Napoli, Città del Gusto: spunti e riflessioni a margine del Galà del vino Campano

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“Non è una fortuna da poco quella di potersi occupare professionalmente (o almeno provarci) della propria principale passione. Nel mio caso è un vero e proprio privilegio al quadrato, perchè mi viene data la possibilità di raccontare storie e bottiglie che nascono nella mia regione, quella Campania che vive nel presente un’avventura elettrizzante almeno quanto affascinanti sono le sue radici millenarie. Perchè al netto di ogni retorica e nella maniera più asciutta possibile, non c’è dubbio che la Terra Felix celebrata da Plinio e Tito Livio sia oggi uno dei laboratori a più alto indice di dinamismo e gradimento nel panorama vitienologico italiano”.

Così Paolo De Cristofaro, responsabile Campania del Gambero Rosso, ci ha presentato il Galà del vino campano andato in scena alla Città del Gusto di Napoli. Così ha introdotto la conferenza stampa, devo dire una delle poche alle quali abbia partecipato con grande piacere e con aspettative puntualmente tutte rispettate, davvero interessante e con spunti di confronto e riflessione da non perdere di vista. Tra i relatori, oltre a Luigi Salerno, direttore generale di GRH intervenuto per un saluto formale, non ha fatto mancare il suo apporto Daniele Cernilli, da sempre deus ex machina di tutto l’ambaradàn Gambero. Con loro, in rappresentanza delle varie anime consortili della regione Nicola Venditti, Michele Farro, Salvatore (Tani) Avallone nonchè Carlo Flamini direttore del Corriere Vinicolo, intervenuto anche per nome e per conto del presidente dell’Unione Italiana Vini Lucio Mastroberardino. Assenti, come quasi sempre avviene in momenti di confronto intelligente e costruttivo, pur essendo state invitate per tempo, le istituzioni, impegnate come conviene far sapere in questi casi, in impegni inderogabili.

Cernilli ci ha tenuto a sottolineare come ancora una volta il lavoro della guida del Gambero sia da prendere in seria considerazione come uno strumento di profonda analisi, in questo caso riferito specificatamente alla Campania, dei cambiamenti e della evoluzione in corso nel mondo del vino. “Qualcuno ci ha tenuto a evidenziare, non poco, come alla base di una guida ai vini rispettabile, oltre alla valutazione dei campioni, sia imprenscindibile visitare le cantine, conoscere i luoghi, le persone: bene, noi del Gambero lo facciamo da ben 24 edizioni, altri hanno appena iniziato a farlo”. Capito l’antifona? Ci consegna poi alcuni dati significativi, come già anticipato da De Cristofaro, di una Campania in gran fermento: sono circa 210 le aziende che hanno partecipato alle selezioni per la guida 2011, di cui solo 102 vi hanno avuto accesso, ben 1019 i vini degustati con 53 entrati a pieno diritto nelle finali da cui sono stati estrapolati i 19 premiati con il prezioso “tre bicchieri“.

Molto interessante, seppur a tratti poco chiaro, l’intervento di Carlo Flamini. Piuttosto lucida mi è apparsa la disamina sulla situazione critica delle istituzioni regionali, che continuano a latitare da impegni assunti nonostante l’urgenza di un intervento riorganizzativo in materia vino ormai imprenscindibile. Bene anche lo sprone indirizzato sprattutto ai consorzi di migliorare e crescere in bene visto che in altre regioni, non certo più vocate della Campania, alcune buone cose sono venute proprio dal comparto consortile (vedi Alto Adige, ndr); Meno efficace invece, secondo mio modesto parere, l’intervento in merito al confronto Campania-Veneto quale viatico di riflessione sulla qualità del brand, dove l’utile punto di vista sulla migliore capacità di concretizzare le risorse e le opportunità offerte dal mercato, certamente a vantaggio dei padani, non trova riscontro sul fatto storico e numerico, visto che da un lato c’è una regione, la nostra, che pur con tutti i limiti ha teso fortemente a specializzarsi sui vitigni autoctoni invece che dare campo libero ai vitigni internazionali, cosa questa assai in voga per le terre a nord del Po, soprattutto in quelle aree a vocazione zero, e ciò è servito non poco, a rimanere in prima linea per esempio sul mercato del vino all’estero, dove i vini veneti occupano 1/3 dell’export italiano (!). Inoltre, la stessa, ha numeri da paura in fatto di produzione, che la pongono costantemente ai primi posti in Italia per volumi, e con, tra i tanti, un vino come “il prosecco” a far da traino praticamente a tutto il comparto enoico regionale.

