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La partita a scacchi di Luigi Moio

25 maggio 2021

È una partita a scacchi quella di Luigi Moio, giocata senza la ricerca di avversari e con obiettivi ben precisi; l’accompagnano il tempo, questi primi 20 anni di Quintodecimo e un territorio straordinario caratterizzato da panorami e vigne rigogliose coltivate lungo crinali e colline circondati da boschi e ulivi secolari nelle aree di maggiore vocazione del territorio irpino.

É infatti una partita a scacchi anzitutto tra l’uomo Luigi e l’accademico Moio, giocata colpo su colpo con le visioni e le esperienze del primo e gli strumenti e le certezze del secondo, l’intuito e il pragmatismo dello scugnizzo volato in Francia a farsi le ossa e il Professore irreprensibile che gira in lungo e in largo vivendo però intensamente il suo centro di gravità permanente tra le vigne di Aglianico e Falanghina, Fiano e Greco distribuite tra Mirabella Eclano, Lapio e Tufo.

Quella del drammaturgo Giuseppe Giacosa si giocava invece in un castello del XIV secolo tra il bel paggio Fernando e Iolanda, figlia del nobile Renato e abilissima nel gioco degli scacchi, ignara della scommessa stretta tra il proprio padre e il giovane Fernando: se vincesse questi, lei gli andrà in sposa, mentre se vincesse la giovane, lui dovrà morire. Durante la partita però Iolanda s’innamora del paggio tanto da lasciarlo vincere, ottenendolo così per marito, per la gioia del proprio padre pentitosi nel frattempo dell’eccessiva posta in gioco nel caso fosse stato Fernando a perdere.

Il simbolo più evidente (sui bianchi) di questa partita è questa Grande Cuvée Luigi Moio duemiladiciotto, si compie infatti con questo vino un viaggio nella memoria del tempo, attraverso il bellissimo Dominio di Quintodecimo oggi costituito da trenta ettari distribuiti nei tre nuclei di Mirabella Eclano, Tufo e Lapio. Territori e terreni diversi tra loro, interamente coltivati in biologico che qui Moio prova a raccogliere e raccontare a suo modo, dopo questi primi 20 anni, con la stessa gioia ed ambizione di chi ci ha creduto sin dal primo momento, da questa o da quella parte del palcoscenico.

Il vino esce come Irpinia bianco doc, è composto per il 40% da Greco di Tufo che vi partecipa con la sua impronta tannica e la sua elevata acidità, ma anche corpo e struttura capaci di donare longevità al vino. La Falanghina, per il 20%, partecipa con vivacità e leggerezza, tensione e bevibilità, mentre il restante 40% è Fiano di Avellino, il varietale dell’eleganza, dell’intensità e complessità olfattiva, quota che infonde finezza e giusta progressione gustativa. La Grande Cuvée Luigi Moio viene lasciata fermentare per il 60% in barriques nuove di rovere francese e per la restante parte in acciaio, successivamente alla lunga sosta sui lieviti, almeno 8 mesi (di cui 6 già assemblata) è messa in bottiglia dove matura per almeno due anni prima dell’uscita in commercio.

E’ un bianco sontuoso, dal colore paglierino oro luminoso, il primo naso è finissimo, avvenente e persuasivo, manifesto di fiori gialli e frutta polposa dolcissima, vieppiù sentori di macchia mediterranea, anche melliflui, con note balsamiche a tratteggiare complessità e persistenza olfattiva; il sorso è secco, pieno e sapido, lungo e gratificante, intessuto di quella opulenza mai ostentata che solo i grandi vini sanno regalare. E’ questo il vino bianco campano che prova a dare Scacco matto al Re!, sfidare cioè senza più remore ne timori reverenziali i grandi bianchi francesi!

Poscritto: ricordo come fosse ieri quella prima bottiglia di bianco uscita dal cilindro di Mirabella Eclano di Laura e Luigi, quell’Exultet duemilasei anticipava i tempi, forse anche troppo repentinamente, molti infatti si ritennero spiazzati, taluni nemmeno vollero metterci il naso, pur mettendoci volentieri bocca, a sproposito. Quel vino però consegnava già tanto agli occhi e al palato (dei più attenti) di cosa sarebbe diventata di lì a poco quest’azienda, per il panorama campano e per il vino italiano e cosa ci avrebbe regalato Moio negli anni a seguire con le sue letture, certe esecuzioni magistrali sino al compimento, con questa Grande Cuvée – non a caso reca in etichetta il suo nome -, della comunione tra Greco di Tufo, Falanghina e Fiano di Avellino.

