Atripalda, Taurasi 1986 Mastroberardino

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L’azienda non ha certo bisogno di presentazioni. Il nome di per se è altisonante quanto basta, talvolta pure ingombrante; in quegli anni poi, mi riferisco ai primi anni ‘90 – che ve lo dico a fare! –, al cameriere bastava solo sussurrare Mastroberardino (ovvero mastro bernandino, ndr) per provocargli quel “non so ché” di suggestione: “vedo che il signore ne capisce, eh?.

Il vino, questo millesimo, non ha nessuno o quasi con cui confrontarsi, così per i tanti anni indietro e qualcun’altro ancora dopo; nessun termine di paragone, nessuna trama da seguire, nessuna rappresentazione identitaria da sfoggiare che non fosse una precisa idea di vino destinata a camminare le strade del mondo. E chi scriveva di vino all’epoca, ancora giusto quattro gatti, non sentiva nessuna necessità di preoccuparsi che fosse o no prodotto in quantità “industriale”, e men che meno se arrivasse da una viticoltura naturale, bioqualchecosa o altro del genere: era un Taurasi di Mastroberardino, e quel nome (non del vino sia chiaro – “Taurasi dove?” -, ma dell’azienda!) bastava da solo perché fosse una garanzia.

Un nome già unico, già storia quindi, e continuamente proiettato a scriverla la nuova storia vitivinicola campana: pochi sanno per esempio che fu proprio Mastroberardino, intorno ai primi anni ’70, ad introdurre in Italia l’impiego di colture selezionate di batteri malolattici. E in quegli stessi anni poi, più che la convinzione dell’utilizzo di solo legno grande, rovere di Slavonia e castagno per la precisione (la barrique arriverà solo qualche anno più tardi, negli anni ’90), poté l’introduzione in cantina del freddo per controllare le temperature nel corso delle fermentazioni; uno scatto in avanti per l’epoca impagabile, una conquista assoluta per l’enologia. Curioso pensare invece come oggi tutto ciò suoni quasi come una condanna per chi ama ostinatamente ribadire di fare tutto in maniera naturale e a temperatura ambiente!

L’ottantasei segna un momento importante per l’azienda di Atripalda, l’inizio del progetto “Radici”, risultato di una ricerca lunga e accurata riguardante esposizioni, composizione chimico-fisica e giacitura di tutti i terreni coltivati direttamente dalla proprietà, con l’aumento importante della densità di piante/ha e l’introduzione massiccia di impianti moderni “a spalliera” che andavano sostituendo il tradizionale, suggestivo ma vetusto sistema a raggiera avellinese, tipico soprattutto dell’areale taurasino. Ciò consentiva ai “Mastro” di riuscire a gestire meglio il nuovo parco vigne, le differenze sostanziali dovute sia alle caratteristiche pedoclimatiche che all’incidenza dell’annata, così da poter intervenire più efficacemente sulla filiera di trasformazione, dalla vinificazione all’invecchiamento; una zonazione ante litteram si direbbe.

Un assaggio per certi versi controverso, ma decisamente interessante. Un Taurasi dal colore granato con spiccata tendenza all’aranciato sull’unghia, che conserva però una buona compattezza. Il primo naso è “sporco”, quasi allontana e nonostante le due ore abbondanti concessegli viene da pensare che abbia poco o nulla ancora da offrire. Invece alla distanza viene fuori, sicuramente troppa l’attesa per chi volesse goderne una sera a cena grazie all’amico di turno (a meno che questi non abbia avuto cura di stapparlo in mattinata!), però ne vale veramente la pena. Il giorno dopo infatti il quadro olfattivo pur se scomposto ritorna particolarmente interessante: intriso di terra, humus e torba; del frutto in quanto tale nulla più o quasi, giusto qualche nota spiritosa, un tono caramellizzato, e solo parvenze di note tostate e accenni speziati. Dove però colpisce è al palato: intenso, copioso, dritto; c’è ancora tanta materia, spogliata (ma non del tutto) di quel nerbo a cui fedelmente ci si rifà quando si vuole parlare di Taurasi vecchia maniera, ma sottile, fugace, appagante. Il sorso è pulito, scivola via sulle papille gustative che è una bellezza, disincantato, setoso quasi, in perfetto stato di conservazione. Chissà a quell’epoca cosa ne pensavano gli amerrecani di questo vino?

Questa recensione esce oggi anche su www.lucianopignataro.it.

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2 Risposte to “Atripalda, Taurasi 1986 Mastroberardino”

  1. Taurasi Vigna Andrea 2002 Colli di Lapio, l’altra splendida faccia della medaglia di Clelia Romano | L’ A r c a n t e Says:

    […] all’esperienza magistrale della famiglia Mastroberardino¤ sappiamo di poter contare su grandi bottiglie e siamo convinti, più o meno tutti definitivamente, […]

  2. Taurasi Vigna Andrea 2002 Romano Clelia, l’altra splendida faccia della medaglia dei Colli di Lapio | L’ A r c a n t e Says:

    […] all’esperienza magistrale della famiglia Mastroberardino¤ sappiamo di poter contare su grandi bottiglie e siamo convinti, più o meno tutti definitivamente, […]

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