Archive for the ‘FATTI, PERSONE’ Category

Comfort wines, most unwanted!

4 novembre 2018

Come per i Comfort Food ovvero quei cibi a cui ricorriamo per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici così vi sono i Comfort Wines, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, che riportano talvolta con malinconia ad un tempo che fu.

Message in a bottle - foto dal web

Senza scomodare i cugini francesi e lo Champagne, di cui tutti ma proprio tutti sono diventati connaisseurs raffinés e ghiotti consumatori a tutte le ore, ad ognuno le sue etichette del cuore: c’è chi punta dritto su vini corposi, morbidi e lussuosi come i Supertuscans oppure, rimanendo da quelle parti tra le province di Siena e Firenze, preferisce i toni più austeri garantiti da certi Chianti Classico o Brunello; c’è poi chi punta al Piemonte e ai suoi Barolo e Barbaresco, chi si affida invece al calore avvolgente del più classico degli Amarone e chi, in larga maggioranza e forse meno pretenziosi, s’accontenta e gode davanti al solito bicchiere di Ribolla, Soave, Verdicchio oppure di Barbera, Valpolicella, Morellino di Scansano che ne so di Piedirosso, oppure Aglianico, Primitivo, Nero d’Avola.

Vini, in particolare questi ultimi, che continuano ad essere tra i più consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con successo soprattutto al calice, sicuramente perché economici e percepiti come semplici, immediati, che non richiedono particolari attenzioni oppure conoscenze specifiche in materia di degustazione per essere spiegati e apprezzati sin dal primo sorso. E’ questa una mezza verità che andrebbe sicuramente indagata e spiegata meglio, eppure proprio questi vini sembrano quasi completamente spariti dai radar di chi beve, racconta, suggerisce il vino da cercare, comprare, bere. Perché?

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Il vino in pizzeria, ce ne faremo una buona ragione

27 ottobre 2018

Il successo della pizza è inarrestabile, negli ultimi 4/5 anni si è assistito ad un exploit incredibile che sembra portarsi dietro tra gli altri alcuni ”effetti collaterali” molto positivi, tra questi una crescita propulsiva del consumo consapevole del vino che in alcuni nuovi locali diviene addirittura protagonista assoluto scalzando per alto gradimento due storici abbinamenti come birra e cola.

L'Ortolana d'autunno dei F.lli Salvo - foto tratta dal web

L’Ortolana d’autunno dei F.lli Salvo

Si vanno così a delineare nuovi equilibri commerciali nel canale Ho.Re.Ca che nei prossimi anni promettono numeri ancora più importanti. A maggior ragione abbiamo assistito ad un fatto storico non trascurabile: il vino è riuscito dove non è riuscita la birra! Per anni infatti ci si è chiesto perché la birra, in particolar modo quella artigianale, facesse così fatica ad uscire da pub e pizzerie e ”scardinare” le resistenze della ristorazione di qualità, entrare cioè nelle carte dei ristoranti, fossero pure non necessariamente stellati. Ebbene, dopo vani tentativi, nonostante ingenti investimenti la loro presenza è rimasta timida e dimessa. Non è così per il vino in pizzeria che va invece molto forte, ritagliandosi sempre più spazio nonostante richieda investimenti considerevoli visto il più alto costo medio del prodotto, l’indispensabile formazione specifica del personale, una rotazione continua del capitale in cantina. 

Va detto per onestà che il vino in pizzeria c’è sempre stato, difficile smentirlo, vero è che non è mai stato così protagonista come pare diventarlo oggi. Tre anni fa se ne parlò approfonditamente nel libro di Francesco Aiello ”Sorbillo – la pizza di Napoli”¤ dove proprio il nostro Angelo Di Costanzo affrontò con attenzione e profondità l’argomento dell’abbinamento pizza e vino così concludendo: ”le scelte dell’abbinamento ideale vanno sempre studiate e misurate, e non buttate lì a caso giusto per compiacere o compiacersi”. Vino e pizza sono quindi da intendersi un’accoppiata vincente sempre, purché ragionata (!), non fosse altro per quel che rappresentano da un punto di vista storico, culturale e territoriale in Campania, in Italia e nel mondo.

