Archive for the ‘in ITALIA’ Category

I Vini della Tenuta di Fiorano

31 maggio 2019

Il luogo è incantevole, situato a ridosso dell’Appia Antica e dell’aeroporto di Ciampino, i suoi vini perlomeno inaspettati, intrisi come sono di storia e più di qualche mistero ancora oggi, più che mai, parte delle gesta della nobile famiglia del Principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi.

Tutto nasce per volontà del Principe Alberico Boncompagni Ludovisi, personaggio tutt’ora avvolto da un non so ché di leggenda e mistero che tra gli anni ’40 e ’50, mosso da una personalissima grande passione per i vini bordolesi si mise in testa di farne qualcosa di verosimile proprio da queste parti, piantando, tra i primi in Italia, vigne di Cabernet Sauvignon, Merlot e Sémillon oltre che un po’ di Malvasia di Candia.

Per la verità gli annali raccontano che a Fiorano il vino si cominciò a produrlo già qualche anno prima, sin dal 1930, ma da varietali già diffusi in zona, l’area dei Castelli Romani è ad un tiro di schioppo da qui. Ma è nel primo dopoguerra che il Principe decide di fare sul serio, assai poco convinto dalla qualità dei vini prodotti sino ad allora, a tal punto da affidarsi all’enologo Giuseppe Palieri che sin da subito propose di innestare su buona parte delle viti della tenuta alcuni varietali bordolesi, il Cabernet e il Merlot per la parte dei rossi, il Sémillon per farne i bianchi, in uvaggio con la Malvasia locale a sua volta sostituita poi con un altro varietale d’oltralpe, il Viognier. E a dare maggiore slancio alla ”visione” del Principe contribuì di lì a poco anche un misconosciuto Tancredi Biondi Santi venuto da Montalcino, chiamato successivamente la morte di Palieri per dare continuità al progetto enologico avviato.  

Una storia che subisce un improvviso stop nel 1998, quando si decide, apparentemente senza spiegazioni, di spiantare quasi tutto il vigneto e fermare la produzione di vino. Le vicende famigliari, più o meno sussurrate, accompagnate da timidi rilanci e nuove cadute nell’anonimato non hanno granché chiarito le ragioni di tale incredibile destino tant’è che il lungo silenzio commerciale seguito, se da un lato ha contribuito ad alimentare la leggenda, dall’altro ha certamente fatto sparire dai radar questa piccola rarità italiana che invece da qualche tempo, è il 2004, prova a riappropriarsi della ribalta, sfoderando, in certe degustazioni di vecchie annate, dei veri e propri piccoli capolavori enologici.

Oggi la Tenuta di Fiorano conta ben 200 ettari di proprietà di cui buona parte destinati a vigneto, a uliveto, alberi da frutto ed altre colture tra le quali grano ed altri seminativi. Sono terreni caratterizzati da una forte matrice vulcanica, con substrati di pozzolane violacee e sedimenti di varia natura tra le quali polveri di eruzione e di trasporto. Abbiamo provato le annate più recenti delle quali, con piacere, lasciamo traccia.

Vdt Fiorano bianco 2016, da Grechetto e Viognier pari quantità. Viene lasciato sur lies in botti di rovere e di castagno da 10 ettolitri. Il colore è paglierino carico, il naso è subito fruttato di pesca bianca e nespola, poi un po’ più ampio, anche buccioso, balsamico, sa di fiori e macchia mediterranea. Al palato ha buona indole, potremmo dire morigerata nonostante il buon corpo e il tenore alcolico (14% vol.), ha sapore equilibrato e morbido, nessuna particolare velleità acida ma tanta sostanza, con un finale di bocca ”vivace” e ben sostenuto, minerale, piacevolmente sapido. Di quei bianchi sorprendenti che durante tutto un pasto rivelano ad ogni sorso qualche sfumatura di cui poter raccontare.