P.S.: Una partita a scacchi, opera teatrale del narratore e drammaturgo G. Giacosa (1847-1906) di un atto, composta nel 1871 e rappresentata a Napoli il 30 aprile 1873, è tratta da un episodio “grivois” del cantare cavalleresco Huon de Bordeaux (sec. XIII), scambiato dal Giacosa per una romanza provenzale.

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Falanghina Campi Flegrei Vigna del Pino 2017 di Agnanum, il piccolo capolavoro di Raffaele Moccia

20 agosto 2020

E’ un bianco suggestivo e coinvolgente nonostante l’annata sia stata difficile da queste parti, con un andamento altalenante, finanche siccitosa e avara di frutti, che ben rappresenta però tutto lo straordinario potenziale espressivo ed evolutivo del vitigno ma anche, soprattutto, i tratti caratteriali di un territorio unico ed eccezionale che Raffaele Moccia, autentico vignaiolo flegreo, sembra rappresentare al meglio!

Ne scrivemmo appena qualche mese fa, in aprile, l’etichetta non era ancora in commercio, ne avevamo parlato a lungo con Raffaele qualche settimana prima durante l’ultima visita ad Agnanum, rimanendone particolarmente colpiti, Vigna del Pino rimane il suo piccolo capolavoro, un cru di Falanghina prodotto in appena un migliaio di bottiglie.

Un bianco buono a bersi subito, dicemmo allora, celebrazione di un varietale presente in molti territori in Campania e al sud ma che proprio qui, nei Campi Flegrei, in questi scorci metropolitani dove la terra è matrigna e ardente, e si avvantaggia della vicinanza del mare, regala vini che sembrano conquistare significativa complessità, ampiezza e profondità gustativa particolarmente distintive, oggi nel bicchiere, ancora più marcate e coinvolgenti.

Un vino dal colore giallo paglia luminoso, fitto al naso, largo in bocca. Un vino ricco di frutto, pieno di maturità espressiva, vi si colgono anzitutto profumo di gelsi e albicocca matura ma anche sensazioni più sottili di macchia mediterranea, zenzero e pietra focaia. Il sorso è deciso, potremmo definirlo ora, a distanza di mesi, pienamente compiuto, riconoscibile e gratificante, fresco e piuttosto sapido.

Non scriviamo spesso dello stesso vino della stessa annata più volte su queste pagine, vieppiù in un arco temporale così breve, a meno che non si tratti di un riassaggio rimarchevole come questo straordinario bianco flegreo, capace quest’oggi, ancora una volta, di lasciarci letteralmente senza fiato!

Leggi anche L’ultima verità di Raffaele Moccia è nell’ultimo bicchiere del Vigna del Pino 2017 di Agnanum Qui.

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Segnalazioni| Costa d’Amalfi Tramonti bianco 2019 Giuseppe Apicella

7 agosto 2020

Raccontiamo di una fresca interpretazione di Falanghina e Biancolella, il Tramonti bianco di Prisco Apicella, giovane e lanciatissimo enologo che dopo aver studiato a Torino è rientrato nell’azienda di famiglia fondata dal padre Giuseppe alla fine degli anni ’70.

L’estate ti porta inevitabilmente ad ”alleggerire” la portata delle bevute, così se in tavola arrivano generalmente meno piatti, se non portate uniche, o comunque più semplici, ecco che nel bicchiere si preferisce versare vini profumati e leggeri, anche con una discreta personalità e carattere, come questo Tramonti bianco duemiladiciannove ma che sappiano accompagnare il cibo senza affaticare il palato, senza appesantirne il pasto.

I primi passi dell’azienda risalgono a metà degli anni ’70 ma la svolta arriva nel 2000 quando Giuseppe Apicella comincia ad imbottigliare il vino (rosso) prodotto in zona che prima di allora veniva perlopiù venduto sfuso ai mediatori che ne facevano in larga parte Gragnano, tra i più diffusi e apprezzati vini campani non solo qui in Costiera e nel napoletano ma soprattutto dai numerosi ”compaesani” emigrati in giro per il mondo per le loro Pizzerie.