Salvatore Salvo - foto tratta dal web

Salvatore Salvo nella Pizzeria alla Riviera di Chiaia

Anche per questo ci sentiamo quasi in dovere di evidenziare ed apprezzare il grande lavoro portato avanti da Francesco e Salvatore Salvo¤, senza dubbio tra i primi a dare impulso a questa sorta di nouvelle vague che quasi impone in pizzeria una visione diversa e più articolata sull’argomento. Un pensiero seminato e ben coltivato a San Giorgio a Cremano, nella loro prima storica sede ed oggi rilanciato con maggiore impulso nella nuova confortevole dimora di Palazzo Ischitella nel centro di Napoli, alla Riviera di Chiaia.

Un investimento importante che all’occhio più attento non sfugge, figlio di un duro lavoro di meditazione, analisi giuste, scelte oculate tese soprattutto a disinnescare la tentazione di strafare che è là, sempre in agguato pronta a trasformare un’intuizione acuta in un tentativo stucchevole e pretestuoso. Qui tutto ha un senso più compiuto perché cammina pari passo con la loro storia recente, la tradizione di famiglia, la ricerca continua su materie prime, qualità degli impasti, manualità artigianale di chi sta dietro al banco, davanti ai forni e nelle cucine e, non ultimo, in sala in mezzo alla gente. Ecco, così del vino in pizzeria ce ne faremo una buona ragione, tutta da godere.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Segnalazioni| Il vino raccontato ai tifosi

27 ottobre 2018

Il Napolista

Da qualche settimana sul giornale on line ilNapolista c’è una nuova rubrica ”Un Calciatore, Un vino” a nostra firma; proviamo a raccontare il vino buono, quello autentico e che ha qualcosa da dire, ai tifosi del pallone.

Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno. Se vi va, seguiteci¤!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il (tuo) vino tra web, social, Influencer

18 ottobre 2018

Vi è una sovrabbondanza di personaggi che vanno peregrinando con velleità da influencer del vino a destra e a manca. Non sono (tutti) giornalisti, né wine blogger, ché tra questi gli scappati di casa si conoscono ormai tutti e sono riconoscibili ad occhi chiusi.

Sapevamo che tecnicamente è influencer quella persona in grado di influenzare scelte d’acquisto, politiche o decisionali di altre persone; gode, pertanto, nella vita reale o in quella virtuale, di autorevolezza ed è riconosciuta come esperta di un determinato argomento.

Queste sono invece generalmente persone che si fanno notare per il loro comportamento singolare, che raccontano come originale e bizzarro e per questo si ritengono seguitissimi. Hanno di solito frequentato o appena terminato qualche livello di corso per sommelier – che mettono ben inciso nel loro profilo -, hanno meno di trent’anni ma si sentono decisamente dei millennials, tendono infatti a mescolarsi tra loro, pare per distinguersi. Mah…

Godono certamente di bella presenza, magari hanno quattro soldi e li spendono tutti per vanità, non hanno problemi a mostrarsi sui loro profili social eleganti, piene di fascino sino all’ammiccante quando indossano certi abitini succinti, oppure aggressive e fatale, a seconda della bottiglia di vino che indossano e che mostrano alla stessa stregua dell’ultima giacca prêt-à-porter duemiladiciassette, di una borsetta griffata, un monile di bigiotteria. Bottiglia rigorosamente tappata. Con giusto tre quattro parole copiate ed incollate dal sito web dell’azienda che gliele ha fornite.

