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E venne il giorno della prima verticale storica del Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella di Cantine Astroni

28 settembre 2020

E’ una verticale storica questa, che segna il tempo trascorso provando a contare e raccontare i passi fatti in tre lustri nei Campi Flegrei da Cantine Astroni e Gerardo Vernazzaro, senza dubbio tra i più dinamici produttori e interpreti del panorama enoico di questo pezzo di territorio della provincia napoletana.

La famiglia napoletana Varchetta da oltre quattro generazioni è impegnata ad affiancare al florido commercio di uve e vini puntuali e lodevoli investimenti in un territorio dove piantare una vigna spesso può rivelarsi impresa difficile quasi quanto programmare il lancio di una sonda esplorativa nello spazio.

Così, all’incirca vent’anni fa, è nato il progetto Cantine Astroni, un cambio di passo decisivo per la famiglia ma anche, soprattutto, un nuovo modo di guardare al territorio non più in maniera passiva bensì diventandone tra i protagonisti più attivi, convertendo e piantando vigne oggi tra le più suggestive intorno a Napoli e mettendo su una cantina bella e funzionale, tecnologicamente all’avanguardia, proprio a due passi dal centro città e dalla riserva naturale del Cratere degli Astroni¤, là dove oggi è possibile per chiunque andare e toccare con mano uno spirito nuovo fuori dai soliti luoghi comuni di una periferia altrimenti assediata dal cemento.

Sono oltre dieci anni che proviamo a consegnare a queste pagine, con una certa regolarità, le impressioni su tutti i vini di Gerardo, il racconto della sua significativa sensibilità nell’approcciarsi al Piedirosso e alla Falanghina dei Campi Flegrei, a partire proprio dal Colle Rotondella¤ – tra i primi ad essere qui recensito con l’annata duemilanove, nel 2011 – sino al Riserva Tenuta Camaldoli¤, seguito dai bianchi Colle Imperatrice¤ e Vigna Astroni¤ passando da Strione¤ al Tenuta Jossa¤.

Ebbene, pur senza allungarci troppo in una sterile adulazione o innescare inutile piaggeria possiamo dire con una certa ragionevolezza che ognuna di queste referenze hanno raggiunto oggi grande equilibrio e piena espressività, risultato figlio di un lavoro duro e faticoso che ha richiesto anni di impegno, investimenti, studio, confronto, umiltà, provando a destreggiarsi tra insidie, errori, opinioni talvolta date senza avere piena conoscenza diretta dei fatti ma soprattutto con tanta intelligenza, indispensabile per non adagiarsi, nemmeno dopo i primi successi arrivati e, ne siamo certi, dopo quelli prossimi che non mancheranno a tardare!

Proprio dalle vigne del circondario flegreo più prossimo a Napoli, in areale delle colline dei Camaldoli, da un vigneto di circa tre ettari di Piedirosso dei Campi Flegrei, provengono le uve di questo rosso, il Colle Rotondella, che fa solo acciaio e bottiglia e che pare riassumere tutto quello che un vino di questo territorio deve saper garantire in tutta la sua sfrontata consistenza: un colore avvenente, profumi seducenti, finanche ruffiani, una beva scorrevole e furba, non priva però del giusto carattere. Ma cosa succede poi negli anni? C’è da aspettarsi altro, qualcosa in più?

E’ così che l’enologo si è spogliato di quanto non più strettamente necessario e si è fatto nel frattempo viticoltore tout court, rimanendoci in vigna tutto il tempo necessario per comprendere e agire, seguendo e assecondando la natura, con attenzione alla tutela del suo equilibrio e dell’ambiente che lo circonda, mirando al mantenimento della fertilità del suolo attraverso la promozione di processi naturali biologici e sistemi chiusi favorendo quindi la coltivazione di uve sane, ricche, pregevoli. 