Poi c’è Tramonti, incastonato tra la montagna e il mare, immerso nei boschi, circondato dalla natura selvaggia a cui sottrarre pezzettini di terra per piantarvi Tintore, Sciascinoso e Piedirosso, se non Falanghina (qui detta Biancazita, ndr), Biancolella (sin. Biancatenera, ndr) Pepella e Ripoli. Chi c’è stato¤ non ha potuto far altro che constatare che luogo meraviglioso è questo per la vigna, quali emozioni straordinarie si provano nel camminare questi luoghi, queste terre, le vigne ultracentenarie immerse tra le montagne che sovrastano, imponenti, la Costiera Amalfitana.

Gli Apicella sono certamente in buona compagnia, qui ci sono ad esempio anche Gigino Reale e Alfonso Arpino¤, di cui trovate piena testimonianza dando uno sguardo alle storiche verticali del Borgo di Gete Qui e del Monte di Grazia rosso Qui, due tracce indelebili continuamente appetite dai “pasionari” del Tintore, ma c’è anche Tenuta San Francesco, quelli del Per Evaleggi Qui -, altra splendida realtà che produce uno dei vini bianchi più buoni prodotti qui a Tramonti.

Questo pezzo di Costa d’Amalfi rappresenta un territorio e una denominazione che vanno fermamente salvaguardati, oggi più che mai, per preservarne, con il successo commerciale, l’enorme valore culturale, sociale, identitario che qui rimane unico e irripetibile, grazie anche a vini bianchi come questi capaci di condensare in una manciata di sorsi tante suggestioni da godere con vero piacere, dei preziosi messaggi in bottiglia nel vero senso del termine.

Leggi anche Tramonti, Monte di Grazia rosso 2009 (e 2007) Qui.

Leggi anche Tramonti, il Tintore di Gigino Reale Qui.

Leggi anche Tramonti, Costa d’Amalfi Per Eva 2009 Qui.

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Napoli, Falanghina Campi Flegrei Colle Imperatrice 2019 di Cantine Astroni

4 agosto 2020

Sono trascorsi dieci anni dalla prima recensione di questa etichetta su queste pagine, se questo tempo ha visto cambiare tante cose qui a Cantine Astroni, oltre alla nascita e l’affermazione di tanti nuovi protagonisti del vino nei Campi Flegrei, è anche merito di chi, dieci anni fa, ma anche prima, aveva intrapreso una strada nuova e convincente soprattutto puntando sul lavoro in vigna e in cantina.

L’Arcante custodisce innumerevoli testimonianze storiche di questo percorso, di tanto in tanto, bicchiere alla mano, è bello e suggestivo ripercorrere certi sentieri, ritornare a quegli anni, soprattutto quando, nel bicchiere che hai davanti, ci trovi buonissimi vini finalmente liberi da pregiudizi o da ansie da prestazione; così è con il Colle Imperatrice duemiladiciannove, un bianco decisamente efficace, semplice se vogliamo, eppure disarmante nella sua piena espressività territoriale. Con ogni probabilità ben più degli altri preziosi gioielli di famiglia nati nel frattempo, dallo stesso Strione¤ al Vigna Astroni¤, sino all’ultimo nato, il Campi Flegrei bianco Tenuta Jossa¤.

Così scrivevamo, dieci anni fa, a proposito della Falanghina e del pensiero maturato qui ad Astroni: ”… c’è poi chi continua a rincorrere un ideale di un vino, per dirlo alla sua maniera, alternativo, certamente possibile, ma indubbiamente diverso, se non spiazzante; è Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni, convinto come pochi in regione a fare sul serio sulla Falanghina tanto da spingerlo a continuare strenuamente nella sua personale ricerca di un bianco autoctono flegreo macerato e capace di sfidare il tempo: il 2008 dello Strione, dai primi assaggi promette buone aspettative, staremo a vedere cosa saprà raccontare tra qualche tempo ancora. Frattanto però, io gli continuo a preferire il Colle Imperatrice, l’altro cru aziendale, che di sfide non ne vuole lanciare, e nemmeno ambisce a grandi traguardi se non quelli di confermare, ove mai ce ne fosse stato bisogno, un vino perfettamente calato nella sua dimensione territoriale nonché nel suo ruolo commerciale, pura esibizione di carattere ad un prezzo piccolo piccolo”.

Leggi l’articolo completo del Colle Imperatrice 2009 di Cantine Astroni Qui.

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