Molto utili alla dissertazione degli argomenti gli interventi di alcuni produttori profondamente impegnati, ognuno nella propria realtà, nella salvaguardia del buon nome della viticoltura campana. Nicola Venditti per esempio, ci ha tenuto col fiato sospeso per tutto il suo intervento, loquace ma quanto mai efficace, soprattutto nel chiarire alcuni luoghi comuni che vogliono il Sannio-Beneventano un luogo dimenticato da Dio. Produttore di larghe vedute e finissime intuizioni, Nicola era però in rappresentanza del Consorzio di Tutela Samnium, laddove si sta lavorando alacremente per ottenere l’abrogazione di ben quattro denominazioni a favore dell’istituzione di un’unica doc “Sannio” ricadente su tutto il territorio così favorendo invece la nascita di due sole docg di riferimento per  l’Aglianico del Taburno e la Falanghina del Sannio, per rendere più facile l’indentificazione territoriale da parte del consumatore e allo stesso tempo salvaguardare le peculiarità di questi due vitigni sì presenti in tutta la Campania ma qui nettamente distinguibili dalle altre espressioni regionali. La sferzata di Michele Farro, presidente del Consorzio di Tutela vini Campi Flegrei, ha in seno il sapore dolce di un’animo ancora in lotta e tutto l’amaro della constatazione, ben ha fatto a sottolinearlo, “che quando è indispensabile, come nel caso di una vetrina come questa messa a disposizione dal Gambero Rosso, che le istituzioni siano presenti per un confronto aperto e chiaro, si preferisce latitare, vanificando l’impegno di chi strenuamente cerca di trovare una via di uscita da una crisi senza fine”. A conferma che un territorio come quello flegreo, pur affermandosi sempre più da un punto di vista enologico per le grandi qualità dei suoi vini, soffre oltremodo di una insistente mancanza di istituzioni capaci di agire seriamente al fine di uno sviluppo integrato del settore agricolo in sintonia con un territorio dalle risorse archelogiche, turistiche, ambientali ineguagliabili eppure sistematicamente abbandonate a se stesse. Sulla stessa linea di principio si è mosso anche Tani Avallone, storico produttore di Falerno del Massico, che non lo manda certo a dire: “[…] e seppur in provincia di Caserta non esista crisi di mercato dell’uva, poichè chi produce è quasi sempre esso stesso vignaiolo, non ci si può esimere dal constatare l’assoluta inadeguatezza degli enti preposti, e dove  esistano progetti, come l’istituo regionale della vite e del vino, tutto viene lasciato giacere in un desolante silenzio di intenti e di vedute!” 

Ecco, mi piacerebbe che gli eventi legati al vino, di tanto in tanto, non sempre, riuscissero a mostrare del mondo del vino anche questo aspetto, di certo non secondario, in un ambiente troppo spesso raccontato e rappresentato come luogo ideale per lo struscio d’autore, la passerella edotta a cui tra l’altro molti non riescono proprio a negare la propria presenza. Bene, forse anche per questo mi è piaciuto – molto – incontrare in questa occasione tante persone non note, ma anche amici vecchi e nuovi che non vedevo, vista la mia poca frequentazione dei salotti, da molto, moltissimo tempo!

A Paolo De Cristofaro, e a tutta la sua ciurma, i miei più sentiti complimenti per un evento a dir poco centrato e non di meno, funzionale!

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6 Risposte to “Napoli, Città del Gusto: spunti e riflessioni a margine del Galà del vino Campano”

  1. patrizia Says:

    come sempre i suoi articoli, in maniera dotta e sintetica, riescono ad esprimere al meglio quelli che sono i grandi problemi del nostro settore.Sono una piccolissima produttrice di vino operante in una delle zone più belle e degradate della nostra amata regione dove le istituzioni, non solo latitano ma molto spesso ,ostacolano
    le poche iniziative private messe in atto da imprenditori coraggiosi ,come la sottoscritta, che con il loro contributo, sia in termini di risorse fisiche che economiche, cercano di salvare, salvaguardare e promuovere un territorio , utilizzando il vino come elemento trainante.
    Riguardo alla guida: molto bella, un pochino descrittiva… dovrebbe esserlo molto di più! Più descrizioni ed informazioni e meno numeri!
    Più visite in azienda (non solo nelle grandi ma anche nelle microscopiche realtà…come la mia!).Comunque, approfitto per ringraziare la commissione di degustazione del gambero rosso per aver voluto attribuire al mio vino 2 bicchieri neri:-)

