Tu quoque, Rex Bibendi! Ovvero di uno o due passi di filosofia spiccia di un sommelier

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Leggo – lungi da me una tal dotta citazione – che la parola “senso” in filosofia indica la facoltà di percepire l’azione di oggetti interni al corpo o esterni ad esso. Ebbene, questa che segue è una mia – giuro! – breve e personale riflessione sui vari “sensi” con i quali chi come me o voi ci siamo ritrovati, almeno una volta, a fare i conti.

Il senso ideologico, quello che pretende di conoscere i misteri dell’intero processo storico – i segreti del passato, l’intrico del presente, le incertezze del futuro – in virtù della logica inerente alla sua idea. Nel mondo del vino, si nutre di una filosofia, dotta e fine, che ne analizza le origini – della terra e delle persone – fornendone sempre profili suggestivi e storie melanconiche. Non c’è spazio per la nobiltà di taluni, consacrata già dalla storia, ma comunque non tanto ispiratrice; l’ideale è l’uomo (quasi) qualunque, persona dalle mani ruvide, solcate dal tempo e levigate dal freddo, e non importa se può permettersi di giocare in borsa, l’immagine dipinta è di colui che con voce roca richiama l’attenzione del mezzadro del podere vicino e assieme fanno segnale all’orizzonte: dapprima un gesto di stizza, poi di sfida, il raccolto è alle porte. Da berci su secchiate di Lambrusco come dio comanda!

Il senso estetico, ovvero del giudizio di gusto che vuole, il vino – biondo o bruno che sia – bello ed artistico; per taluni muscoloso, anzi, aitante, tanto dal sentirne il profumo non appena gli si tira via il tappo, intriso d’inchiostro e note ferrose, catrame: è ampio, avvolgente, smaliziato, è maschio, virile, avrà mille e più cose da dire! Ebbene, la mia ricerca è volta al fascino delle sottili nuances, della luce che ne attraversa le trame, della profondità negata alla vista ma garantita una volta in bocca, l’insostenibile leggerezza dell’essere. Non è proprio questo il limite del giudizio estetico, dove la teoria del bello soggettivo si scontra con quella naturale che in quanto tale risulta oggettiva? Da berci su un paio di calici di Taurasi di Luigi Moio.

Il senso ludico del vino ti sfiora alla prima sbronza. Per Sigmund Freud il gioco ha una funzione catartica, liberatoria: è lo strumento ideale per liberarsi da cariche emotive e scaricare le tensioni generate dalle pulsioni, come l’aggressività o la libido. Il “piacere” che si accompagna al gioco sarebbe in quanto tale liberazione. Ecco che alla prima interrogazione andata male, un litigio inaspettato con l’amico di sempre, “quella stronza” che continua a fare la stronza, che fai? Aspetti che tutti vadano a letto, convinti che di lì a poco lo faccia anche tu, speri che tua madre – come fa solitamente – rimanga la tavola così com’è senza levarla. Tiri giù il primo bicchiere, non ne sai granché, ma quanto ti basta per capire che tuo padre, alla fine, non è che ne capisca tanto di vino, ma tiri dritto, hai solo piacere di bere, di quella sensazione che poi imparerai a chiamare pseudo-calorica ma che oggi ti provoca solo una certa eccitazione, vana sensazione di sentirti leggero, libero. Invero, libero lo sarai solo quando avrai maturato la consapevolezza di approcciarti al vino con sana sobrietà! Da misurare con una qualsiasi delle amate bottiglie di Falanghina.

Il senso critico, l’obiettività nel giudicare, un vino in questo caso, è cosa per pochi, pochissimi e non di rado questi stessi deludono inesorabilmente. Ecco perché preferisco di gran lunga passare per un folle innamorato del mio lavoro piuttosto che un mediocre cronista di astute e meditate fisime! A parlarne con un bastian contrario qualunque, per esempio Gianfranco Soldera, con un suo Brunello Riserva alla mano.

Il senso pratico l’ho imparato presto, molto presto. Alla prima scala sconti, alla prima promozione lancio, agli albori di quella crisi che molti fanno fatica ancora a deglutire ma che inesorabilmente li ha posti di fronte alla nuda realtà. Chi fa vino e si dice un benefattore, mente. Chi millanta di farlo per il solo piacere di sporcarsi le mani, presto farà due conti e ne converrà che forse è meglio sporcarsi con altro. Chi lo fa per vivere, credetemi, non gli va proprio di lusso ma ha dignità da vendere. Ho sentito – con le mie orecchie – addirittura qualche produttore enunciare frasi di finissima intuizione: “il vino è talmente un dono prezioso del Signore che dovrebbe essere addirittura proibito commercializzarlo!”. Evidentemente ha ben altro di cui vivere. Per qualcuno questo può apparire un senso pratico alquanto sfacciato, a tratti crudo, ma è mai possibile che stiamo ancor lì a menarla? Passerina a vagonate!

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