Archive for the ‘in ITALIA’ Category

Il mare sopra Pizzo e lo Zibibbo 2017 di Cantine Benvenuto Presidio Slow Food

13 dicembre 2018

Una vera sorpresa ritrovarsi dinanzi a questa (bella) bottiglia di Zibibbo prodotta con le uve provenienti dalle terrazze intorno al Lago di Angitola, una manciata di ettari di vigne a conduzione biologica situate nell’entroterra della costa calabrese a pochi chilometri dal mare di Pizzo Calabro, in provincia di Vibo Valentia.

Calabria igt Benvenuto 2017 Cantine Benvenuto - Foto L'Arcante

Un vino dalla storia particolare che vale la pena però approfondire, frattanto sappiamo che ha condotto alcuni pochi produttori ad impegnarsi a tal punto nella salvaguardia di queste terre e questa produzione tanto da farlo diventare un raro Presidio Slow Food, denominato Zibibbo di Pizzo.

Il primo tra questi a lavorarci seriamente è stato Giovanni Celeste Benvenuto, di origini calabresi ma nato e cresciuto in Abruzzo. Con una grande passione per il buon vino, appena ritornato in Calabria, dopo aver conseguito una laurea in Agraria, si è messo subito al lavoro per recuperare i pochi ettari di famiglia, una decina in tutto piantati a vigna e uliveto, per produrre vino di qualità puntando su alcune delle varietà tipiche del posto, tra le quali Greco Nero e Calabrese, ed altre tra cui anche lo Zibibbo. In Calabria lo Zibibbo sino ad allora veniva generalmente autorizzato solo come uva da tavola o al massimo per farne vino passito. Tra un ricorso e l’altro è stato lui il primo a poterne fare anche un vino secco, come del resto già avveniva da sempre in Sicilia.

Benvenuto 2017 è un bianco profumatissimo, inconfondibile per il suo tratto aromatico e spiazzante per il sorso secco e il corpo nerboruto. Va detto che a primo acchito non è un vino proprio semplice da abbinare a tavola ma vale la pena provarlo e raccontarlo, al naso diverte ed invita a giocare con i riconoscimenti (bergamotto, pesca, sandalo)  ogni sorso poi non lascia certo indifferenti, magari una struttura alcolica meno pronunciata – il duemiladiciassette ha 14% in etichetta! – potrebbe aiutarlo ad incontrare maggiore apprezzamento tant’è rimane una pietra miliare da salvaguardare e consegnare in mani davvero appassionate.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Messina, Faro 2015 Bonavita

12 dicembre 2018

I produttori di questa doc siciliana si contano perlopiù sulle dita di una mano, Giovanni Scarfone con i suoi 7 ettari di proprietà di cui due e mezzo vitati si è guadagnato negli ultimi 10 anni una posizione di primissimo livello con i suoi vini, annata dopo annata sempre precisi e pienamente espressivi del terroir messinese di provenienza.

L’areale del Faro doc si estende sulle colline e lungo le coste che si affacciano sullo Stretto di Messina, in un territorio ventilato, luminoso e particolarmente vocato per le varietà Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nocera prevalentemente utilizzate negli assemblaggi, alle quali eventualmente si possono aggiungere Nero d’Avola (Calabrese), Gaglioppo e Sangiovese, da soli o congiuntamente. I vini qui prodotti richiamano alla mente quelli del vicino comprensorio dell’Etna, sono forse talvolta meno profondi e complessi di questi ma hanno eleganza da vendere.

Il Faro di Bonavita viene fuori da una vigna ad alberello con alcuni ceppi che arrivano a 60 anni, piantata su suoli ricchi di argilla e tufi calcarei. Il vino matura generalmente per un anno e mezzo in tini troncoconici di rovere da 30 hl, poi una volta in bottiglia vi rimane almeno sei mesi prima di arrivare sul mercato.

