Archive for the ‘Da raccontare’ Category

Leo Cubans, l’aglianico di Giovanni Carlo Vesce che conquista al primo sorso!

5 luglio 2022

Aglianico, che magia! Proviamo a guardare a questo straordinario vitigno campano con gli stessi occhi di chi si approccia ai grandi vini italiani, riferendoci cioè non più semplicemente al vitigno originario o alla menzione legislativa della denominazione, bensì alla sua tipicità proveniente da territori e microclima specifici, se non addirittura da una singola vigna.

Questo non è il (breve) racconto della solita novità sul mercato, l’azienda agricola di Giovanni Carlo Vesce non nasce oggi, anzi, coltiva uva e produce vini da molte generazioni anche se per il solo consumo di famiglia. Fino alla metà del ‘900, infatti, i vigneti della famiglia Vesce sono stati coltivati da famiglie di contadini residenti sui diversi fondi, secondo gli usi e i costumi regolati dalla mezzadria e che non riguardava solo uva e vini, ma al tempo anche grano e tabacco risultavano attività molto fiorenti in questo areale collocato tra il Sannio, il Beneventano e la vicina Puglia. Due secoli dopo, la miseria, l’emigrazione e i danni provocati dalle grandi guerre, insieme alla caduta della mezzadria, hanno naturalmente cambiato radicalmente il sistema agricolo e sociale, senza disperdere però le radici e il valore della tradizione.

Si arriva quindi ai tempi d’oggi, proprio qui davanti a questo splendido aglianico Leo Cubans ventiventi, un’Irpinia doc Campi Taurasini proveniente da una vecchia vigna dell’antico cru della famiglia Vesce sito in contrada Cuorno, a Venticano, terreni vocatissimi perlopiù argillosi, sabbiosi, con sedimenti e coperture piroclastiche. Le uve sono state raccolte verso la fine di ottobre, spingendosi sin quasi a novembre, diraspate e immediatamente avviate alla fermentazione e alla sosta sulle bucce per circa 20 giorni. Tutto è finito poi prima in acciaio, quindi in bottiglia, senza alcuna filtrazione o altra ingerenza, niente legno. A questo giro ne sono venute fuori poco più di 2500 bottiglie di straordinaria suggestione.

Curiosa l’origine del nome di questa etichetta; le uve di questo rosso provengono sostanzialmente da quella che storicamente è conosciuta come ”piana del Cubante”, una terra che per molte generazioni ha fornito aglianico e coda di volpe di buonissima qualità sopravvissute alla devastante infestazione di filossera dell’800, proprio lungo la via Appia Antica che da Benevento conduceva a Brindisi. Cubante è una frazione del Comune di Calvi, in provincia di (BN), da qui il nome Leo Cubans, letteralmente ”leone che giace”, un toponimo antichissimo e suggestivo in quanto origina dal ritrovamento di un leone sdraiato, proprio lungo quel tratto della via Appia Antica teatro della battaglia fra Tiberio Sempronio Gracco ed il generale Annone (214 a.C.). Un’interpretazione di tale inspiegabile avvistamento ipotizza che il felino fosse sfuggito ai suoi trasportatori durante un trasferimento di fiere catturate in Africa verso il Circo Massimo o altro serraglio romano.

Ciò detto, siamo di fronte ad un rosso dalla forte identità territoriale, è un aglianico di 14,5 gradi di poderosa personalità ma al contempo di spiccata freschezza, un rosso avvenente, pieno di frutto, corposo, dal bellissimo colore rubino intenso, con numerose e piacevoli sensazioni odorose giustamente proporzionate, con sentori di viola e piccoli frutti neri sino a spezie, tabacco e liquirizia. Il sorso avvolge senza coprire, coinvolge senza strafare, regala una beva franca e accorta, soprattutto se si ha l’intelligenza di giocare (bene) con la temperatura di servizio, rinfrescandolo prima intorno ai 14 gradi poi via via un po’ più sbottonato sui 16 gradi, capace così di regalare un finale di bocca asciutto, lungo e persistente. Di quei vini assolutamente contemporanei di cui ti puoi innamorare al primo sorso!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Radda in Chianti, Casa Porciatti

13 ottobre 2021

E’ un riferimento assoluto la famiglia Porciatti nel Chianti, dal 1965 Luciano Porciatti e la sorella Anna, insieme a tutta la famiglia, propongono nella loro tradizionale bottega di Radda in Chianti, la migliore varietà di salumi chiantigiani lavorati con le tecniche e i segreti di una volta.

L’arte del norcino chiantigiano, Luciano Porciatti l’ha appresa dal babbo Gigi, che nei freddi inverni del secolo scorso passava da una fattoria all’altra radunando intorno a sé intere famiglie nel rito contadino più importante: la lavorazione del maiale.

La scelta, la preparazione dei pezzi e infine la stagionatura delle carni sono tutte fasi rigorosamente eseguite in casa, ciò garantisce prodotti unici che solo in questi luoghi si possono ancora trovare: soprassata, buristo, sbriciolona, capocollo, salame, prosciutto e i famosi “tonno di Radda” , oppure il “lardone di Radda” e la mitica “Porciatella” ovvero la mortadella del Chianti Classico di casa Porciatti.

Qui nei banchi della gastronomia e della macelleria ci sono inoltre tutti i giorni le tradizionali preparazioni toscane già cotte oppure pronte per essere cucinate, con le ricette di una volta; è possibile portarsi via, tra le varie specialità, la porchetta, i crostini toscani, il pollo arrosto, il roast-beef, le lasagne al sugo, l’arista al forno, il ragù toscano, il polpettone, gli spiedini, l’anatra in porchetta, lo stracotto al Chianti e tante altre specialità affiancate da una fornitissima enoteca che a qualche metro di distanza, sotto al camminamento medievale di Radda, si fa anche Osteria e Wine Bar, con una proposta di vini molto vasta con tante annate storiche chiantigiane e più di una sorpresa da portarsi via.

