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Bacoli, Campi Flegrei Piedirosso 2018 Cantine Farro

16 gennaio 2020

”Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”, così recita la scritta in alfabeto eubonico¤ incisa sul prezioso reperto archeologico da sempre raffigurato sulle etichette di Cantine Farro.

La cosiddetta Coppa di Nestore è senza dubbio tra i reperti più importanti nella storia della Magna Grecia. Il suo ritrovamento è avvenuto tra l’ottobre del 1954, quando venne alla luce la tomba a cremazione dove era stata gettata la coppa, e il marzo del 1955 quando Giorgio Buchner, l’archeologo italo-tedesco artefice degli scavi di San Montano, a Lacco Ameno, nel comune dell’Isola d’Ischia, ebbe terminato personalmente di comporre i frammenti che man mano erano emersi durante i lavori di scavo.

Stiamo parlando di una piccola kotyle¤, non più grande di 10 cm ma che serba in se evidentemente un grande valore antico e una storia ricca di fascino e mistero, prestandosi a varie interpretazioni alcune delle quali del tutto contemporanee attualmente, un po’, se vogliamo, come il Piedirosso dei Campi Flegrei, vino rosso per molti figlio di un Bacco minore eppure modernissimo e preziosissimo nelle carte dei vini oltre ogni ragionevole dubbio.

Al giorno d’oggi infatti, la necessità di leggerezza nel bicchiere rappresenta una esigenza sempre più ricercata, non più riconducibile solo ad una moda contemporanea o una tendenza lanciata da nuovi intenditori; la voglia, il desiderio di vini leggeri, luminosi ancor più quando trasparenti, godibilissimi perché caratterizzati da grande bevibilità, equilibrati e non pesanti, addirittura da bere freschi, mettono proprio tutti d’accordo, l’appassionato, fini esperti degustatori e comuni bevitori.

Non a caso ci piacciono particolarmente versioni così franche ed immediate come questa che ci arriva nel bicchiere, un Piedirosso duemiladiciotto che ci rappresenta una piacevole conferma del buon lavoro che ogni anno Michele mette in campo per regalarci vini autentici e pronti da bere. Rosso dal colore rubino porpora, nemmeno troppo trasparente ma luminoso e invitante. Il naso è delicato e intriso di note floreali di rosa e geranio, di piccoli frutti rossi e neri, all’assaggio è scarno ma piacevole e godibile sin dal primo sorso.  

Resterà, forse, figlio di un Bacco minore, come erano considerati fino a dieci, quindici anni fa questa tipologia di vini snelli e agili, tali ovviamente se paragonati ai grandi vini internazionali o ai Super qualchecosa, generalmente concentrati, scuri, fitti, quasi impenetrabili dalla luce, talvolta oltremodo alcolici, voluttuosi e ricchi, quasi sempre affinati in legno pregiato, anzi, barriccati. Anche per questo, oggi, probabilmente sempre più anacronistici.

Leggi anche Elogio alla bevibilità Qui.

Leggi anche Elogio all’immediatezza Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Bacoli, Campi Flegrei Falanghina Le Cigliate 2017 Cantine Farro

14 gennaio 2020

E’ un bianco di inusuale spessore quello di Michele Farro, uno di quei produttori che non può certo mancare all’appello quando si prova a raccontare il territorio, la storia e vini dei Campi Flegrei .

Ha carattere fiero e caparbio Michele, l’istinto commerciale lo conduce ben presto, da autodidatta, a sporcarsi le mani in cantina; di cervello fine e modi affabili, quasi dorotei, gli bastano pochi anni per ritagliarsi il suo spazio sulla scena enologica napoletana e regionale; ci mette poco, appena due parole, per farti capire di che pasta è fatto, che è uno di quelli che si è fatto da solo e che la sua azienda, praticamente dal nulla, può essere oggi considerata tra quelle di riferimento per tutto il territorio.