Questo duemilaquindici è una gran bella versione, è stato davvero avvincente l’approccio al bicchiere poiché ci siamo ritrovati praticamente lanciati in una degustazione alla cieca e l’abbiamo colto quasi al primo colpo, così affascinante il colore, così franco e caratterizzato da toni scuri il naso, con sentori di prugna e nuances aromatiche di macchia mediterranea. E l’annata calda sembra non aver interferito in alcun modo con il taglio gustativo: il sorso è sottile e invitante, slanciato ed elegante, con un finale di bocca davvero saporito e appagante. Non una sorpresa, di grande soddisfazione!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Alto Adige Pinot Bianco Vorberg 2016 Terlan

8 dicembre 2018

Per gli appassionati della tipologia Vorberg è certamente un’etichetta di riferimento assoluto; un vino, quale che sia il millesimo che si va descrivendo, di sovente descritto come ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva” come se per i vini di Terlano non vi fosse mai possibilità di una benché minima curva di decadimento.

E’ quel che si dice ‘un vino di montagna’ il Pinot Bianco Riserva Vorberg¤ di Terlan. Le uve provengono tutte dalle vigne del versante meridionale del Monzoccolo, nel pieno del territorio DOC di Terlano, vigne piantate su clivi e terrazzamenti posti tra i 350 e 950 metri s.l.m., di età media tra i 20 e i 40 anni.

Il pinot bianco (o Weißburgunder) dà generalmente vini non subito amatissimi dal grande pubblico, talvolta un po’ troppo ‘verdi’, per non dire bruschi, asprigni quasi, ma il Vorberg gioca in un’altra categoria. L’impronta è tipicamente varietale ma la sostanza ci consegna un vino che tende ben oltre le prime avvisaglie di verticalità, il sorso pungente, la freschezza gustativa: vi è molto, molto di più nel bicchiere.

C’è infatti da dire che i vini di Terlano danno il loro meglio con un po’ di anni di maturità e questo duemilasedici ne offre parecchi di spunti in questa direzione. Se il primo sorso è infatti apparentemente scarno, perché baldanzoso e rinfrescante, il naso è subito variopinto, balsamico e gioviale ma il corredo aromatico pian piano si arricchisce anche di note fruttate di agrumi, sentori di miele e mandorla, pietra focaia, così il finale di bocca, che rimane estremamente piacevole ma ricco di energia, acidità, nerbo.

E’ insomma un vino che possiede grande personalità e lunghezza, non abbiamo dubbi che tra qualche anno ce lo ritroveremo sicuramente ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva”. E ne potremo ancora lasciare traccia a futura memoria.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Corno di Rosazzo, Collio Orientali del Friuli Verduzzo 2016 I Clivi

1 dicembre 2018

Siamo abituati a intendere il Verduzzo per quelle sue dolci e straordinarie espressioni passite, di sovente ci rappresenta vini finissimi, talvolta ricercatissimi se non rari, nettari che finiscono in piccole bottiglie che conservano dietro certe etichette memorie storiche di tradizioni, persone e territorialità.

Friuli Colli Orientali Verduzzo 2016 I Clivi - foto A. Di Costanzo

Merita altrettanta attenzione questa bottiglia de I Clivi, davvero sorprendente. Un Verduzzo però secco, un bianco dalla forte personalità molto interessante che a tavola, soprattutto con certi abbinamenti potrebbe darla a bere a molti e tenere alla dovuta distanza anche qualche etichetta delle più blasonate.

Siamo in un territorio di confine, a cavallo tra le colline di Udine e Gorizia, nel bel mezzo di quella sottile linea che attraversa e divide i Colli Orientali del Friuli dal Collio (Goriziano). Qui i terreni sono formati sostanzialmente da marne e rocce sedimentarie di origine marina, strati di argilla e frazioni calcaree, qui le radici delle viti vecchie di 60 e 80 anni tendono a scavare strati più profondi di queste marne contribuendo a donare alle uve, quindi ai vini, grande personalità e carattere.