    • Angelo Di Costanzo Says:

      Salve Patrizia, è questo l’handicap che purtroppo ci constringe ogni giorno a fare i conti con la nostra realtà. Io stesso, dopo 8 duri anni di lavoro specializzato mi sono visto di fronte ad una scelta improrogabile a causa di una molteplicità di fattori appartenenti (non) solo alla mia terra. Ma va bene così, ovvero no, bisogna comunque continuare a lottare.

      Sulla guida non posso esprimermi, ma solo perchè non ho avuto ancora modo di sfogliarla. In verità io stesso non posso certo definirmi un fan delle guide, tutt’altro. Una cosa però è certa, rimangono un attento report di analisi da non sottovalutare, soprattutto in momento di grande evoluzione (in Campania innanzitutto), qualunque essa sia, purchè fatta bene. Come al solito chi decide sulla qualità del prodotto rimane sempre il lettore/consumatore.

      Un saluto, Angelo.

  2. Carlo Flamini Says:

    Caro Di Costanzo,
    volevo tornare sul punto del confronto con il Veneto, che a causa della velocità dell’intervento e della mia scarsa abitudine a presenziare in occasioni pubbliche probabilmente è stato esposto in maniera troppo concisa: il punto è, date le differenti scelte di tipologia di offerta (veneto 80% do-ig, campania al contrario, con una produzione 4 volte inferiore), si contano lo stesso numero di igt (19) e un pressochè ugual numero di do. La cosa è singolare, e dimostra come negli anni in Campania, invece di puntare alla costruzione di un forte brand regionale – cosa ancor più necessaria rispetto al veneto dove le do sono corazzate e possono andare per conto loro – si sia perso tempo a costruire do-ig minuscole e che per di più non hanno nessun riscontro di mercato, in quanto non rivendicate nei fatti da nessuno; il fatto di avere una piattaforma sbilanciata sui vini generici senza aggancio territoriale ha reso oggi la regione più vulnerabile di altre alla crisi. Il mio invito era quello di fare piazza pulita di ciò che non serve (Venditti sembra aver accolto), di concentrarsi su poche ed efficienti denominazioni da “raccontare” in un contesto di brand territoriale forte come quello della Campania, su cui concentrare gli sforzi congiunti pubblico-privato. A presto, con stima

  3. Angelo Di Costanzo Says:

    Buongiorno Carlo,
    la ringrazio innanzitutto per l’intervento, la precisazione non può che fare chiarezza, ma i miei dubbi, più che sulla scarsa capacità del legislatore campano, partono dalla sua decisione di confrontare dati statistici ineccepibili con una constatazione, palese, di un particolare virtuosismo tutto padano scatenatosi in particolar modo negli ultimi tempi (mi permetto di linkare dal blog di Franco Ziliani (http://vinoalvino.org/blog/2010/09/tre-nuove-docg-per-il-veneto-malanotte-ma-la-notte-ma-la-notte%e2%80%a6-no.html) che non è certo espressione di particolare vocazione qualitativa di vini o territori ma piuttosto di una rincorsa alla (ri)qualificazione – politica – sfruttandone il momento di maggior predominio di potere decisionale in materia. Ecco, con questo presupposto, sono diffidente sul rapportare la nostra regione – sarò campanilista? non c’è dubbio – proprio con il Veneto.

    Poi, il suo ragionamento sull’indispensabile necessità di maggiore maturità nel dare valore aggiunto al brand campano spazzando via i malintesi brucratici, trova in me non una porta, ma un portone spalancato.

    Un saluto, Ang

  4. Alessandro Russo Says:

    Pensandoci è vero, le denominazioni in Campania sono tante e probabilmente dispersive. Complimenti per come hai sintetizzato l’evento, dando luogo a commenti interessanti. Non mi hai fatto rimpiangere l’assenza anche se con piacere avrei ascoltato il tono “dell’antifona” di Cernilli.

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