Cantine Farro nasce negli anni ’90, ha sede a Bacoli e oggi gestisce circa 4 ettari in conduzione diretta, rimangono invece tante di più le vigne monitorate da Michele in tutto l’hinterland napoletano, con la risultante di una profonda e quasi invidiabile conoscenza del vigneto flegreo che, con capacità, destrezza, sa di poter abilmente gestire portandosi in cantina solo il meglio di cui ha bisogno, non disdegnando di raggiungere nelle migliori annate una produzione che si attesta sulle 200.000 bottiglie, per il 70% destinate al mercato estero. 

L’idea di questa nuova etichetta prende forma a cavallo degli anni ’90 e ’00, nel pieno del boom del vino affinato in legno, della barrique tout court e sur toutes, anche per questo le prime uscite sortiscono quasi un effetto boomerang per l’azienda e Farro, per sua stessa ammissione, si convince quasi immediatamente di aver probabilmente forzato un po’ troppo la mano: ”Ne veniva fuori un buon vino, la provenienza delle uve era di primissimo ordine, restava però lontanissimo dalla mia idea di bianco flegreo, di quella piacevolezza a cui puntavo”, dirà poi.

Una marcia indietro che in realtà faranno un po’ tutti i produttori campani di lì a poco, tanto prima folgorati dal ”Dio Boisé” quanto poi immediatamente redenti –  chi prima, chi poi, ndr – sulla strada della tipicità varietale e territoriale; così sarà anche per Le Cigliate, una panacea il ritorno all’essenziale che gli consentirà un salto in avanti non indifferente. Con la solita freschezza e sapidità, proprie della sua espressività, la Falanghina prende così il largo con maggiore sostanza, si fa vino più complesso e coinvolgente, non più, semplicemente, un bianco di pronta beva e di approccio facile ma che diviene capace di affinare ed elevarsi, di portarlo in tavola su piatti ben più strutturati della classica cucina di mare territoriale, concedendosi addirittura il lusso di poterselo dimenticare qualche anno in cantina.

Le recenti uscite lo vedono prodottto con le uve provenienti perlopiù dal vigneto situato all’altezza di località La Schiana, nel comune di Pozzuoli, uno splendido appezzamento di 4 ettari che gode di piena luce e il giusto calore del sole di una intera giornata, con il mare a due passi, là oltre via Scalandrone. Le Cigliate duemiladiciassette è un bianco senza lacci e senza ammiccamenti, dal colore paglierino netto e tratteggiato da un naso immediato e invitante, profuma di fiori bianchi ed erbette di campo, sa di nespola e frutta esotica; il sorso è invece asciutto, pieno e caratteristico, di piacevole beva e segnato da buona sapidità.

© L’Arcante – riproduzione riservata

La Falanghina dei Campi Flegrei e i dieci vini da non perdere… refresh your mind, right now!

2 agosto 2011

Il vino dell’estate? Forse. Di certo c’è tutto un mondo da scoprire dietro ognuna di queste etichette; storie di una terra straordinaria, di persone che credono in quello che fanno ma soprattutto in quello che hanno da raccontare attraverso i loro vini. Ringrazio Luciano Pignataro per avermi chiesto di scrivere queste righe, da prendere essenzialmente come sintesi delle bevute più significanti di questa stagione di lavoro.

Nessuna classifica – come del resto son certo vi sia qualcuno dimenticato tra gli appunti -, ma solo un modo come un altro per ribadire quanto la mia terra, i Campi Flegrei, continui ad esprimere vini che meritano sempre più di essere bevuti più che raccontati. Infine un invito ai produttori, soprattutto ai “piccoli”, naturalmente senza la pretesa di essere ascoltato: specializzatevi, e puntate il mercato in senso verticale, non in orizzontale…

Nel pezzo, on line qui sul sito di Pignataro, si parla della Falanghina dei Campi Flegrei Agnanum ’10 di Raffaele Moccia, del Coste di Cuma 2009 di Grotta del Sole, della Falanghina Grande Farnia ’10 di Antonio Iovino; poi di Colle Spadaro, Cantine Astroni e di Cantine Di Criscio,  CarputoCantine del Mare, Michele Farro, senza dimenticare, dulcis in fundo, lo strepitoso Passio 2007 di La Sibilla.