Vdt Fiorano rosso 2013, da uve Cabernet Sauvignon e Merlot. E’ prodotto generalmente per 2/3 da Cabernet e lasciato maturare in vecchi fusti di rovere di Slavonia da 10 ettolitri. Il Colore è di un rubino vivo ed intenso, non di quelli particolarmente concentrati. Il corredo aromatico rimanda quasi subito a note austere e sentori tostati, il lungo affinamento però non distragga da gradevoli sensazioni di piccoli frutti rossi e neri, ribes e mirtilli che lentamente si riappropriano del naso, aggiustandone il tiro, dipingendo così un quadro olfattivo interessante ed elegante. Nonostante l’annata non sia stata proprio di quelle a cinque stelle, il sorso è pieno, forse non di quelli che riempono la bocca ma è giustamente misurato, con tannino di grana finissima e un gradito ritorno di frutto sul finale di bocca che gli rende una beva godibilissima e fluente.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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L’ultimo Barolo della stagione

26 aprile 2019

Dovremmo forse imparare dai cugini francesi, con i quali siamo sempre lì a tirarcela in volata, quella straordinaria capacità di dare una sorta di ”stagionalità” a quello che in fondo una ”stagionalità” vera e propria non ce l’ha, come il consumo del vino. 

Barolo Serralunga 2015 Azienda Agricola Luigi Pira - foto L'Arcante

Prima, e molto più di noi, loro sono (stati) in grado di dare veramente un senso e un valore assoluto alle produzioni tipiche regionali e, nella ristorazione, a quella rotazione della cantina che suggerisce ai primi caldi primaverili di dare velocemente spazio ai vini bianchi e i rosati da mettere in rampa di lancio per l’estate davanti ai grandi vini rossi padroni assoluti delle tavole in autunno e in inverno; un modo di fare, vendere e comunicare il vino che in fondo è un po’ come dovrebbe avvenire in cucina, almeno in quelle nelle quali si voglia costruire sulla carta un’efficace impronta territoriale passando anzitutto dalla valorizzazione dei prodotti di stagione, vieppiù quando locali.

Senza necessariamente mettere le mani avanti, quello della ciclicità delle carte dei vini non vuole certo essere un dogma, magari un’opportunità, ci siamo così ritrovati davanti a questo che al momento pare essere l’ultimo Barolo dell’anno nel bicchiere che ci sentiamo in dovere di raccontarvi, annata duemilaquindici, di Luigi Pira, prodotto con le uve della vigna storica di famiglia di 1 ettaro provenienti dal cru di proprietà nel comune di Serralunga d’Alba.

Stiamo parlando di poco più di 6.000 bottiglie di un vino dalla forte personalità, classico e tutto da scoprire, dal colore granato con riflessi aranciati. E quanto sia canonico, paradigmatico lo si coglie anche al naso: si avvia quasi ermetico, eppure temerario e finissimo, se ne coglie appena il frutto, una lieve nuances floreale, poi terra e cuoio, quindi una sottile ma caratteristica speziatura che sembra addolcire l’attesa. Irrompe al palato, ha decisamente gran corpo, però è teso, dalla trama giustamente acida, con tannini puntuti e di buona persistenza. In questo momento ne cogliamo appena l’essenza, la piena gioventù, s’intuisce chiaramente però che ha tutta la vita davanti.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Comfort Wines, Lugana Campo Argilla 2017 I Campi

19 aprile 2019

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Lugana Campo Argilla 2017 I Campi - foto A. Di Costanzo

Questo che andiamo a raccontarvi non è certo un vino che segue le ultime tendenze che sembrano convergere sempre più su vini bianchi dalla verve per così dire ”acidina”, purtuttavia si tratta di una bella espressione di una tipologia, il Lugana, che ci ha tenuti ”attaccati” al bicchiere con grande piacere di beva.

Nasce da uve trebbiano provenienti dalla riva bresciana del Lago di Garda. E’ un vino franco e immediato, con un naso ben centrato, fruttato e floreale, caratterizzato da sensazioni di agrumi e fiori bianchi, cedro e  limonella. Il sorso è morbido, delicato e avvolgente, dal finale di bocca gradevole e ammiccante.

Dell’azienda veronese I Campi ne abbiamo già parlato in questo articolo¤ in occasione della degustazione del Soave Campo Vulcano. L’impressione è di trovarci nuovamente davanti ad un calice di vino pienamente rappresentativo della denominazione di appartenenza, gran merito va riconosciuto anzitutto al lavoro di selezione in vigna, alla profonda conoscenza del territorio¤ nonché per la maniacale attenzione a tutto il processo produttivo.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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