si, è vero, io faccio il Sommelier. Solo quello so fare. Il Sommelier, solo quello mi va di fare. Seriamente!

I racconti del vino| Benvenuti a Parigi!

25 gennaio 2013

Tutto il complesso si estendeva su circa 20.000 metri quadrati, la proprietà vera e propria a poco meno della metà; che si fosse costruito ampiamente dentro pure a un’area di proprietà demaniale era per don Franco un mero dettaglio, un non problema, che sì, lo costringeva a qualche salto mortale tra un ufficio tecnico comunale l’altro, e il tribunale, ma per quanto il gioco fosse duro e certi balzelli quasi insostenibili gli sembrava ancora valere la candela. 

Si era fatto da solo, amava ripetere, aveva fatto tutto da solo sin dall’inizio. Figlio di un manovale dell’agro aversano aveva sin da piccolo accompagnato il padre nei suoi lunghi e faticati viaggi di lavoro, dai primi colpi di martellina nei cantieri – spesso abusivi – di sparuti paesini del casertano, ai solai “gettati” per la prima volta in pieno giorno, alla luce del sole al Nord e al Centro Italia. Lodi, Biella, ma soprattutto Modena, Reggio Emilia, Ferrara quando si affogava la monotonia e la malinconia domenicale con abbuffate di Salama da sugo e bevute epocali di Lambrusco Amabile. 

Un sottoscala qua, un appartamento e una mansarda là, poi un palazzo, quindi un parco, infine il botto, la svolta, la lottizzazione a fine anni ottanta di un bel pezzo di provincia del basso Lazio. I soldi veri, tanti, tantissimi, accolti stavolta a colpi di Veuve Cliquot! 

A quarantatre anni, dopo venti passati con la schiena curva a piegare acciaio e tagliare pietre, a dormire nel furgone di papà, con la casa sempre troppo lontana per ritornarvi, decide di mollare tutto e farsi una vita tutta sua. Così lascia l’impresa di famiglia che nel frattempo il padre aveva diviso tra i tre fratelli e i due generi; a lui che si tirava indietro un gran bel gruzzoletto di buonuscita. Speso tutto per tirare su con la moglie Nunzia questo popò di ristorante, Villa Eden, e gettare così le fondamenta anche al futuro delle due figlie Kirsten e Sharon, ormai maggiorenni. 

Da qualsiasi direzione ci passavi sulla statale Domiziana non potevi non notarla Villa Eden. Prima di finirci a lavorare, quelle poche volte, un giorno ci volli entrare per vederla da vicino. L’ingresso era imponente, un cancello tubolare alto almeno tre metri recava al suo centro, perfettamente diviso in due, la scena del peccato originale, con Adamo che porge ad Eva la mela appena colta dall’albero. Sopra le loro teste qualcosa che doveva assomigliare ad uno stemma di famiglia, poco comprensibile per la verità. Una grande piazza in porfido accoglieva gli ospiti, qua e là palme e cycas di ogni dimensione, al suo centro una enorme fontana in tufo e marmo grigio con due delfini appena sovrapposti che saltavano incrociandosi. 

Di là della fontana un lungo colonnato orizzontale anticipava il ristorante: tre gli ingressi, di cui uno ampio, sopraelevato da due rampe di scale curve che si allargavano prima di ricongiungersi, con al centro un’altra fontana, stavolta però a cascata. Giungeva alla sala Grande, quella da 300 posti. Capitelli ovunque, specchi grigi e stucchi in bassorilievo bianchissimi rilanciati da iperboliche controsoffitte, impreziosite da lampadari a goccia “schicchissimi”. Ricordo la prima sera che ci lavorai, era fine luglio, tutto illuminato sembrava di stare a Las Vegas; più che le gambe la stanchezza prendeva gli occhi tanto erano sfavillanti le luci. 