Il vino è senza dubbio altro. Senza scomodare Soldati¤ o Veronelli¤, in una bottiglia c’è la storia di una terra, della sua uva, di coloro i quali ci faticano per raccontarceli. Ci sono anni di duro lavoro, talvolta 10, 50 e passa vendemmie (!), pensieri e patemi, fallimenti e successi. Ci sono insomma emozioni che certi bicchieri di vino non bastano, figuriamoci un selfie. Mi fa rabbrividire solo il pensiero che tutto questo possa sentire il bisogno di questo (nuovo) modo di comunicare, fosse solo anche l’ultimo dei tentativi rimasti per rendere il vino ed il suo consumo più popolare e consapevole.

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Limoni amari igp

29 settembre 2018

L’allarme è stato lanciato da tempo e molte autorevoli voci ne hanno ripreso le grida cercando di capire le ragioni del sistematico abbandono delle colture con l’intento di spronare e aiutare a confrontarsi per trovare delle soluzioni, una via condivisa per la salvaguardia non solo di un comparto economico ormai in piena crisi ma di un territorio che rischia molto di più di qualche conto corrente in rosso!

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Limoneti in Costa d’Amalfi

Il progressivo abbandono dei limoneti, in particolar modo dei terrazzamenti più fitti e scoscesi comporta sostanzialmente il crollo dei muretti a secco alimentando così il rischio di frane che soprattutto in certi angoli della Costiera Amalfitana può risultare fatale soprattutto durante il lungo inverno con il rischio che pioggia e fango possano avere effetti devastanti per alcune località in particolare.

Le ragioni sono presto spiegate: molti degli agricoltori locali hanno ormai raggiunto un’età media di 60/65 anni e non vi è traccia del tanto agognato ricambio generazionale, ciò non favorisce certo una visione prospettica positiva. I giovani si sa preferiscono andare via in cerca di fortuna e chi resta, per mille ragioni, pare accontentarsi di lavorare nel turismo o nella ristorazione, anche solo come stagionale pur di non levare le tende. A questo, come si è detto, vi si aggiungono tutte le difficoltà evidenti del comparto che di certo non aiutano: il commercio dei limoni è diventato sempre più difficile, depredato del suo valore di autenticità di territorio ed origine a favore delle numerose varietà importate da altre nazioni e per giunta a molto meno.

A conti fatti ”Sfusato di Amalfi¤” e ”Limoni di Sorrento¤” rischiano seriamente di rimanere piacevoli rimandi letterari e nient’altro, tutto infatti sembra prendere un sapore decisamente amaro!

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Quel che resta non siano briciole

30 dicembre 2016

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L’intuizione, la creatività, il talento, l’arte di un grande Chef non puoi certo delegarla, un suo piatto però sì. Vi sono mille ragioni per discuterne per giorni, eppure, a pensarci bene, è già così da sempre, in particolar modo nelle cucine cosiddette d’autore o più semplicemente gurmé.

Per contro, il talento, la passione, la personalità, l’arte dell’accoglienza di un Cameriere o di un Sommelier di quelli bravi no, resta affare un tantino più difficile e complesso: in certi casi, quando lui non c’è in sala, si vede e come.

Un mestiere quello di stare in sala in chiara difficoltà, provato da molteplici fattori, la fretta del nostro tempo anzitutto che non concede tregua alcuna. Così siamo profondamente in ritardo e non c’è ricambio generazionale da aspettare. Un mestiere, questo, su cui bisogna tornare ad investire soprattutto del tempo, più che le chiacchiere di molti.

In mezzo al dibattito l’Italia degli ormai mille e più cronisti del gusto, o del food, come amano definirsi ultimamente. Il nostro è un paese dal destino segnato: oltre a Santi, Poeti e Navigatori finirà per avere più cronisti enogastronomici che ristoranti e vini da raccontare. Certo prima o poi il buffet finirà, qualcuno avrà già in serbo un nuovo indirizzo a cui fare visita qualcun altro saprà riadattarsi, campo ce n’è e vi è sempre il mestiere di allenatore che più o meno, è risaputo, è alla portata di tutti. In fondo uno che ti paga per farlo lo trovi sempre [cit.].

L’auspicio è che quel che resta non siano solo briciole, anche perché pure quelle sembra che nessuno più le voglia levare.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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