Aspetto, quello agronomico, assolutamente non secondario nel cogliere appieno il valore del risultato finale nel bicchiere che, soprattutto nella terza e ultima parte della batteria in degustazione, quella che va dalla ‘sedici all’ultima ‘diciannove, con delle prime avvisaglie già nella ‘tredici e ‘quindici, contribuisce in maniera decisiva a tratteggiare un vino dalla chiarissima impronta vulcanica, assolutamente originale, dal respiro moderno e dal sapore contemporaneo, con un naso seducente e un sorso coinvolgente, pieno e gratificante nei suoi primi anni di bottiglia ma che non ha assolutamente nulla da temere dallo scorrere del tempo, restando in grande spolvero almeno per un lustro.

***** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2019. E’ un rosso che regala un piacevolissimo gioco dei sensi a chi si avvicina alla tipologia per la prima volta, con quel colore rubino dalle vivaci sfumature quasi porpora; possiede un ventaglio olfattivo estremamente varietale, è vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. Un corredo aromatico arricchito da lievi sfumature officinali e da una fresca tessitura gustativa, abilmente tenute assieme dal manico di Gerardo Vernazzaro, proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, infonde piacere di beva, una sorsata ne richiama subito un’altra, una beva sfrontata, agile, calda, salata e avvolgente. 12% di alcol in volume in etichetta.

**** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2018. E’ un rosso tremendamente contemporaneo, decisamente didattico, dal colore rubino con vivaci sfumature quasi porpora sull’unghia del vino nel bicchiere, con un naso estremamente varietale, vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo qui è sorretta anche da un frutto dalle piacevolissime sfumature speziate ed una fresca tessitura gustativa abilmente intrecciate. Il sorso è secco e morbido, dona piacere di beva che grazia il palato e un sorso ne richiama subito un altro. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

****/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2017. Fu quella un’annata complessa e complicata, sin dal colore rubino carico se ne coglie la pienezza del frutto, ha un naso estremamente varietale, ancora vinoso, ampio, floreale e fruttato, balsamico. Si avvantaggia di una maggiore percezione ”calorica” in bocca, il sorso è secco e morbido, assai piacevole, scorrevole, con un finale di bocca sapido ma appena amaricante in chiusura. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

**** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2016. Bottiglia nuova, di ispirazione francese, con le etichette necessariamente riviste e adattate. Resta una piacevole sorpresa, lo beviamo nuovamente a distanza di nemmeno una settimana. Ha un colore tipicamente ”borgognone”, pienamente rubino, luminoso e trasparente, appena più accentuato sull’unghia del vino nel bicchiere; Il naso è anzitutto balsamico e floreale, rimanda poi a piccoli frutti rossi e neri maturi, appena un sottofondo di sottobosco, cenere e polvere di cacao. Il sorso è sottile, dal gusto secco e di finissima tessitura gustativa, magro ma non privo di vigore ed energia, chiusura di bocca salina. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

***/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2015. Segna uno spartiacque, è questa l’ultima uscita ancora in bottiglia bordolese. Ha colore rubino maturo, nemmeno tanto trasparente sull’unghia del vino nel bicchiere; conserva un’impronta varietale particolarmente interessante, vi si colgono sentori di rosa, melograno e altri piccoli frutti neri maturi a cui s’aggiungono piacevolissime tonalità speziate e balsamiche. Il sorso è asciutto, abbastanza morbido, molto piacevole la beva, con un finale di bocca caldo e abbastanza lungo. 12% di alcol in volume in etichetta.

***/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2013. Annata altalenante, particolarmente ”allenante” la definisce Gerardo Vernazzaro, di quelle che non puoi perdere di vista nemmeno un giorno e che ti costringono a stare sul pezzo sino all’ultimo, non a caso tra le prime ad essere portata in cantina solo a fine ottobre, raccogliendo i primi frutti del lungo lavoro di valorizzazione del patrimonio vitivinicolo di proprietà. Il colore rubino ha tenuto benissimo, conservando invidiabile integrità varietale, il naso è floreale e fruttato, in particolare di rosa passita e arancia sanguinella. Il sorso è secco, caldo e morbido, con una buona progressione gustativa e una sapidità marcata. 12% di alcol in volume in etichetta.

** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2012. L’ultima vestita di nero, con etichette trendy per l’epoca, un nuovo taglio scelto qualche anno prima per provare a far prendere il largo dalla casa madre quei vini provenienti dalle vigne di proprietà, proprio come il Colle Rotondella. Il colore è marcato da un tono scuro, granato con note aranciate/brune sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è terragno, conserva buona pulizia olfattiva ma vi si riconoscono soprattutto note di terra bagnata, sottobosco, frutta secca più che altro, con il sorso asciutto e snello, con ancora buona intensità. 12% di alcol in volume in etichetta.

**/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2011. Annata calda, perfino torrida in alcuni frangenti, anche in questo caso il colore è maturo, granato/aranciato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso, tuttavia, è molto interessante: verticale e balsamico, dai tratti maturi, vi si coglie confettura di ciliegia, sciroppo di melograno, cenere, carrube, sottobosco. Il sorso è lineare, snello, con ancora una buona corsa. E’ questo il millesimo con il quale uscirà poi sul mercato, un paio d’anni dopo, per la prima volta, la Riserva Tenuta Camaldoli¤. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2010. Sono questi gli anni in cui si comincia a lavorare con una certa continuità in vigna con un approccio più consapevole. Oggi ne viene fuori un vino dal colore marcato da toni scuri, granato con note aranciate sull’unghia del vino nel bicchiere. Ha naso empireumatico, severo, conserva buona pulizia olfattiva restando però concentrico (terra, radici, polveri) consegnando tuttavia un sorso asciutto, agile con una marcata connotazione salina. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2007. Annata calda e asciutta, si direbbe di frutto più che di terroir, a quel tempo capace di tirare fuori vini di grande godibilità un po’ ovunque in Campania, pieni e insolitamente carnosi soprattutto per il varietale flegreo. Ne resta un vino dal colore granato con note aranciate sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso ha bisogno di qualche minuto per liberarsi da un po’ di riduzione, lasciando poi spazio a sentori di prugna e amarena sotto spirito, sentori di sottobosco e humus, frutta secca, chiodi di garofano, erbe medicinali. Non male per una bottiglia che certamente non aveva alcuna velleità di arrivare ad oggi! Il sorso è asciutto e abbastanza fresco, anche caldo seppur non lunghissimo. 13% di alcol in volume in etichetta.

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***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre 

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Miniere

26 settembre 2020

Verso metà dell’800 accadeva sempre più di sovente che a Tufo, di tanto in tanto alcuni pastorelli rinvenivano pietre che al fuoco bruciavano sviluppando un forte odore acre di anidride solforosa, erano perlopiù sassi giallo-grigiastro composti di zolfo, gesso e argilla.

Quasi nessuno però diede particolare rilevanza a questi ritrovamenti sino a quando Francesco Di Marzo, Signore e proprietario di larga parte di questi luoghi, prese a incoraggiare i pastorelli a ricercare con maggior lena quelle pietre e dargli la posizione esatta dei luoghi di rinvenimento. Di Marzo era un uomo spiccio, parecchio deciso, non ci mise molto ad intuire che là da qualche parte vi fossero delle miniere che aspettavano solo di essere scoperte. Correva l’anno 1866!

Come spesso accade però, questo pezzo di storia trova una contrapposizione abbastanza netta con quanto tramandato invece dalla famiglia di Federico Capone di Altavilla, che sostiene sia stato lui lo scopritore delle miniere di zolfo; c’è da dire infatti che da queste parti, le imprese minerarie furono sin dall’inizio due, con due distinte proprietà e due fabbriche: quella della famiglia Di Marzo e la Società Anonima Industrie Minerarie (SAIM¤) che, del resto, delle due è l’unica sopravvissuta al tempo e ancora in parte funzionante nel comune di Altavilla Irpina.

Non c’è dubbio alcuno però che a Tufo furono certamente i Di Marzo che promossero nel tempo tante iniziative sociali che ritornava in qualche modo benessere all’areale, gli annali raccontano del primo cinematografo, dell’asilo e della scuola per i bambini, l’istituzione della società operaia, cui s’affiancarono negli anni una nuova coscienza dei diritti e dei doveri, del senso civico e man mano uno sviluppo culturale e sociale della comunità che intravedeva finalmente prospettive concrete di emancipazione.

