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Featuring, così cresce un territorio

17 luglio 2019

Con collaborazione musicale (identificata anche con il termine inglese featuring), si indica nell’industria musicale la collaborazione di un artista in una canzone solitamente eseguita da altri. Tale collaborazione può essere più o meno estesa e riguardare il solo ritornello o porzioni più ampie del brano.

Generazione Vulture

Prendendo spunto da alcuni riuscitissimi, tra gli ultimi ricordiamo l’accoppiata Rovazzi-Morandi che ha riscosso davvero un grande successo, che bello sarebbe raccontare di vino mettendo assieme due o più anime di un territorio pur caratterizzate tra loro da identità e storie diverse.

Di recente, qualcosa del genere nel vino accade ad esempio con Generazione Vulture, in Basilicata, ed il messaggio ci pare estremamente positivo per il futuro non solo dei vini di quella regione ma anche e soprattutto per i vini del sud. Ci sono state, e ci sono ancora in giro, diverse iniziative e prestigiose collaborazioni di vini fatti ”insieme”, ma iniziative corali come queste, dove ognuno conserva sì la propria unicità ma mette a disposizione degli altri e del suo territorio la propria storia e l’esperienza, riescono secondo noi a veicolare meglio il messaggio che non vuole e non deve essere esclusivamente di carattere commerciale ma bensì di promozione vera di tutto un areale nel suo insieme.

Che bello sarebbe, ad esempio, che anche in certi luoghi qui in Campania, in particolare in certe denominazioni spesso caratterizzate da piccole produzioni si potesse fare la stessa cosa. Solo così, forse, cresce meglio un territorio.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Campania Stories|I nostri appunti di viaggio

5 aprile 2019

Siamo a stati a Campania Stories, l’evento che puntualmente ormai ogni anno accompagna il debutto dell’ultima annata e molte delle nuove uscite dei bianchi e dei rossi campani e, con essi, prova a prendere per mano giornalisti ed appassionati provenienti da tutto il mondo portandoli in giro per le cinque province della regione alla scoperta di terre, vigne e persone. 

Campania Stories, logo

Pur senza addentrarci troppo in classifiche e didascalie, proviamo però a raccontare la nostra sugli assaggi che, tra i moltissimi buoni, ci hanno impressionato di più. A dirla tutta, di alcuni ve ne abbiamo già scritto nei mesi scorsi – trovate il link seguendo questo simbolo ¤ in evidenza, ndr -, di altri scriveremo magari più in là, frattanto proviamo a fissare bene in mente, con una o due parole, nomi, cognomi e provenienze.

Anzitutto due righe sulla vendemmia 2018. Qui in Campania è stata caratterizzata da condizioni climatiche abbastanza complesse. L’inverno ci ha consegnato il freddo solo verso febbraio-marzo con precipitazioni e temperature rigide tanto che la primavera è stata prevalentemente fresca fino ad aprile inoltrato, con un po’ di ritardo nel germogliamento rispetto alle medie stagionali. Non sono mancate tensioni e preoccupazioni per la peronospora, come i danni causati da ben due violente grandinate che hanno colpito in particolare il Sannio e la valle del Sabato. Infine l’estate, calda e siccitosa fino ad agosto, con i mesi di settembre e ottobre che si sono rivelati miti, al netto di alcuni rovesci temporaleschi. Insomma, è stata un’annata particolare e difficile da leggere, come sempre al di là della quantità, solo chi ha saputo gestire con attenzione e coraggio il vigneto e con ”mestiere” ed esperienza le vinificazioni si è portato a casa un buon risultato.

Per i bianchi duemiladiciotto l’annata può ritenersi buona anche se non al livello delle migliori degli ultimi anni. I vini assaggiati, in questo momento, sono chiaramente ancora ”crudi” e per questo contratti e in parte pungenti, ma non sono mancati assaggi interessanti, profili slanciati e pieni di freschezza, cui s’aggiungono, con evidente distacco, altri particolarmente interessanti del duemiladiciassette e duemilasedici che abbiamo trovato, via via susseguirsi nelle batterie, davvero coinvolgenti. Questi che seguono i vini che, a nostro modesto parere, almeno a questo giro, meritano una menzione speciale:

