A proposito dell’aglianico e del Taurasi

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È assai piacevole bere con Nando, con lui si aprono continuamente nuovi fronti di discussione interessanti. Non ultimo quello su quanto si stia gestendo male (secondo lui) l’anima più pura di uno dei più grandi vitigni italiani, l’aglianico, costantemente in balìa di pittoresche rappresentazioni ed interpretazioni ad uso e consumo di un mercato a dir poco strampalato (secondo me) e produttori sempre più confusi (secondo entrambi).

Nando Salemme, patron dell'Abraxas Osteria - foto A. Di Costanzo

La goccia (di vino) che ha fatto traboccare il vaso è stata versata sul confronto su due bottiglie 2008, un aglianico per così dire base ed un Taurasi, entrambe dello stesso produttore. Il primo vino, per quanto buono correva sul fil di lana: assai etereo, maturo, risoluto, buono ma praticamente arrivato. Il secondo, manco a dirlo, con ancora tanta strada da fare, succoso, balsamico, speziato, nerboruto: il grande rosso che ci aspettavamo insomma.

Fin qui tutto possibile se non per il fatto che il primo è ancora in listino (praticamente da tre anni) e proposto come vino d’annata, l’entry level per capirci. Scelta aziendale? Opinabile, o più semplicemente vino invenduto, con le annate successive vendute magari tutte o in parte sfuse per ovviare ai costi di gestione. Boh, però qui mi fermo perché le ragioni di una scelta del genere ha mille risvolti che poco interessano alla discussione. Almeno per ora.

Mi preoccupa, ci preoccupa invece, il fatto che in molti soprattutto tra i piccoli produttori irpini di cui ci siamo innamorati in questi anni stiano sistematicamente rinunciando a dare spazio ai loro vini base puntando quasi esclusivamente a fare vini ‘top gamma’ da lungo invecchiamento abbandonando un poco alla volta la produzione di aglianico destinato ad un consumo più immediato. Che tra l’altro è quello che maggiormente ha contribuito alla loro iniziale crescita economica nonché a conquistare appassionati e professionisti proprio come il nostro buon Nando.

Aggiungo il pericolo di un’omologazione verso il basso, invero già palpabile laddove non c’è quell’esperienza necessaria per gestire il vitigno ed il vino per una produzione proiettata nel tempo, evidenza ogni anno abbastanza palese nelle numerose degustazioni all’Anteprima Taurasi. Non ultimo lo smarrimento evidente che ci prende un po’ a tutti davanti a certi bicchieri dove a dominare dovrebbe essere l’uva, magari con l’anima, la scienza e la bravura di chi la lavora e non certo il tempo.

Abbiamo già assistito al fallimento istituzionale della genialata della Campi Taurasini che ha, d’un colpo, fatto lievitare il prezzo delle bottiglie dei secondi e terzi vini di alcuni produttori facendole praticamente scomparire dal mercato, un suicidio che unito alla crisi le ha letteralmente tagliate fuori dalle tavole soprattutto in quei locali dove meglio funzionavano, cioè Winebar ed Osterie tout court con una cucina all’altezza, posti ben frequentati da una clientela magari meno danarosa ma molto disponibile a lasciarsi consigliare. Insomma miei cari vignaioli irpini, su, un po’ più di coraggio, un’altro (secondo) aglianico è possibile!

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7 Risposte to “A proposito dell’aglianico e del Taurasi”

  1. Giuseppe cimmello Says:

    Mi disse una volta un grande produttore ‘ L ‘ aglianico è un vitigno simile a Bud Spencer , ma che non sarà mai Marcello Mastroiani ‘ .

  2. Angelo Di Costanzo Says:

    Ciononostante sa regalare gran belle bevute sin da giovane, se con giovane s’intende materia prima buona e con dodici diciotto mesi di affinamento ad hoc, momenti non necessariamente bevute indimenticabili ma identitarie e utili ad incuriosire l’avventore.

    In un territorio dove non esiste la diversità varietale che permette di diversificare la proposta rossista (come avviene ad esempio in Toscana e Piemonte giusto per dirne due) non si può pensare di mortificare quest’uva perché incapaci di vendere i vini per quelli che sono.

  3. Giuseppe cimmello Says:

    Ma Bud Spencer non è stato un cattivo attore , anzi . Ma Mastroianni è stato diretto da Eduardo , da Fellini e sono proprio questi personaggi che ci mancano .

  4. Sergio R. Says:

    Che vini erano?

  5. Pepe Ro Says:

    Nessuno lo scriverà mai a chiare lettere ma c’è un fenomeno un po’ particolare negli ultimi anni. Molti piccoli produttori preferiscono vendere le proprie uve che sono più redditizie in certe zone e comprare poi altrove dove costa meno vino e uva da mettere in bottiglia con la propria etichetta. Si è sempre fatto, ora più che mai…

  6. arturo Says:

    Condivisibile l’analisi sulla necessità delle seconde linee, certamente. Vorrei però far presente che al di là di limitatissimi giochi di assemblaggio, il secondo e terzo vino vengono progettati in vendemmia, altrimenti sarebbe un suicidio per la bevibilità a breve. In particolare per una tipologia entry level! Infatti, se da un lato si vuole un bel frutto, bisogna mediare con le durezze gustative che il SOMMO presenta…
    Avere il secondo vino è un’occasione per fare selezione e migliorare il primo (la panchina lunga aiuta ogni allenatore… ): se così non è, probabilmente dobbiamo diventare bravi a interpretare uno stile easy, anzi sicuramente!
    Mi dicono dal commerciale che purtroppo la campi taurasini, complice la crisi, non va bene; sembra che i consumatori si stanno stratificando come la nostra società dividendosi tra ricchi e poveri. Speriamo, se così sarà, che il vino di questa tipologia vada a migliorare l’entry level, non ad allungare il brodo ai piani alti.

    • Angelo Di Costanzo Says:

      Arturo la Campi Taurasini è stato un fallimento perché assolutamente incapaci di comunicarne il valore. Si è pensato solo ed esclusivamente a monetizzare.

      Le bizze del sommo le conosciamo bene, ma un secondo vino degno di questo nome è spesso un buon biglietto da visita proprio per superare di slancio lo spartiacque ( se uno fa un aglianico buono a 15 euro al ristorante, figuriamoci con 20/25 euro cosa dovrebbe saper offrire). Sono lentamente diminuite le produzioni di certi campioni del buon bere sacrificati per farne Taurasi poi comunque venduto a 7/10 euro franco cantina. E non proprio dei campionissimi!

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