E’ un’atmosfera decisamente lontana negli anni ma che sembra continuamente riecheggiare nell’aria mentre ci cammini le vigne qui sopra le vecchie miniere di zolfo a Tufo dove, tra gli altri, ci lavorava anche il nonno di Angelo Muto, con la nonna, invece, che aveva come compito quello di trasportare i candelotti di esplosivo utilizzati negli scavi della maniera. Lavori umilissimi, duri, pericolosi ma per tanti anni considerati manna dal cielo per queste terre in cerca di rinascita e affrancamento, lavori che hanno dato da vivere a centinaia di famiglie e l’opportunità di creare reddito e prospettive di riscatto sociale. 

Nel solco di una storia famigliare così radicata proprio qui, nel 1995 Angelo decide di acquistare proprio dai Di Marzo questi 8 ettari che si estendono tra la vecchia polveriera e l’ingresso della miniera, esattamente là dove i suoi nonni ci hanno passato una vita intera.

Di questi, poco più di 3 ettari sono vitati e votati interamente al Greco di Tufo, da qui proviene, per l’appunto, il Miniere, un bianco di straordinaria capacità evocativa, dal sapore ancestrale ma assolutamente capace di rappresentare pienamente la consistenza di questi luoghi e lo spessore dei suoi valori, un vino autentico, ossuto, pregno di consistenze ma privo di sovrastrutture, inutili ideologie, sostanza di una viticoltura semplice, attenta alla natura, sostenibile e conservativa, come il buon lavoro fatto in cantina da Luigi Sarno, al fianco di Muto sin dai suoi primi passi.

E’ una piccola enclave Miniere, dentro un territorio nemmeno tanto ampio ma che conta ben 670 ettari di vigne iscritte all’albo della Docg, riconosciuta con Decreto Ministeriale nel Luglio del 2003, con una produzione annuale di poco più di 4.000.000 di bottiglie e 8 comuni ammessi: Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Petruro Irpino, Prata di Principato Ultra, Santa Paolina, Torrioni e, per l’appunto Tufo; ovunque qui le coltivazioni sono poste ad altitudini che vanno dai 300 ai 700 metri s.l.m., in molti punti – come qui nelle terre di Cantine dell’Angelo -, lungo pendii particolarmente ripidi, in mezzo a boschi, su terreni fortemente caratterizzati da argilla e calcare, con stratificazioni vulcaniche, sabbie, gesso e minerali (zolfo) visibili già in superficie, in alcuni punti più chiaramente che in altri.

L’Aminea Gemina, di cui si parla già nelle Georgiche¤ di Virgilio, è una varietà arrivata qui dalla Tessaglia, per merito dell’antico popolo dei Pelasgi¤, così chiamata per la caratteristica forma del grappolo che presenta una spiccata gemmazione laterale, a renderlo quasi doppio, gemello, appunto. L’uva da generalmente un vino dalla tipicità ineguagliabile, con profumi che ricordano la pesca, l’albicocca, il caprifoglio, la mandorla amara, citronella, pompelmo, iris, zenzero e cannella quando più maturo. E’ dotato di spiccata acidità nonché di sostanze fenoliche che la buccia rilascia in abbondanza naturalmente durante la pigiatura. Per questa ragione il Greco viene anche definito un ‘’vino rosso mascherato da bianco’’.

**** Greco di Tufo Miniere 2018. E’ stato un millesimo abbastanza complesso, con una primavera fresca e piovosa e una lunga estate inizialmente tiepida e poi calda e siccitosa con qualche fibrillazione in fase di vendemmia. Tutto però sembra ritornare perfettamente nel bicchiere, con un vino dal profilo slanciato, agile eppure teso e vibrante, con il suo caratteristico timbro particolarmente minerale. Il colore è uno splendido paglia oro appena dorato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ricco, insolitamente complesso già ora, riconoscibilissimo, con quella sua matrice di zolfo che lascia poi spazio a fiori e frutta a polpa gialla matura. Il sorso è tanta roba, ha struttura, equilibrio e morbidezza con un finale di bocca piacevolissimo e sapido.