Casa Porciatti, piazza Quattro Novembre, 1 – Tel. +39 0577 738 055 – Enoteca Porciatti, Camminamento Medievale – 53017 Radda in Chianti, Siena – Toscana Tel. +39 0577 738234 – mail info@casaporciatti.ithttp://www.casaporciatti.it

© L’Arcante – riproduzione riservata

Felicia e… per sempre con noi!

6 ottobre 2021

La gente continuerà a percorre con te quella vigna, guardando il Massico, ascoltando il racconto di una storia che parte dai poeti latini e arriva sino alla fatica contadina, per essere oggi dimostrazione che c’è del buono, del sano, del vero a Caserta, in una terra così unica qual è l’Ager Falernus; amavi ripetere a te stessa, e ripeterci, che vi è un così profondo pudore nel doversi confrontare con un passato così tanto nobile e fragoroso, che c’è la necessità di doversi reinventare oggi e non “campare di allori antichi”. Perché siamo fortunati. E bravi, ma è più importante essere felici.

Poi restano quelle scale. Il ricordo di quelle scale di marmo dai morbidi profili della tua casa che fu di tua nonna, di cui lei era la colona. Quella in cui hai vissuto e in cui ci resterai per sempre. Avevi paura e meraviglia nello stesso tempo ogni qual volta ci mettevi piedi su quelle scale, erano quelle ”emozioni che ti attraversavano dentro come vere e proprie stilettate”, lo dicevi salendo con noi quei gradini di pietra lisce. E quella stanza delle bambole intoccabili, con gli occhi di vetro. L’odore forte del pane le domeniche mattina, di olio, di alloro affumicato per spazzare via la cenere dal forno, la luce accecante contro il buio della cantina di tufo e le scale rotte “che non dovevi scendere altrimenti saresti rotolata giù!”, e quel sentore di umido e la fragranza del sasso gocciolante.

”Mai scesa fin lì” dicevi, poi quando il tuo sogno si è realizzato, quando Masseria Felicia è diventata finalmente realtà ci sei finita a farle un giorno sì e un altro pure per mettere mano ai tuoi splendidi vini, ritagli e ricami di una terra straordinaria, la tua, che vedrai Felicia, non ti dimenticherà mai, come noi. Cosa ci hai lasciato Maria Felicia, per sempre con noi l’abitudine che non c’era e il desiderio di goderne, per sempre.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Torniamo a lavorare per il nostro futuro!

31 dicembre 2020

A vent’anni il lavoro non lo scegli, lo fai e basta. Ne senti il bisogno, come l’acqua, per nutrire tutti i tuoi desideri.

Non ci pensi alla fatica, alle ore lavorate, alle rinunce, alle corse, ai momenti mancati e quelli persi che non ritorneranno. Ti fai bastare quello che hai perché è quello che ti serve.

Per quelli come me, per quelli della mia generazione, per tutti quelli cresciuti nel mio quartiere, il Rione Toiano a Pozzuoli, tra gli anni ’80 e ’90, il lavoro ha rappresentato una conquista preziosa che ha salvato in molti, ha reso possibile a molti lasciarsi alle spalle un’infanzia difficile e un’adolescenza a dir poco complessa, tra insidie e sbandate pericolose; certo io mi sono salvato molto prima, anzitutto grazie all’esempio di mio padre e alla mia famiglia: non c’è un giorno che comincia in cui non ho un pensiero di gratitudine per tutti loro!

Il mondo in cui vivi, soprattutto fuori dalla famiglia, ti porta facilmente a guardare ogni volta con occhi diversi la vita davanti. Gli anni passano, i tempi cambiano, mutano gli scenari, continui a non pensare alla fatica, alle ore lavorate, alle rinunce, alle corse, ai momenti mancati e quelli persi che non ritorneranno, assumono però via via peso e significati sempre più consistenti: dopo l’amore, quello della vita, arrivano magari i figli, nuovi progetti, ambizioni, sfide, sconfitte, fallimenti; aumentano talvolta le distanze, il vuoto, la solitudine, i silenzi e i sacrifici diventano significativi e le responsabilità superano di gran lunga i desideri. Ecco, capita che a trent’anni il lavoro che fai, quello che magari manco pensi di aver scelto, ti è entrato dentro, ha preso possesso della tua vita ed è pronto a farne quello che vuole.

E’ proprio in questo momento che si cresce, che si sposta avanti con forza il tempo, si abbattono barriere, si superano ostacoli solo apparentemente insormontabili, è qui che bisogna metterci tutta l’energia possibile per crescere, migliorarsi, senza porsi limiti, perché alzare l’asticella costa ma mai quanto restare fermi e impassibili davanti alla vita che scorre senza mai afferrarla, senza nemmeno provare a portarla dalla tua parte. Ed è il lavoro a permetterti tutto questo, di andare avanti, perché se non ci pensi più alla fatica, alle ore lavorate, alle rinunce, alle corse, ai tanti momenti mancati e quelli persi che non ritorneranno, è perché tutto ritorna, in un modo o in un altro tutto ritorna, perché tutto arriva a chi sa aspettare.

Voglio salutare quest’anno e tutti i miei e i nostri carissimi amici con solo questo auspicio, che presto possiamo tutti riprenderci le nostre vite ma soprattutto il nostro posto nel mondo grazie al nostro lavoro!

© L’Arcante – Riproduzione riservata


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