Bacoli, la Falanghina 2010 di Michele Farro

13 giugno 2011

Michele Farro è uno di quei personaggi che non potevamo non prendere in considerazione in questa ricostruzione dal basso della vitivinicoltura flegrea che vi stiamo proponendo negli ultimi mesi su queste paginette enoiche di Pozzuolidice; un one man show in tutto e per tutto che proprio non poteva mancare all’appello delle migliori tra le aziende flegree.

Fiero e caparbio, cervello fine e modi dorotei, gli bastano due parole per farti capire che è uno di quelli che si è fatto da solo, e che la sua azienda, dal nulla, in poco più di un decennio, è oggi annoverata tra quelle di riferimento per tutto il territorio; è vero, gli ettari a conduzione diretta rimangono pochi, circa quattro, in rapporto alle bottiglie prodotte, ad oggi sulle 200.000; ma rimangono tante invece le vigne monitorate in tutto l’hinterland napoletano, con la risultante di una profonda e quasi invidiabile conoscenza del vigneto flegreo, nonché la capacità, destrezza, di poter abilmente arginare le influenze di mercato nelle annate eccellenti e, da contraltare, raccogliere solo il meglio in quelle così così.

Dicevamo di una persona tutta d’un pezzo, impettito; non ricordo di averlo mai incontrato senza giacca e cravatta, e senza quel suo mezzo toscano tra le labbra; un tipo vulcanico eppur capace come pochi altri di confrontarsi, interloquire, intervenire: sa di avere, con altri, un ruolo di prim’ordine in quanto a produttore di vino flegreo, e di certo non si è fatta sfuggire l’occasione quando c’è stato da assumere posizioni di rilievo; infatti già da qualche anno ricopre la carica di presidente del Consorzio di Tutela dei vini dei Campi Flegrei, un ente di cui per la verità in giro si sa ancora troppo poco o nulla, e che, a dirla fuori dai denti, poco o nulla ha fatto di concreto, ma le colpe non sono certo da attribuire solo a lui pur avendone egli stesso, come ovvio che sia, condiviso e decretato quelle poche, ancora pochissime scelte indirizzate al tanto agognato salto di qualità dei vini flegrei, in lento ma costante divenire; personalmente continuo però a nutrire grande fiducia a che si cambi registro, e si guardi, tutti, finalmente nella giusta direzione.

L’aspettavo l’uscita dell’annata 2010 della falanghina di Michele, capace come pochi altri di proporre vini sempre pulitissimi, franchi, sinceri.  Nasce da vigne allocate perlopiù nel circondario della collina di Cigliano, nel comune di Pozzuoli, Cuma verso Bacoli e piccole parcelle terrazzate in località Monte di Procida. Vino senza lacci e senza ammiccamenti, delizioso e rinfrancante, dal colore paglierino piuttosto vivo e con un naso immediato, sottile, sfuggente ma invitante: note di fiori bianchi, sentori erbacei e qualche buono spunto esotico, in bocca è asciutto, lievemente citrino inizialmente ma che sa rinsavire il palato sino a conquistarlo con una decisa e lunga sapidità. Da bere a secchiate nelle calde sere afose sulla via Panoramica di Monte di Procida, o come spesso mi è accaduto di fare in passato, nei vicoli a due passi dal porto di Pozzuoli, dinanzi a un piatto di fragranti fragaglie appena fritte condite con poco sale e pepe. Insomma, un classico puteolano!

Questo articolo è stato pubblicato la scorsa settimana sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove, come sempre, abbiamo anche pubblicato una nuova ed interessante ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Inutile ribadire quanto ci fa enormemente piacere il consenso che la rubrica pare riscuotere. Grazie!


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