In diversi areali campani l’annata duemilasedici si è rivelata altalenante e sembrava non promettere benissimo a causa di gelate primaverili che in molti casi hanno segnato a fine ciclo una sensibile riduzione di produzione. L’estate, però, è stata di quelle classiche, capace di mantenere il ritmo del ciclo vegetativo costante nonostante un autunno abbastanza umido. Ne sono venuti fuori vini di buon equilibrio, con struttura, acidità e, per i rossi, tannini di grande armonia, senza far mancare punte di eccellenza in certi areali più che in altri. Vini di buona struttura insomma ma che non mancano di freschezza e nerbo, sia nei rossi che nei bianchi con ottime prospettive di longevità.

**** Greco di Tufo Miniere 2016. Miniere duemilasedici è giallo paglierino tendente al dorato. Ha un naso ricco e riconoscibile, ben oltre le note sulfuree e salmastre che certo sorprendono ma poi lasciano il campo a sentori di caprifoglio, citronella, albicocca, mandorla amara. Il sorso ci pare più equilibrato e morbido del precedente, probabilmente meno profondo ma non certo meno distintivo, rinnovando quel finale di bocca in cui ritorna perentoria la piacevolissima e personalissima trama sapida che lo caratterizza appieno.

**** Greco di Tufo Miniere 2014. La duemilaquattordici è stata un’annata particolarmente austera, scarsa da un punto di vista produttivo in diverse aree della Campania ma in grado di rivelare anno dopo anno tante belle bottiglie capaci di sorprendere e affascinare. E’ giallo oro quel che ci arriva nel bicchiere, qui l’anima sulfurea e minerale è rimarchevole e caratterizzante, in secondo piano tante piccole sfumature, di fiori e frutta passita e candita, ci trovi uvetta, scorze di arancia amara, zenzero, poi frutta secca accompagnate da un sorso di carattere, anche sgraziato, dritto e indirizzato a un finale di bocca sapido, in un quadro gustativo che regala una bevuta dal piacere assolutamente edenico.

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L’abbiamo scampata bella!

11 settembre 2020

C’è già da un po’ di anni grande entusiasmo intorno ai vini campani, certi bianchi in particolare, un rinnovato e straordinario entusiasmo che fa della Falanghina, del Fiano e del Greco (ma anche del Pallagrello, per dire) vini molto ricercati ed apprezzati, come mai prima, e non solo dagli appassionati ”locali” ma finalmente da tutto il mondo.

Una lunga scia di grandi successi non ha tuttavia mancato di generare di tanto in tanto un po’ di confusione, un’ascesa che ha spinto alcuni produttori nel seguire, quasi come un mantra, alcuni modelli interpretativi sballati e in certi casi superati dal tempo pur di compiacere questo o quel winemaker di grido o, peggio, l’enostrippato di turno.

Alcuni vini, certi Greco di Tufo ad esempio, che cito non a caso, risultavano spesso sovraestratti, talvolta pesanti, addirittura ostici da berli a tavola, violentando il varietale e sacrificandone le peculiarità e l’originalità nel nome di chissà cosa, quale trip vinnaturale o bioqualchecosa; insomma, con l’dea di spostare di qualche centimetro in là l’asticella, che pur ci sembra del tutto legittima, non si è pensato alle conseguenze della poca esperienza, al pericolo di incappare in una banale omologazione, un copia incolla scontato e sicuramente lontano dagli obiettivi di qualità che meritano invece un territorio straordinario pur nella sua eterogeneità e una denominazione di prestigio come quella del Greco di Tufo Docg.

Ne raccontammo proprio Qui, ve lo ricordate? Bene, a distanza di qualche anno, a quanto pare, possiamo dire che l’abbiamo scampata bella, almeno a ”sentire” i tantissimi assaggi fatti di recente delle vendemmie ultime in bottiglia, evviva!