*** Asprinio d’Aversa Spumante Brut Terramasca 2017 – Drengot, piacevole, una scoperta.

*** Asprinio d’Aversa Spumante Brut Trentapioli 2017 – Salvatore Martusciello, un altare all’alberata!

*** Falanghina del Sannio Svelato 2018 – Terre Stregate, seducente!

*** Falanghina del Sannio Serrocielo 2018 – Feudi di San Gregorio, carico di promesse.

*** Fiano di Avellino Colli di Lapio 2018 – Romano Clelia¤, sottile e stuzzicante

*** Fiano di Avellino 2017 – Tenuta Sarno 1860, avvenente.

***/* Paestum Fiano Cumalé 2018 – Casebianche, intenso e affumicato.

***/* Lacryma Christi del Vesuvio bianco Superiore Vigna Lapillo 2017 – Sorrentino¤, preciso.

***/* Falanghina Campi Flegrei Settevulcani 2017 – Salvatore Martusciello¤, fedelissimo!

***/* Falerno del Massico bianco Anthologia 2017 – Masseria Felicia, inusuale.

**** Costa d’Amalfi Furore bianco Fiorduva 2017 – Marisa Cuomo, imperioso!

**** Fiano di Avellino 2017 – Rocca del Principe¤, impressionante!

**** Fiano di Avellino Pietramara 2017 – I Favati, il gioco dei sensi.

***/* Greco di Tufo 2017 – Di Meo, in divenire.

***/* Greco di Tufo Pietra Rosa 2017 – Di Prisco, certezza.

***/* Greco di Tufo Vigna Cicogna 2017 – Benito Ferrara¤, rassicurante.

***/* Greco di Tufo Terrantica 2017 – I Favati¤, in crescita.

**** Falanghina Campi Flegrei 2016 – Contrada Salandra, chiaramente definito.

In merito ai vini rossi, è sempre più il momento del Piedirosso, dai Campi Flegrei al Vesuvio è un fiorire di belle bottiglie e felici rappresentazioni; poi l’Aglianico, come sempre protagonista in Irpinia, dove auspichiamo una maggiore insistenza su versioni ”giovani” e ”alleggerite”, proprio da qui alcune belle scoperte e grandi conferme, così come in terra di Falerno, in Costiera e in Cilento dove taluni buonissimi vini s’aggiungono alle perle di sempre già prodotte da queste parti.

**** Campi Flegrei Piedirosso Agnanum 2017 – Raffaele Moccia¤, disarmante.

**** Irpinia Campi Taurasini Ion 2016 – Stefania Barbot, sorprendente!

**** Campania rosso Terra di Lavoro 2016 – Galardi, il rifugio sicuro.

***/* Campi Flegrei Piedirosso 2015 – Contrada Salandra¤, convincente.

**** Campi Flegrei Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli 2015¤ – Cantine Astroni, una pistola fumante.

****/* Paestum Aglianico Omaggio a Gillo Dorfles¤ 2015 – San Salvatore, appagante.

***/* Lacryma Christi del Vesuvio rosso Don Vincenzo 2014 – Casa Setaro, notevole.

**** Lacryma Christi del Vesuvio rosso Gelsonero 2014¤ – Villa Dora, accattivante.

****/* Taurasi Riserva Puro Sangue 2014 – Luigi Tecce, materia viva.

**** Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2013¤ – Feudi di San Gregorio, una benedizione.

**** Taurasi 2013 – Contrade di Taurasi¤, l’altra benedizione.

***/* Costa d’Amalfi Tramonti Rosso A’ Scippata 2013 – Apicella, sfrontato.

**** Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2013¤ – Masseria Felicia, una stilettata!

**** Taurasi 2009 – Perillo¤, inconfondibile.

Come sempre solo il tempo ci dirà se ci abbiamo visto lungo, frattanto non ci resta che godere di queste prime impressioni e farne tesoro per le prossime bevute!