Sono 12 gli ettari lavorati tutti a conduzione biologica certificata, piantati perlopiù a bianco con le varietà storiche di quest’area viticola: Ribolla, (Tocai) Friulano, Malvasia Istriana e, appunto, Verduzzo. Unica eccezione una manciata di filari di Merlot, varietà internazionale ma praticamente qui presente da sempre. Niente legno, tutti i vini vengono lavorati esclusivamente in acciaio prima di finire in bottiglia. Se ne fanno generalmente 50.000 bottiglie l’anno.

Dicevamo di un bianco sorprendente, lo è! Il colore è paglierino luminoso e cristallino, il naso offre subito l’idea precisa di vino che stiamo approcciando: è insolito, ampio e complesso, buccioso e balsamico, con rimandi dolci e sentori di erbette di montagna. Il sorso è invece secco, stimolante, assai fresco e sapido, sensazione minerale che ritroviamo ancor più evidente e avvolgente al secondo calice. Vino molto buono, inusitato e territoriale. Da provare assolutamente.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Chianti Classico Riserva 2013 Carpineto

28 novembre 2018

Siamo ancora capaci di stupirci davanti ad una bottiglia di Chianti Classico? Per la verità non sempre, diciamocelo, a meno che l’etichetta non sia di quelle ”sicure” e riconosciute. Era il 1967 quando Giovanni Carlo Sacchet ed Antonio Mario Zaccheo fondarono Carpineto a Dudda nei pressi di Greve in Chianti.

Non un’impresa da poco in quel tempo provare ad imporsi da temerari misconosciuti in un territorio con una storia vitivinicola così profonda e radicata a tradizioni familiari secolari, vieppiù se oltre alla volontà di affermarsi nel Chianti Classico l’intento dichiarato era di puntare anche ai vicini territori storici di Montepulciano e Montalcino. A distanza di cinquant’anni la sfida sembrerebbe più che vinta.

Molto buono il Chianti Classico Riserva duemilatredici, uno di quei rossi austeri e dal sapore moderatamente conservatore capace di infondere piacevolezza e al tempo stesso evocare l’essenza e la sostanza di certi luoghi che non ci si stancherebbe mai di camminare. Le uve, perlopiù Sangiovese e Canaiolo, provengono dalle terre dell’Appodiato di Dudda, in Greve in Chianti, 8 ettari che rappresentano solo una parte delle tenute storiche aziendali nell’areale chiantigiano. Appodiato*, all’epoca degli Stati Pontifici era definita una frazione del territorio comunale (facente capo a un villaggio) retta da un priore locale, o da un sindaco, che godeva di alcune piccole autonomie come per il comunello toscano e modenese, ente che scomparve definitivamente nel novembre 1859.

Duemilatredici dal colore rubino intenso, appena granato sull’unghia del vino nel bicchiere, ha un naso fine e invitante, viene da dire pienamente espressivo della tipologia, si colgono nitidi alcuni sentori tipicamente varietali, note fruttate e rimandi speziati: viola, lampone e amarena, lievi note di vaniglia. Il sorso è secco ma avvolgente, il tannino è vivido ma morbido, il finale di bocca è persistente, armonico e caldo, tutte caratteristiche queste che contribuiscono ad una bevuta piacevole e rassicurante.

* Credits Treccani.it

© L’Arcante – riproduzione riservata

Comfort Wines, ecco quattro grandi classici italiani da non perdere mai di vista

25 novembre 2018

Sono quattro grandi classici italiani, senza dubbio tra i comfort wines¤ di maggiore successo che non dovrebbero mai mancare nelle carte dei vini di Osterie, Wine Bar e Ristoranti. Valpolicella Ripasso, Rosso di Montalcino, Barbera d’Alba, Langhe Nebbiolo, di queste ecco alcune etichette imperdibili tra gli ultimi assaggi.

