L’eau de roche, o più semplicemente Champagne d’autore. La più bella bevuta dopo il week-end

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Ci sono bevute che rimangono ben fisse nella memoria. E poi le bottiglie, quelle che Anselme Selosse vuole fatte con “eau de roche” – “acqua di roccia”, da ricordare per sempre. Con chi le fa, quei luoghi, le storie che raccontano. E poi ci sono altre persone, quelle con le quali le vivi certe esperienze, che contribuiscono a farne momenti definitivamente indimenticabili. Così viene una delle più belle esperienze degli ultimi tempi, fatta con tanti amici del cuore e guidati da uno dei massimi esperti sull’argomento, Pepi Mongiardino.

Philipponnat Réserve Spéciale Brut 1983Négociant/Manipulant*Mareuil-sur-Aÿ. Una di quelle bottiglie che ti fanno fare pace con il tempo. Avevo appena otto anni nell’83 e, di lì a poco, mi sarei già perso qualcosa di straordinario. Venne prodotto con in larga parte pinot noir di Aÿ e Mareuil-sur-Aÿ e un saldo del 30% di chardonnay della Côte des Blancs; oggi, dopo quasi tent’anni, ha un colore che è oro colato e un naso che è una porta a oriente. Il sorso conserva ancora tanta buona freschezza, e un guizzo minerale importante e lungo. Meravigliosamente maturo.

Philipponnat Royale Réserve Non Dosé. 30-35% chardonnay, 40-50% pinot noir e 15-25% pinot meunier. Tecnicamente è una cuvée Première di uve Premier e Grand Cru; senza girarci troppo intorno invece, è una di quelle bottiglie che in due finisce in men che non si dica. Appena versato regala una spuma molto densa, ha un colore paglierino tenue e un naso piuttosto avvenente centrato sull’esotico e note agrumate (cedro, chinotto, kumquat). In bocca è asciutto, di buon corpo e gradevolmente citrino. 

Gaston Chiquet Millésime Or Premier Cru 2003 – Récoltant/Manipulant*Dizy. Cuvée composta per il 40% da chardonnay e 60% da pinot noir dalle vigne di Hautvillers, Dizy e Mareuil-sur-Aÿ. E’ lo Champagne per chi ama bulles decise, grasse, con un timbro più da vino a tutto pasto che per allietare il palato ad inizio corsa. Ha colore oro antico, il naso è tra i più ricchi e complessi della batteria: frutta secca, pane tostato, nocciola, burro fuso. Il sorso è avvolgente, con poche spigolature, si distende morbido e rimane lungamente persistente. Bisogna amarlo. 

Jacques Selosse Initial Grand Cru Blanc des Blancs Brut – Récoltant/ManipulantAvize. 100% chardonnay. Il primo fuoriclasse della batteria, fermo restando le splendide impressioni della Réserve Spéciale ’83 di Philipponnat. E’ generalmente composto da tre annate successive che fanno elevage sui lieviti in bottiglia per almeno 2 anni e mezzo, durante i quali le bottiglie vengono spostate e nuovamente accatastate in cantina, due volte, favorendo così la rimessa in sospensione dei lieviti. Il colore è di uno splendido paglierino brillante, le bulles sono fini e assai persistenti. Il naso è variopinto, parecchio balsamico ma ciò che conquista di questo vino è il sorso, tremendamente minerale, lungo, dritto, sgraziato, tale da regalare un bicchiere sempre diverso dal precedente. Una escalation piacevolissima. 

David Léclapart  L’Apotre Premier Cru Blanc des Blancs Extra Brut – Récoltant/ManipulantTrépail. Léclapart è uno di quelli che ha saputo cogliere dal fenomeno biodinamica tutto il meglio possibile. L’Apotre viene fuori da una piccola e unica vigna di chardonnay con piante vecchie oltre 50 anni. Conserva tutto il carattere varietale innescato da una esecuzione magistrale: splendido il colore paglierino, brillante, ha naso fitto, burroso, intriso di richiami agrumati e di spezie dolci. Lo caratterizza una piacevolissima sapidità e grande bevibilità.

Jérome Prévost La Closerie Les Béguines Blanc des Noirs Extra Brut Récoltant/ManipulantGueux. Uno degli allievi di Anselme Selosse. Les Béguines colpisce immediatamente per la sua finissima complessità, anzitutto al naso, dove si coglie subito l’ottimo lavoro col legno su uno Champagne 100% pinot meunier quasi sempre di non facile lettura. Solo il sorso è un po’ in ritardo, un tantino scomposto, forse un po’ duro rispetto all’armonia che anticipa un naso così quadrato. Una di quelle bottiglie da saper aspettare, o da prendere così com’è. 