Per fortuna non c’è stata quella deriva stilistica che sapevamo non avrebbe condotto da nessuna parte. Tufo, per restare sul vino che più ci sta a cuore, non è Loreto Aprutino, o Oslavia, e per quanto nobile potesse risultare l’accostamento a certi vini e per quanto evocativi potessero essere certi frugali assaggi di una moltitudine di vini fatti più o meno seguendo lo stesso protocollo, con le stesse tecniche con cui si fanno certi Trebbiano in Abruzzo e Ribolla nel Collio, il risultato ci appariva sempre troppo uguale tra loro stessi, con poco o nulla di ancestrale, vini dal sorso fluido, appesantito, con poco o niente riconoscibilità varietale per non parlare di quale territorialità, liquidi talvolta opachi, altri sovraestratti più per imperizia che altro, più vicini alla tradizione brassicola che a quella enoica. Perchè di vino, in fondo, si sta parlando.

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Lapio, storica verticale di dieci annate di Fiano di Avellino di Rocca del Principe

26 agosto 2020

Rocca del Principe nasce nel 2004, sino ad allora la proprietà familiare conferiva le proprie uve, come spesso accadeva da queste parti, a terzi produttori imbottigliatori; così Ercole Zarrella, sua moglie Aurelia Fabrizio ed il fratello Antonio decisero di mettersi in proprio e puntare dritto nel produrre Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi che esprimessero al meglio una precisa loro idea di vini di territorio.

Oggi, a distanza di più di tre lustri, Rocca del Principe offre davvero un piacevole colpo d’occhio a chi arriva qui a Lapio, la cantina è proprio sulla strada provinciale Appia, in Contrada Arianiello, conta all’incirca 10 ettari di proprietà dei quali 6 coltivati a Fiano e più o meno 1,5 ad Aglianico. Le vigne del Fiano sono tutte allocate proprio lungo il colle Arianiello, la parte più alta (e suggestiva) di Lapio che rappresenta, non solo per gli appassionati, una delle zone in assoluto più vocate in regione alla coltivazione di Fiano di Avellino, possiamo dire un vero e proprio Grand Cru della denominazione.

I primi impianti risalgono in larga parte al 1990, con alcuni reimpianti del 2014, collocati su due versanti opposti del colle, a Nord e a Ovest. Il vigneto di Aglianico insiste invece in contrada Campore, anche questo da annoverare tra i luoghi di maggiore vocazione del territorio per il Taurasi, posto a 500mt s.l.m. con esposizione Sud/Est, su terreni caratterizzati soprattutto da marne argillose e calcaree, areale questo qui a Lapio dove l’Aglianico è sempre stato coltivato con grandi risultati prima di lasciare strada alla vasta diffusione del Fiano, vitigno che anche qui ha rischiato seriamente di scomparire del tutto prima di essere riportato a nuova vita, a partire dalla fine degli anni ’70, sulla spinta del grande successo commerciale delle bottiglie prodotte dalla famiglia Mastroberardino.

Qui la diversità dei terreni è fondamentale, la loro differente composizione incide in maniera molto particolare sul vino che ci arriva nel bicchiere. Parte degli ettari di Fiano, circa 4 e mezzo, sono collocati tra la parte più alta della proprietà a 600mt s.l.m. del versante nord di Contrada Arianiello, sino a degradare ai 550mt di Contrada Tognano, dove godono di un clima più fresco e ventilato con escursioni termiche decisamente più accentuate rispetto al circondario della docg. I terreni di questa zona poi sono più sciolti, caratterizzati da chiare origini vulcaniche, costituiti da uno strato superficiale di limo, sabbia, arenarie e lapilli e solo in profondità da argilla; una caratteristica che permette al suolo di trasmettere umidità anche nelle annate più calde, non a caso i vini prodotti in questa zona sono generalmente più fini ed eleganti ma anche più ricchi in acidità, nonché capaci di donare sensazioni minerali più accentuate.

La restante parte di Fiano è collocata sul versante Ovest sempre di Contrada Arianiello e in Contrada Lenze, entrambi a circa 570mt sul livello del mare. Da questa parte il microclima è generalmente più caldo ed asciutto ed il terreno più compatto, perlopiù di natura argillosa-calcarea con marne argillose in evidenza. I vini provenienti da questa zona sono di solito più ricchi, fruttati e morbidi.

