Tre parole

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Capita di svegliarsi al mattino con un motivetto nelle orecchie. Capita che accendi la tv e la prima cosa che ti appare è la scena madre del Titanic. E quando metti mano alla correzione della carta dei vini vai a levar via ancora due tre gioielli dalla tua collezione. Ci pensi un po’ su e ti vengono in mente tre parole…

Il Lungo, il corto, il pacioccone

Lungo. E’ l’amplesso del manuale del sommelier. E’ la ragione di vita di chi scrive di vino, soprattutto di chi scrive di vino. Un rosso dal finale lungo è un po’ come ritrovarsi dinanzi alla scena dell’affondamento del Titanic¤: panico ovunque, l’orchestra che suona, la speranza che i soccorsi arrivino in tempo nonostante sia già tutto scritto da quasi cent’anni.

Non mi piacciono i vini ‘lunghi’ se monocordi e avvitati su se stessi. La confettura e l’alcol non sono poi tutto sto gran piacere. Mi fa impazzire invece un Riserva Ducale Oro 1985 di Ruffino che lo tieni nel bicchiere e che per almeno due ore ti manda al manicomio coi riconoscimenti e i sentori. E che sorso dopo sorso si distende, si allunga ogni volta dippiù e in maniera diversa. Una straordinaria esperienza pei sensi, un grandissimo esempio di come da quelle parti si sia persa la retta via da molto tempo.

Corto. E’ una parola che nel linguaggio comune dei degustatori seriali viene considerata con accezione negativa se non con vero e proprio senso spregiativo. Non è mica sempre così, o almeno non tutte le volte. Se bevo un Brunello di Montalcino oppure un Taurasi di chicchessia giusto per fare due nomi e mi viene da dire ‘corto’ allora val bene discuterne. Ma dinanzi a un rosato ma anche a un bianco d’annata, senza particolari velleità, quella stessa parola andrebbe soppesata e ben interpretata. O spiegata meglio.

Così non mi preoccupa affatto se il Rosalice 2012 di Felicia¤ è un vino che qualcuno potrebbe intendere ‘corto’. Anzi, siamo sicuri che certi vini debbono avere proprio tutto? Quel colore rosa appena sussurrato e quel bouquet tanto poco ruffiano mi è piaciuto molto, assolutamente fuori dal coro, ed il fatto che in bocca terminasse fresco e sapido e basta non mi ha particolarmente allarmato. Non è che sta proprio qui il successo dei rosè provenzali?

Pacioccone. Prometto di ritornarci su con maggiore cognizione. Di solito lo faccio dopo averci camminato le vigne, bevuto i vini coi produttori che è possibile incontrare, giusto per non dire cose campate in aria. Bolgheri non è più la El Dorado toscana, mi pare e i vini bolgheresi vanno mutando in cerca di una più precisa identità che non sia solo piaciona e confettata. In effetti basterebbe stappare qualche bottiglia di Sassicaia 2002 oppure Ornellaia 2000 per rendersi conto che i riferimenti ci sono sempre stati e che magari andavano studiati bene anziché copiaincollare a cazzo di cane. Due belle bevute di cui è superfluo tirare le fila ma che val bene ribadire a dieci anni e più dalla vendemmia. E non mi si venga più a dire che il duemiladue è stata un’annata disastrosa!

Liberamente ispirato a ‘Il Lungo, il Corto e il Pacioccone¤ – ©Zecchino d’Oro 1968.

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