Philipponnat Royale Réserve Millésimée ’99. 70% pinot noir da Aÿ e Mareuil-sur-Aÿ e 30% chardonnay della Côte des Blancs. Ha dalla sua tanta voluttà ed una certa struttura, d’altronde con un uvaggio del genere non potrebbe essere altrimenti. Il colore è tra i più maturi della batteria subito dopo l’Or di Chiquet. Il naso offre immediatamente tanti spunti, ha buona materia e si sente subito: è ampio, maturo, con al centro frutta gialla, camomilla, zenzero, e cedro candito. Il sorso è sapido, di corpo, quasi grasso se non fosse per una sferzata citrina che arriva proprio in chiusura di bocca. Una di quelle bottiglie da mangiarci su persino degli arrosti. 

Fernand Thill Grand Cru Brut RoséRécoltant/ManipulantVerzy. Marie Thérèse Thill è una delle poche donne in Champagne immerse completamente con le mani in pasta. Questo suo rosé è composto con il 90% di chardonnay e un 10% pinot noir di Bouzy. Colpisce il colore, ciliegioso, quasi da saignée. Il naso infatti è caratterizzato soprattutto da questo corredo di piccoli frutti rossi e neri tipico proprio degli Champagne rosé prodotti in questa maniera. In bocca però sparisce troppo in fretta, il ché se da un lato gli dona grande bevibilità, per contro non conferma l’avvenenza del naso che induce a pensare ad un quadro organolettico, nel complesso, di maggior respiro. Rimane però un buon sorso d’ouverture. 

Egly-Ouriet Grand Cru Brut Rosé – Récoltant/ManipulantAmbonnay. 65% pinot noir, vinificato in legno per il 40% di cui il 10% composto da vini base della Coteaux Champenois e 35% chardonnay. Francis Egly rimane per me un riferimento assoluto, ha dalla sua una straordinaria capacità, quella di saper leggere, in prospettiva, ognuna delle sfumature dei vini che gli vengono ad ogni vendemmia. Della diversità infatti, ne fa un tratto imprescindibile della sua opera di chef de cave. E il suo Grand Cru Rosé è il suo manifesto. I vini base vanno a fermentazione naturalmente, senza lieviti aggiunti (si utilizzano solo lieviti indigeni) e la messa in bottiglia avviene senza filtraggio né collaggio*, con un dosage di appena 2 g/l. Il colore è un po’ più luminoso del ramato, il naso è un trionfo di fiori e frutti rossi, il sorso poi è disincantato, vinoso, avvolto dalla sapidità e dalla persistenza del frutto.

Prodotti distribuiti in Italia da Moon Import.

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Récoltant/Manipulant, in etichetta RM: indica un produttore che possiede vigneti e che produce Champagne con il proprio raccolto. Per legge è possible acquistare un massimo del 5 per cento di uve da terze parti.

Négociant/Manipulant, in etichetta NM: indica un produttore di champagne che compra uve di altri e le assembla per elaborare e commercializzare il vino; si tratta in generale di Champagne pregiati, prodotti soprattutti dalle case dai nomi più famosi.

Collaggio: Pratica enologica di chiarificazione e stabilizzazione del vino mediante l’uso di additivi. Così facendo, le particelle sospese vengono portate sul fondo del recipiente. Il collaggio permette anche di ammorbidire i vini liberandoli dalle sostanze polifenoliche molto astringenti.

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3 Risposte to “L’eau de roche, o più semplicemente Champagne d’autore. La più bella bevuta dopo il week-end”

  1. A Natale e Capodanno, bollicine buone buone « L’ A r c a n t e Says:

    […] tradotte spesso, più semplicisticamente, come metodo classico e basta. Difficile pensare allo Champagne come termine generico di bollicine francesi piuttosto che icona di una specifica area viticola […]

  2. Vini che servono a Natale « L’ A r c a n t e Says:

    […] mai questo il momento indicato per tirare il collo ai “gioielli di famiglia”. Per lo Champagne¤ sto ancora a […]

  3. Epernay, Blanc de Blancs 1er cru ’05 Mandois « L’ A r c a n t e Says:

    […] bollicina per stasera? Leggi anche qui¤, o […]

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