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***** Eccellente  **** Ottimo  *** Buono  ** Sufficiente

CAMPANIA STORIES è un progetto di
MIRIADE & PARTNERS S.R.L.
Piazza De Marsico, 17
83100 – Avellino
Tel./fax: 0825/760612
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Comfort Wines, ad esempio il Fidelis di Cantina del Taburno e il Rubrato di Feudi di San Gregorio

22 gennaio 2019

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Irpinia Aglianico Rubrato 2017 Feudi di San Gregorio - foto l'Arcante

Ne abbiamo già scritto qui, sono generalmente considerati economici e percepiti come semplici, immediati, che non richiedono particolari attenzioni oppure conoscenze specifiche in materia di degustazione per essere spiegati e apprezzati sin dal primo sorso. Vi sono, tra questi, alcuni vini che lentamente, anno dopo anno, sono letteralmente entrati a far parte della vita quotidiana di appassionati e non. 

Due esempi a noi molto cari sono il Rubrato di Feudi di San Gregorio e il Fidelis di Cantina del Taburno, entrati con pieno merito nella quotidianità dell’appassionato che oggi fa la spesa al supermercato, domani magari va ospite a pranzo a casa di amici, al sabato sera gli tocca scegliere il vino al Wine Bar oppure al Ristorante. Due nomi che vanno ben oltre la rappresentazione dell’azienda stessa che li produce, qualcuno lo ricorderà ma non di rado sono stati percepiti addirittura come una denominazione a se stante mentre per molti, possiamo dirlo senza temere smentita, continuano ad essere un investimento sicuro, moneta sonante per far girare velocemente la cantina.  

Il Rubrato viene prodotto ininterrottamente dal 1994, un Best Seller che ha pochi eguali in Campania dove continua a registrare i numeri più importanti tanto sul mercato Ho.Re.Ca quanto su quello della Grande Distribuzione Organizzata, oggi ribattezzata ”Canale Moderno”. Un rosso da uve Aglianico sempre all’avanguardia, dal colore vivace, franco ed espressivo al naso come al palato, dal sorso preciso e immediato come questo duemiladiciassette, un classico passpartout per entrare nelle corde di chi volge i primi passi con il vino, l’abbinamento cibo-vino o mostra le prime attenzioni ai varietali tradizionali dell’entroterra campano rifuggendo però dalle astringenze classiche dell’Aglianico.     

Aglianico del Taburno Fidelis 2015 Cantina del Taburno - foto l'Arcante

Alla stessa maniera dobbiamo dire del Fidelis di Cantina del Taburno, altro campione di vendite che ci accompagna praticamente da sempre. Se ne imbottigliano mediamente circa 150.000 bottiglie l’anno, anche qui Aglianico ma di provenienza dell’areale del Taburno; il vino base fa fermentazione malolattica in botti grandi da 50 e 100hl e quindi viene lasciato affinare in barriques generalmente di secondo e terzo passaggio. Venduto in larga parte in GDO non manca però quasi mai nelle migliori carte dei vini di Ristoranti e locali che hanno a cuore una scelta mirata di vini da proporre soprattutto al bicchiere.

Siamo rimasti piacevolmente soddisfatti da questo duemilaquindici, un rosso dal colore rubino e dai profumi gradevolissimi di piccoli frutti neri, dal naso ampio che ricorda toni scuri di grafite e sottobosco, finanche di tabacco. Il sorso è asciutto e profondo, il lungo percorso di affinamento lo alleggerisce dalle austerità caratteristiche dell’aglianico di queste terre beneventane consegnandogli però buon equilibrio e tipicità, unite a vivacità gustativa e piacevole persistenza.

Leggi anche Comfort Wines, most unwanted Qui.

Leggi anche Quattro grandi classici italiani da non perdere mai di vista Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Benevento sottacqua, l’amore, il cataclisma e lo scuorno

22 ottobre 2015

Un angolo di Sannio - foto sanniopress

di Daniele Priori¤

Poca Italia si accorge di Benevento. Città alluvionata, in questo inizio autunno, dove l’esondazione dei due fiumi, il Sabato e il Calore, non fa nemmeno notizia o ne fa poca. Ripiegata, un po’ nascosta nel suo ruolo di città comprimaria, per niente metropolitana, tra le pieghe e le gerarchie delle notizie. Non se ne parla quanto si parlò di Firenze coi suoi letterati. Non quanto Genova coi suoi cantautori che sui frequenti nubifragi hanno scritto anche canzoni.

