Barbaresco, del Bric Balìn 2000 di Moccagatta

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L’azienda è, per gli annali, un piccolo gioiello langarolo, fondata in quel di Barbaresco, proprio sulla strada Rabajà, verso la prima metà degli anni cinquanta da Mario Minuto. Oggi a condurla ci sono i figli Francesco e Sergio nella doppia funzione di agronomi ed enologi.

Il Bric Balìn, da nebiùl in purezza, è tra i loro prodotti di punta, messo in bottiglia per la prima volta col millesimo ’85 e votato, sin da subito, a ricercare un nuovo modello di modernità per un vino, il Barbaresco, in quel momento stretto tenacemente nella morsa del tempo e di un mercato da sempre appannaggio esclusivo del più nobile vicino di casa Barolo. Un assaggio un tantino controverso questo appena passatomi nel bicchiere; non posso certo dire che mi sia dispiaciuto, però nemmeno che mi abbia entusiasmato particolarmente; in fin dei conti però l’esperienza si è rivelata comunque interessante, almeno sotto il punto di vista didattico. Si perché mi intrigava non poco l’idea della ricerca di un Barbaresco già in quell’epoca proiettato nel futuro, molto “moderno” visto anche l’utilizzo esclusivo di barriques – per altro sempre nuove ad ogni passaggio -; un vino dove nelle intenzioni si andava ricercando l’esaltazione del frutto piuttosto che le più complesse sensazioni eteree figlie di una terziarizzazione sempre troppo lontana da raggiungere di slancio. E a quanto pare, non attendibile.

Un Barbaresco, il Bric Balin 2000 dal colore rubino/granata con ancora evidente brillantezza e solo sottili nervature aranciate. Il primo naso è inizialmente balsamico, intriso di aromi intensi che sgomitano per primeggiare e che solo una giusta ossigenazione lascia esprimere in pieno; comunque puliti, franchi si direbbe: ecco (ancora!) quell’imponente corredo fruttato, ciliegia e prugna in confettura su tutti e quindi quel sottile quanto delizioso sottofondo di violetta. Col tempo si colgono distintamente anche note di tabacco e cacao, poi cuoio, liquirizia, pepe in grani. Il sorso è asciutto, dapprima un po’ eccessivamente spiritoso, poi fresco e ancora piacevolmente tannico. Chiude un tantino scomposto, ancora frutto e va bene, balsamico pure, ma sopra tutto una strana sensazione di granulosità che scorre il palato ad ogni sorso, come se vi fossero micro residui a stuzzicare, fastidiosamente, insistentemente le papille.

E’ necessario a questo punto un qualche assaggio di annate più recenti, per riuscire a coglierne eventuali passi in avanti della personalità, dello stile ricercato da Moccagatta con questo suo Barbaresco. O quantomeno per avere un prequel di quel che poi sarà tra dieci o vent’anni. Al momento invece, per dirla tutta, pare difficile avere contezza della longevità di questo vino dinanzi a una bottiglia che in appena dieci anni pare avere già assolto a tutti i suoi doveri. Ché non è proprio questo il limite del nuovo che avanza(va)?

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