Valpolicella Ripassa Superiore Campo Ciotoli 2015 I Campi - foto L'Arcante

Valpolicella Ripasso Superiore Campo Ciotoli 2015 I Campi. Vi abbiamo raccontato qualcosina dell’azienda scrivendo del loro Soave Campo Vulcano¤, lasciamo così traccia anche di quest’altra etichetta secondo noi molto ben riuscita. Da uve Corvina e Corvinone in prevalenza, poi Rondinella e Croatina. Un grande classico da queste parti il Ripasso¤, vino di grande successo di cui un po’ si sono perse le tracce, il Campo Ciotoli 2015 di Flavio Prà ci è parsa una buona espressione dandoci l’impressione di trovarci davanti ad una bottiglia di spessore e ben fatta, dalla discreta personalità e caratterizzazione, con una buona intensità olfattiva, ampiezza dei profumi e tanta piacevolezza di beva, tutto quanto essenziale per i rossi della tipologia. Uno di quei vini ‘’da conversazione’’ che ogni Osteria e Wine Bar non dovrebbero mai farsi mancare in carta, da suggerire e sbicchierare su sformati di verdure e carne, timballi di pasta al forno, taglieri di salumi.

Rosso di Montalcino 2016 Baricci - foto A. Di Costanzo

Rosso di Montalcino 2016 Baricci. Non è proprio il nostro modello di Rosso di Montalcino che generalmente preferiamo meno corpulenti e tendenzialmente più acidi che tannici, ci rendiamo conto però che la buona annata, particolarmente ‘’ricca’’, ha reso la vita difficile un po’ a tutti da queste parti costringendo molti a fare i conti con un millesimo potente e vini sin dai primi assaggi pronti seppur un tantino ‘’carichi’’. Il duemilasedici di Baricci è un Rosso con tanta materia e senza dubbio lunga vita davanti. Ci è parso un vino polposo e gratificante, uno di quei rossi che riempiono la bocca, da spendere principalmente su arrosti impegnativi oppure in abbinamento a caroselli di formaggi a pasta dura¤ (anche erborinati) di lunga stagionatura.

Barbera d'Alba 2015 Rizzi - Foto A. Di Costanzo

Barbera d’Alba 2015 Rizzi. E’ di quelle bottiglie da non far mai mancare in casa, rosso dai profumi e sapori d’un tempo che fu eppure sempre contemporanei nonostante le mode e le fisime del momento. Esprime un bel colore rubino dalla chiara vivacità, ha un naso fruttato e lievemente speziato, richiama alla mente anzitutto sentori di piccoli frutti neri, mora, poi prugna, al palato il sorso è asciutto e vivace, piacevolmente caldo. Con l’autunno, quando le cucine soprattutto alla domenica si riempiono di profumi di carni al sugo o stufate in umido, ecco il vino da berci su.

Langhe Nebbiolo 2016 Giuseppe Cortese - Fptp A. Di Costanzo

Langhe Nebbiolo 2016 Giuseppe Cortese. I vini di Giuseppe Cortese sono sempre un buon affare per chi desidera avvicinarsi ai vini di Langa senza doversi per forza svenare con vari Barolo o Barbaresco, vini questi senz’altro prelibati ma che si sa hanno sempre bisogno di un po’ di anni di affinamento per esprimersi al meglio. E giovani Nebbiolo facili da bere se ne trovano diversi sul mercato anche se talvolta al di là della scritta in etichetta vi è davvero poco in bottiglia che sappia coniugare ed evocare quei territori nella maniera giusta ed originale. Ecco quindi tra le varie etichette raccomandabili una da non farsi scappare assolutamente. Un Nebbiolo di finissima fattura, proveniente dalle vigne più giovani dello storico cru di Barbaresco Rabajà, vino sottile e invitante, dal colore rubino aranciato e dal naso intriso di sensazioni floreali e fruttate, di rosa, arancia rossa e sottobosco, dal sapore asciutto ed efficace, appena astringente sul finale di bocca, davvero un bel vino da non farsi mancare in cantina. Polenta e salsiccia, Schiaffoni con la Genovese, Agnello al forno con patate.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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