Saint-Emilion, Chateau Pavie Macquin 2004

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Chateau Pavie-Macquin è un premier grand cru classé (B) di Saint-Emilion. I 15 ettari della proprietà sono tutti collocati sul pianoro più alto di Saint-Emilion. Che poi parlare di altitudine sembra quasi irriverente se pensiamo di trovarci a circa 75/100 metri s. l. m..

Saint-Emilion 2004 Chateau Pavie-Macquin - foto L'Arcante

Devo essere sincero: Bordeaux mi manca. Nel senso che sono ormai cinque/sei anni che cerco di provarmeli tutti quelli che mi passano tra le mani. Ma non è abbastanza. Una mia idea per la verità me la sono pure fatta, sembrerà banale ma è così: grandi vini ce ne sono ma bisogna spendere cifre importanti per poter godere di una ‘grande esperienza’. Tuttavia non mancano belle sorprese come certi cru bourgeois e secondi e terzi vini poco conosciuti; ma bisogna starci dietro assiduamente e più che in altri casi nel mondo fare bene attenzione alle annate in circolazione. Buoni e cattivi non ne mancano mai.

Non posso dire di esserne rimasto rapito ma questo 2004 mi è sicuramente piaciuto. Ho letto un po’ di cose di Albert Macquin, il fondatore dello Chateau, un vero pioniere cui in molti riconoscono un ruolo importante nel rilancio di Bordeaux devastata dalla Fillossera. Come delle tante difficoltà che non ha mai consentito a Pavie-Macquin di esprimere grandi vini prima del 1998, quando, con l’avvento della nuova proprietà, oggi in mano a Benoit e Bruno Corre e Marie-Jacques Charpentier, si è cominciato a cambiare registro e farsi notare un poco di più.

Di Bordeaux, e più in generale della Francia, mi ha sempre affascinato enormemente quanto siano capaci di esaltare al massimo il concetto di terroir che viene prima dell’uva e della stessa idea di vino che si vuole realizzare. Un terroir qui complesso più che mai: dalle precipitazioni che sembrano cambiare di metro in metro alle particolari condizioni colturali; nella sola proprietà di Chateau Pavie-Macquin si contano 9 diversi tipi di terreno per la maggior parte caratterizzato da argilla e calcare. Così si è piantato più merlot (80%) che cabernet franc (18%) e cabernet sauvignon (appena il 2%).

Il colore di questo duemilaquattro è nerastro, profondo, intransigente. Il naso si lascia attendere un po’, al primo approccio non è proprio pulito, quasi idrocarburico ma di buona complessità: tira fuori sentori di frutta rossa matura e sotto spirito (è netto il cassis), erbette, pepe nero ma anche tabacco bagnato, liquirizia. Il sorso è vellutato, centrale, appena caldo con un buonissimo ritorno fruttato sul finale. Tutto sommato se li porta davvero bene i suoi quasi 10 anni. Una buona bottiglia di quelle da mettere tra gli assaggi dell’anno da ricordare.

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