I vini ottenuti dai due versanti confluivano generalmente in unico Fiano di Avellino, almeno sino al duemilaquattordici, da quando, dopo un’attenta analisi e più di un exploit in termini di espressione massima, si è cominciato a mettere in bottiglia una seconda etichetta con le sole migliori uve provenienti da Tognano, ma di questo ve ne parleremo più dettagliatamente in un prossimo post.

Presto invece ci sarà spazio per un nuovo piccolo Cru, il Fiano di Avellino Neviera, che abbiamo provato in anteprima, frutto di una intelligente e sapiente lettura di una piccola parte del raccolto duemiladiciannove da parte di Simona Zarrella, la giovane enologa di casa, allieva di Luigi Moio¤, già pienamente a suo agio nella cantina di famiglia. E’ un bianco molto interessante, fitto, ampio e complesso, che uscirà probabilmente tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022; le uve provengono da una parcella collocata dove una volta qui a Lapio c’era una neviera, precisamente una conca, ora vitata, che un tempo serviva per l’accumulo delle precipitazioni nevose che, grazie alla particolare connotazione rocciosa dei terreni e alla fitta vegetazione boschiva, riuscivano a conservarsi fin quasi alla fine del periodo estivo. 

Prima di lasciare spazio alle note descrittive dei vini assaggiati, corre l’obbligo di una doverosa premessa: sono tutti vini bianchi di straordinaria fattura, luminosi, verticali, precisi, spesso trasversali, in certe annate infiocchettati a dovere ma comunque buonissimi a bersi nonostante la giovane età. Sono questi vini dove c’è dentro tutta la forza di una terra straordinaria, c’è l’ebbrezza dello spazio infinito sopra Lapio, vissuto senza un filo di vertigini, c’è il sole riflesso sul pelo sull’acqua che non c’è ma se ne sente il fragore, quella calda sensazione che si colloca con precisione millimetrica nel sapore mediterraneo di un Fiano di Avellino avvenente, sferzante, balsamico e sapido, non a caso, sin dagli esordi, tra i migliori in circolazione.

****/* Fiano di Avellino 2019. L’ultimo nato, decisamente verticale e pieno al sorso. Il colore è paglia luminoso, ancora ”verde” sull’unghia del vino nel bicchiere, il corredo aromatico è particolarmente avvenente, floreale e fruttato, vengono fuori fiori d’arancio e litchi, ma anche kumquat e camomilla; l’annata pare offrire tanto equilibrio, ripreso dopo 1 ora, al riassaggio, tira fuori tanta più materia soprattutto al palato, è secco, fresco e sapido.

****/* Fiano di Avellino 2018. Di colore paglia, bello a vedersi, al naso è subito caratterizzato da sentori floreali e fruttati molto fini, ancora fiori d’arancio, poi agrumi (mandarino), degli accenni di frutta secca e balsami, erbe di montagna. Il sorso è asciutto, piacevolmente fresco e sapido, con una buona persistenza gustativa. E’ forse un vino più orizzontale, nonostante l’annata sia stata fresca, ma in questa fase appare infatti distendersi più in larghezza.

**** Fiano di Avellino 2017. Annata calda la duemiladiciassette, torrida per certi versi, l’impronta olfattiva risulta un tantino monocorde. Il colore conserva un bel giallo paglierino, qui le sensazioni fruttate sembrano ben mature, vi si colgono susina e pera, un piccolo accenno salmastro. Il sorso è secco, morbido, possiede buona persistenza aromatica e fruttata.

***** Fiano di Avellino 2016. Si conferma la duemilasedici l’annata della gioia qui a Lapio, annata fresca che richiama alla mente vini tipicamente mediterranei: il colore è paglia con riflessi oro appena accennati, il naso è ricco, voluttuoso, è floreale, fruttato, iodato, il frutto lascia subito spazio alla terra, svelando rimandi di frutta secca e spezie, dello zenzero candito. Nessuna concessione al tempo, sembra appena sbocciato, esempio di come il Fiano, più di ogni altro bianco campano, negli anni, sia capace di mutare lasciandosi alle spalle i tratti più immediati del varietale per lasciare spazio al carattere minerale più complesso e identitario che lo lega indissolubilmente al suo straordinario territorio.