C’era di tutto a Villa Eden, anche se non tutto valorizzato a dovere. Il core buisness rimaneva il ristorante con le sue 230/260 cerimonie l’anno tra matrimoni, comunioni, ricorrenze varie. Alle sue spalle un ampio parcheggio diviso in due aree, con quattro ingressi per circa 250 posti auto. Una piscina Olimpionica, semi coperta, due campi da tennis, uno di calcio a 5; e ancora, due grandi locali che davano su una strada secondaria che affiancava il complesso, con sala giochi, bar e pizzetteria al taglio; e poi ancora, verso gli uffici, una esposizione permanente di bomboniere e regalistica varia di cui si occupava in prima persona la signora Nunzia con le figlie. Quindi tre comode camere a disposizione degli ospiti nella confinante villa-palazzina dove al secondo e terzo piano ci abitava don Franco con i suoi. C’era proprio tutto. 

Le sale erano sostanzialmente 3: la sala Grande al piano superiore, Kirsten e Sharon al piano strada; ma debitamente sezionate, col sistema di pannelli a specchi elaborato dal patròn diventavano 5 o 7 a seconda delle esigenze. Certo era che in concomitanza don Franco preferiva avere in casa solo un matrimonio per volta. Per comunioni e battesimi non c’era problema, una domenica fu capace di metterne 5 assieme per quasi 400 coperti. Il matrimonio no, quella sala andava vissuta a pieno, senza stress: “chi mangia qua deve sentirsi un Re, i sapori lo devono far innamorare e quando alza il mio calice di fallanghina deve stare convinto di sorridere alla vita” ripeteva ai promessi sposi, che accompagnava personalmente in giro per la struttura durante le visite. 

Uno, una volta, passeggiando nel viale che dal ristorante conduceva alla piscina, luogo memorabile per le foto degli sposi, usò domandargli come avessero fatto a pensare di costruirgli dei tralicci per l’alta tensione giusto in mezzo la sua proprietà, con quei grossi cavi elettrici così vicini alle loro teste. Gli disse di godersi la visita, se ne uscì con un “guardate llà che tramonto guardate…”, ma anche che la risposta gliela avrebbe data la sera del loro matrimonio, quando avessero scelto di onorarlo, con una sorpresa tutta per loro. 

Qualche mese più tardi, era appena settembre, al termine della serata don Franco si prese lo sposo sotto il braccio, con la sua bella e li invitò a seguirlo in terrazza, quella che dava sul viale della piscina. “Vi devo una risposta a voi due – gli disse, col sorriso stampato in faccia -, quel giorno non avreste compreso, venite qua: don Franco ama i suoi ospiti… benvenuti a Parigi!”. 

La notte prima aveva fatto arrampicare qualcuno dei suoi sopra uno dei tralicci dell’alta tensione intorno ai quali aveva costruito abusivamente l’ultimo pezzo del parco della piscina; lo fece imbrigliare di led e lucine colorate blu e rosse. Per un attimo sembrò davvero di vedere la Tour Eiffel nella campagna di Giugliano. Incredibile, ma vero!

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata

I racconti del vino| Catene

19 gennaio 2013

La mia prima volta fu un sabato di luglio, mi ci portò un amico incontrato quasi per caso qualche sera prima in piazza ad Arco Felice; sorseggiavo birra dalla mia lattina quando, alzando lo sguardo, lo scovai tra decine di facce avvolte in una nuvola di fumo poco dietro le scale della chiesa. Qualche minuto più tardi mi venne vicino, facemmo quattro chiacchiere, non ci vedevamo da tempo, gli dissi che avevo da poco lasciato il lavoro in Pizzeria. 

Non per altro, ma in tre mesi m’avevano messo sempre a portare le pizze mentre io volevo cominciare a stare sui tavoli, in mezzo alla gente, imparare a fare il mestiere, il cameriere; fare il porta pizze era divertente, tra l’altro nemmeno così faticoso contando il fatto che non mi toccavano compiti di sbarazzo o pulizie generali, ma ormai mi stava stretto, puntavo ad altro. 

Faceva un caldo della madonna quel giorno e sin dal mattino presto s’intuì subito che non sarebbe stata una giornata come le altre; una cappa di umidità sembrava essersi calata su quel lembo di terra, lungo la statale Domiziana, e prometteva di rimanerci a lungo. Non un alito di vento, nemmeno un sospiro dalla vicina costa. Un afa terribile, asfissiante, appiccicaticcia. 