L’Italia attorno a Benevento invece dorme. Come le cime appenniniche che la cingono in una valle. Che sembrano una donna in sonno e così i beneventani l’hanno chiamata: la Dormiente. Italia profonda, Benevento, nel cuore della Campania. O meglio: nel cuore del Sannio. Vissuta da gente dura, come il dialetto scavato tra le montagne e il clima continentale che non ti accoglie come il vernacolo bagnato di mare e poesia che c’è a Napoli o a Salerno.

La bellezza, l’archeologia, l’arte, la storia ci sono ma nessuno si cura di metterle in luce. Come ci sono quei due fiumi di cui nessuno si è più avveduto dal 1949, quando esondarono drammaticamente, provocando morti, appena pochi anni dopo la tragedia della seconda guerra mondiale e dei devastanti bombardamenti subiti, per i quali ebbe la medaglia d’oro al valore civile nel 1961. Erano quelli, persino nell’Italia profonda del Sannio, gli anni del miracolo, vero o presunto, che a Benevento e dintorni fruttarono poltrone a ministri, sottosegretari e ancora oggi a eurodeputati.

Nella vicina Telese, città famosa per le terme e per una festa di un partito rimasto in vita solo a Ceppaloni, c’è anche un lago nel quale passeggiano amabilmente famiglie di zoccole nel degrado più assoluto. Qui nel Sannio li chiamano così. Sono topi belli grossi, pantegane, che non somigliano affatto alle donnine lascive e discinte. Benevento, nome che oggi somiglia così tanto a benvenuto ma un tempo – come un po’ tutti studiammo al liceo – era Maleventum, appellativo che, già di primo acchito, non prometteva nulla di buono. La città che dopo la dominazione longobarda si ritrovò – tra mito medievale e una successiva realtà di folle caccia – infestata di streghe, molto presunte ma perseguitate davvero dai cristiani coevi e successivi, come è noto assai meno illuminati degli ultimi pagani.

Benevento città di giovani che se ne vanno, senza riuscire a spiegare al mondo il luogo dove sono nati. Studiano, crescono, lavorano da precari lontano da casa, per non tornarci se non, senza troppa voglia, un mese d’estate. Benevento come i migranti, che sono anche qui, e imparano l’italiano pieno di verbi al passato remoto che si usano qui, più che sufficienti a raccontare come da queste parti non ci sia poi tanto da fare e che dunque, anche loro, se ne vorrebbero andare via. Benevento come due ragazze che si sono innamorate tra i fiori di una serra e il latte di un golosissimo caseificio. Che cariche di sogni, verdi piante, torroncini di San Marco e mozzarelle di bufala, di tanto in tanto raggiungono Roma, così vicina e così lontana, per una notte d’amore in motel chiamato Libertà.

Il loro amore, un po’ come il corso inesorabile dei fiumi Sabato e Calore, scorre, fino a creare alluvioni inevitabili senza le dovute cure. Ma qui, l’abbiamo capito passando tra la città e la bella pietrosa provincia in cui vide i natali Padre Pio, si preferisce di gran lunga non ricordare, non pensare, non prevedere, quasi non si voglia disturbare un equilibrio apparentemente incantato e fuori dal tempo. Come per non svegliare il sonno incosciente e senza sogni della Benevento dormiente.

Si fa finta di niente per non creare inutilmente scuorno, si dice così qui. Almeno fino al prossimo cataclisma, quando a svegliarsi sarà ancora la natura. Che sia poi un fiume o un terremoto sociale poco importa. Quello che conta e conterà, purtroppo, sarà ancora una volta il sonno, in questo caso, però, del resto d’Italia, oltre Benevento, che per colpe da dare tutte alla catalessi dei sanniti, non riesce a far condividere, nemmeno sulle pagine Facebook, le tragedie del Sannio, di Benevento, della sua provincia, percepite dalla maggioranza lontanissime, quasi più di uno tsunami indonesiano. Perché troppa Italia non è mai arrivata da queste parti e mai ci arriverà. Non tanto per la profondità della valle nella quale giace Benevento ma perché nessuno, continuando a dormire, si è preoccupato di mettere neppure i segnali sufficienti sulle strade.

Credits: SannioPress

Blog fondato da Billy Nuzzolillo nel 1999

Diretto da Giancristiano Desiderio


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