**** Fiano di Avellino 2015. E’ stata una annata di sacrifici la duemilaquindici, appena 45 quintali di resa per ettaro portati in cantina. Resta un bianco di grande equilibrio olfattivo e gustativo. Annata calda, non eccessivamente, ma calda. Il colore conserva quello splendido giallo paglierino luminoso, nel bicchiere ci arriva un vino dal corredo aromatico finissimo ed elegante, aristocratico, è il primo della batteria dal quale cogliamo sensazioni di idrocarburi. Il sorso è secco, caldo, di lunga persistenza e piacevolezza di beva. In etichetta risalta il 14% di alcol in volume.

**** Fiano di Avellino 2014. Ne apriamo un paio, la prima ha qualche problema di sughero, a quel tempo in effetti ci fu qualche impasse con la scelta dei tappi, ci tiene a precisare Ercole Zarrella che ci accompagna nella splendida degustazione. Ci troviamo di fronte ad un grande bianco, intessuto di pienezza e complessità, ricchezza di frutto e tanta sostanza, sembra un bianco di Meursault senza il legno di Meursault. Impegnativo come confronto? Per niente! Di colore paglierino-oro, all’olfatto viene fuori immediatamente la matrice fruttata e speziata, poi la generosa terra, anche note salmastre e terziarie di lievi note di idrocarburi. Non è forse il vino che meglio rappresenta lo stile dei Fiano di Avellino di Rocca del Principe, eppure ci regala una gran bella bevuta.

****/* Fiano di Avellino 2013. Colore imperterrito, nessuna concessione al tempo, paglia-oro luminoso. Vi è in questo vino una dicotomia precisa, c’è un naso intenso, verticale, anzitutto fruttato e balsamico mentre il sorso, pur conservando una certa freschezza e piacevolezza, resta circoscritto e contratto. Buonissimo a bersi ora, ritroviamo il 13% in volume in etichetta.

**** Fiano di Avellino 2012. La longevità di questi vini non sorprende più ovviamente, rimarchevole il grande equilibrio che viene fuori dopo qualche anno di bottiglia, come la finissima tessitura di un bianco di 8 anni che si presenta così in splendida forma. Il colore è perfetto, nessuna dimostrazione di segni di stanchezza, come il naso, subito floreale, poi fruttato maturo, appena empireumatico. Il sorso è coinvolgente e fresco, ha stoffa, è sapido e di buona persistenza aromatica, è da annoverare tra quei vini di cui non smetteresti mai di godere.

***** Fiano di Avellino 2011. Con il duemilasedici il migliore della batteria, magari appena una spanna sotto, senza voler contare gli anni alle spalle. Resta un grandissimo vino! Con tanto frutto e sostanza dentro, c’è terra e sole, come la ’13, la ’16 e la ’18 anche la duemilaundici è stata un’annata di grande equilibrio. Bellissimo il colore paglia-oro, luminoso, il naso è profondo e complesso, un sorso stilla millemila piacevoli sensazioni gustative. Un grande Fiano di Avellino questo di Ercole Zarrella, di quelli che non finiresti mai di bere, offrire, in qualsiasi momento, occasione, abbinamento.

**** Fiano di Avellino 2010. Non è semplice avvicinarsi a certi bianchi senza rimanerne colpevolmente distanti, è qui che con ogni probabilità si comincia a sorseggiare l’anima più ancestrale dei vini di questa terra, dove si coglie l’esperienza del giovane vignaiolo che inizia a ”saper leggere” le sue vigne e la sua terra ben oltre il manico suggerito. Proprio a partire da qui, seppur lievemente, si fanno spazio certi aromi tostati e affumicati tipici di alcuni Fiano di Avellino, di questi territori in particolare, con espressioni molto riconoscibili del varietale e del terroir lapiano, un timbrica votata al minerale che conduce subito a iodio, note fumé e più in generale a idrocarburi.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre

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