Nemmeno il tempo di posare le borse in uno stanzino che ci chiamarono in tre o quattro per dare una mano ai facchini nel sistemare del vino appena arrivato; con Simone, il mio amico, altri due che ancora non conoscevo più un paio di sguatteri percorremmo un lungo corridoio che sembrava attraversare di netto tutto il complesso. Dietro a una porta un po’ arrugginita, che dava sul retro, l’amara sorpresa: c’era un autotreno cui stavano sciogliendo le briglie dei tendoni e sopra, stipati alla meglio, circa un paio di dozzine di pedane di Castellblanch¤. Guardai gli altri, sorrisi, cercando con gli occhi il rumore di un muletto, ma niente: “Dai guagliù, una mano ciascuno e ci passa la paura” sentii arrivare da qualche parte. Una mazzata esagerata! 

Terminammo di scaricare i cartoni alle 11 e mezza circa, dopo più di due ore di fatiche a tamburo battente. Ne ho fatto di sudate nella vita, ma quella rimane a pieno titolo tra le più incredibili. E guardandomi allo specchio, poco dopo, contavo dalla mia pure una discreta abbronzatura. 

Messa su la divisa, sbrigato un pranzo veloce durante il quale conobbi, oltre i miei compagni di sventura anche un po’ di altre persone del posto, a mezzogiorno e mezza avrei conosciuto la mia destinazione; mi affidarono alla brigata di don Pasquale, alla cerimonia per il battesimo Janniciello, 110 coperti nella “sala Palme”. Qui tenemmo il nostro briefing di pre-servizio. 

Don Pasquale era un tipo tranquillo, me ne aveva già parlato Simone che me lo dipingeva come una persona per bene, un padre di famiglia, che lavorava al comune e collaborava con la proprietà da quasi dieci anni; era, da quanto avessi capito, tra quelle persone che godevano di maggiore rispetto e fiducia nell’ambiente. “Guagliò, tu ti fai 12, 13, 14, 15, 16 e dai una mano a lei all’11; m’arraccumanno, non pensare solo ai fatti tuoi, qua più ci aiutiamo e prima finiamo. Chiaro?”. Furono le uniche parole che mi disse quel giorno, che in effetti mi rimbombarono in mente per tutto il servizio: tenevo 5 tavoli, che si rivelarono quasi 40 coperti, in più lontanissimo dalla cucina e pretendeva che dessi una mano pure alla ragazza con il tavolo dei bambini. Altro che tipo tranquillo, mi dissi. 

Il nostro servizio per fortuna andò avanti abbastanza spedito; in effetti, tenendo conto che iniziammo poco dopo le due del pomeriggio e che la nostra passava in cucina come l’ultima uscita rispetto alle altre 4 cerimonie di quel giorno, tra cui un matrimonio, non potemmo lamentarci di mettere fuori la torta appena poco dopo le otto di sera. Mi sentivo svuotato ma convinto di aver fatto un buon lavoro. Ma dopo una mezz’ora che dedicammo a mettere a posto la sala, don Pasquale ci venne a chiamare perché serviva una mano al matrimonio: i cantanti avevano finalmente terminato le loro esibizioni, così poteva finalmente uscire la torta ma bisognava ancora sbarazzare e pulire i tavoli dalla frutta. 

Eravamo affranti, stanchissimi. E dopo 12 ore di lavoro filato io stavo davvero male, tra l’altro m’erano venute due vesciche al piede destro che sentivo l’ira di Dio ad ogni passo. Ma non ne volle sapere, così lo seguimmo. 

Ci toccarono ancora due ore di lavoro, con la sorpresona della serata che rimandò ancora di un’ora il taglio della torta. Prima il siparietto di un giovanissimo Alessandro Siani¤ con i suoi sketch sguaiati ed irriverenti, regalo del fratello più piccolo di lei, e poi quello un po’ più preoccupante della madre dello sposo che, in preda ad una evidente crisi di nervi per lo scippo del figlio prediletto minacciava addirittura di buttarsi dalle scale non appena uscita sul patio.

Esibizioni esilaranti, scene grottesche, cui don Pasquale, al taglio della torta volle tuttavia mettere un cappello irreprensibile: “In alto i calici signori, che cento catene si possano spezzare ma non questo amore. Evviva gli sposi!”.

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: