Archive for the ‘Toscana’ Category

Un vino fuori dal tempo e dentro la storia, la Vernaccia di San Gimignano 2018 di Panizzi

14 maggio 2020

A volerci capire qualcosa in più sulla Vernaccia di San Gimignano è necessario armarsi di sana pazienza, di una bella dose di curiosità e notevole passione; non è detto che ci si riesca sino in fondo, la strada da percorrere nelle maglie della storia è tanta, ma almeno potremmo dire di aver imparato qualcosa di nuovo di cui fare senz’altro tesoro.

Senza spingerci troppo in là nel tempo, poiché ci sarebbe da arrivare indietro sino alla fine del 1200, quasi 1300, facciamoci bastare di ripartire dalla prima metà del ‘900, da quelle radici sulle quali poggia la rivincita contemporanea di questo straordinario vino bianco italiano, a Denominazione di Origine Controllata e Garantita dal 1993 e tra i pochi a potersi addirittura fregiare anche della menzione Riserva in etichetta.

Tutto rinasce negli anni ’30 quanto si riprende a piantare, inizialmente a macchia di leopardo, l’antico vitigno Vernaccia su tutto il territorio di S. Gimignano, attività che riprenderà in maniera più massiva nel dopoguerra. E’ infatti negli anni ’60 del secolo scorso che il vitigno qui sembra prendere il sopravvento su tutte le altre varietà tradizionali toscane, così da fare di San Gimignano un compound bianchista dove l’uva a bacca bianca ne caratterizza così profondamente la produzione di vino tanto che nel 1966 diviene addirittura il primo vino italiano ad ottenere la Denominazione di Origine Controllata, poi sopravanzata dalla Docg nel 1993.

Il disciplinare prevede che le uve provengano esclusivamente dal territorio comunale di San Gimignano e che il vino sia prodotto con uve provenienti da vigne dove siano presenti per l’85% Vernaccia di San Gimignano e una presenza massima del restante 15% di altri vitigni a bacca bianca non aromatici, autorizzati in Toscana; non sono però consentiti l’impiego dei vitigni Traminer, Muller Thurgau, Moscato Bianco, Malvasia di Candia, Malvasia Istriana, Incrocio Bruni 54 mentre è possibile piantarvi Sauvignon e Riesling, che possono concorrere alla produzione da soli o congiuntamente sino al 10%. La tipologia Riserva prevede una sosta in affinamento di almeno 11 mesi in cantina, più 3 in bottiglia, prima dell’immissione al consumo. Tutti i processi di vinificazione delle uve ed affinamento del vino devono avvenire all’interno dell’area di produzione.

E’ a cavallo degli anni ’80 e ’90 che nasce Panizzi, proprio con questa etichetta qui, tra le prime ad appassionarci a questa tipologia di vino bianco italiano e che, ancora oggi, a distanza di 30 anni, viene prodotta con le uve Vernaccia di San Gimignano e un piccolo saldo del 5-7% di Incrocio Manzoni e Trebbiano, provenienti da tutti i vigneti aziendali di Larniano, Montagnana, Santa Margherita e Lazzeretto. L’azienda conta oggi ben 60 ettari coltivati prevalentemente con Vernaccia, altre varietà bianche da sempre coltivate sul territorio e ancora altri vitigni a bacca rossa, con vecchi e nuovi impianti, come Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon destinati ai vini San Gimignano rosso e Chianti Colli Senesi, denominazioni che qui si incrociano su più punti dello stesso territorio.

L’azienda, fondata da Giovanni Panizzi, dal 2004 è passata nelle mani della famiglia Niccolai, può farsi vanto di essere ormai un grande classico di questa denominazione e anzi, rimane forse tra le poche a conservare una certa continuità qualitativa ad ogni vendemmia, capace di mantenere equilibrio e difendere una precisa identità espressiva, proprio come nel caso di questa Vernaccia duemiladiciotto che ne rappresenta al meglio ogni suggestione di merito, un vino fuori dal tempo e dalle mode ma pienamente dentro la storia di questo territorio.

Possiede un bel colore giallo paglia, ben luminoso. Il naso è fine, il profumo è delicato con sentori subito floreali e fruttati in primo piano, vi si colgono gelsomino, tiglio e mela golden, cui s’aggiungono un refolo balsamico e un sentore di polvere di pomice. Il sorso è decisamente asciutto, armonico, sapido, con un finale di bocca che sa lievemente di mandorla amara. Non è difficile immaginarne progressione e capacità di affinamento, possiede struttura, ampiezza e buona persistenza gustativa, l’abbiamo senz’altro colto in piena gioventù ma siamo certi che a dimenticarne qualche bottiglia in cantina, fosse anche per una decina di anni, non mancherebbe mai il suo appuntamento con la storia, presto o tardi che arrivi. 

© L’Arcante – riproduzione riservata

Comfort Wines, Chianti Gratena 2017 Fattoria di Gratena

25 marzo 2020

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Il Chianti Gratena in tal senso è una piacevole conferma e ci piace l’idea di collocarlo di diritto tra questi vini sicuri da non farsi mai mancare, etichetta che ci rimette in pace con una delle denominazioni più bistrattate che annoveriamo in Italia, dietro la quale si possono nascondere talvolta magre delusioni e bottiglie il più delle volte scontate e prive di quella riconoscibilità, di quel carattere autentico che ci si aspetta invece da una denominazione dalla grande storia, famosa in tutto il mondo per il suo territorio straordinario pur nella sua estrema eterogeneità. Per fortuna, ci viene da dire, riesce ancora a sorprendere e a conquistare.

Qui siamo a Gratena, nel comune di Pieve a Maiano, in provincia di Arezzo, in area Chianti docg. L’azienda è biologica dal 1994, stiamo parlando di 180 ettari di cui 17 a vigneto e 1600 olivi tutti gestiti in maniera sostenibile e quanto più naturale possibile, con concimazioni con letame, trattamenti con solo rame e zolfo, vendemmia esclusivamente manuale. Di questa splendida realtà ne abbiamo scritto, tra i primi, già qualche anno fa¤, rimanemmo particolarmente colpiti proprio da questa etichetta annata duemilatredici: un rosso tanto sincero quanto disarmante, con tanta frutta già al primo naso e un sorso pieno di soddisfazione, secco e ben bilanciato, morbido e sapido, snello e avvolgente, piacevolissimo da bere.

Ci siamo tornati su con questo duemiladiciassette e la netta sensazione di qualità del vino nella bottiglia emerge nuovamente sin dall’approccio nel bicchiere: il colore rubino è appena un po’ più scuro, il naso è subito invitante, ricco di sensazioni fruttate e floreali, pieno di verve, piccole sfumature, vi si coglie la viola, il melograno, la mora, il ribes. Il sorso è avvolgente, asciutto, lievemente tannico e di buon corpo, l’annata calda e siccitosa ne tratteggia un profilo gustativo di maggiore spessore senza però privarlo di agilità e freschezza.

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Chianti Classico Gran Selezione Riserva Ducale Oro 2012 Ruffino

18 febbraio 2020

E’ l’amplesso del manuale del sommelier, la ragione di vita di chi scrive di vino, soprattutto di chi beve e scrive di vino: un vino rosso dalla grande storia, ampio, gaudente e dal finale lungo almeno quanto il nome che reca in etichetta, un po’ come ritrovarsi dinanzi alla scena dell’affondamento del Titanic¤: momento epico, l’orchestra che suona, la speranza che i soccorsi arrivino in tempo e che accada qualcosa di inaspettato nonostante il finale sia già tutto scritto.

Diciamolo subito, il Riserva Ducale Oro duemiladodici ci è piaciuto, non meno delle annate precedenti e non ha certo influito la menzione Gran Selezione che ha contribuito, se proprio vogliamo dirla tutta, solo a confondere un po’ le idee.

Così siamo andati a studiarcela e abbiamo imparato che un tempo c’era il Chianti, poi, dal 1967, la zona di produzione più antica viene meglio specificata con ”Chianti Classico”. Stiamo parlando di un’area storica più limitata, collocata fisicamente tra le province di Firenze e Siena intorno alla quale insistono poi diverse sottozone del Chianti: Colline Pisane, Colli Aretini, Colli Senesi, Colli Fiorentini, Rufina, Montalbano, Montespertoli. Tutte docg basate sul Sangiovese, previsto come minimo tra il 70% e l’80% nell’uvaggio sino all’essere utilizzato in purezza.

A questo vi si aggiungono le Riserve, quei vini cioè con invecchiamento di almeno 24 mesi e, tra i Chianti Classico con almeno 30 mesi e 13% di alcol in volume, la menzione Gran Selezione che tradotta in termini di qualità dovrebbe garantire la massima espressione possibile di questo territorio.

Cosa che questo Riserva Ducale Oro di Ruffino riesce a fare abbastanza bene, sebbene continuiamo a rimanere particolarmente suggestionati dalle versioni Sangiovese purosangue. Questo rosso nasce infatti con Sangiovese per l’80% con un saldo di Merlot e Colorino per la restante parte, uve provenienti dalle tenute di Gretole e Santedame a Castellina in Chianti. Il colore è rosso rubino con riflessi granato sull’unghia del vino nel bicchiere, il naso è subito sfrontato, ci sono rimandi alla viola e alla prugna, ancora a note fruttate di visciola e sensazioni di foglia di pomodoro e spezie dolci. Il sorso è pieno, ha tessitura importante e buon equilibro gustativo, con una interessante trama acido-tannica.

Ben presto, si vocifera, la menzione Gran Selezione potrebbe diventare marchio distintivo a disposizione di tutti i produttori del Chianti, non solo quindi per coloro i quali producono all’interno dell’area storica. Si resta a guardare quindi in attesa che accada qualcosa di inaspettato nonostante il finale sia, pare, già tutto scritto.

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Non è una storia qualunque quella del Gratena Nero

24 gennaio 2020

C’era una volta una piccola vigna di 700/800 piante semi nascosta in una parte alta e poco battuta di una Fattoria toscana in zona Chianti, un fazzoletto di terra dedicato poi a Beppone, l’ultimo contadino a mezzadria della fattoria che, tra gli altri, aveva preso particolarmente a cuore proprio questi pochi filari sino alla soglia dei novantanni, quando nel 1980 dovette cedere il passo ad altri.

In tempo di vendemmia proprio qui Beppone ci trascorreva infatti gran parte della giornata già dal mattino presto; da qui, per quanto pochi, provenivano grappoli d’uva dolcissimi che maturavano per prima e spesso con un anticipo di almeno 3 settimane rispetto alle altre varietà presenti nella Fattoria.

Siamo a Gratena, nel comune di Pieve a Maiano, in provincia di Arezzo, in area Chianti docg. L’azienda è biologica dal 1994, stiamo parlando di 180 ettari di cui 17 a vigneto e 1600 olivi tutti gestiti in maniera sostenibile e quanto più naturale possibile, con concimazioni con letame, trattamenti con solo rame e zolfo, vendemmia esclusivamente manuale. Di questa splendida realtà ne abbiamo scritto, tra i primi, già qualche anno fa proprio Qui, rimanemmo particolarmente colpiti dal loro Chianti Gratena duemilatredici, un rosso tanto sincero quanto disarmante, con tanta frutta già al primo naso (arancia sanguinella, melograno, mora, ribes, ndr) e un sorso pieno di soddisfazione, secco e ben bilanciato, morbido e sapido, snello e avvolgente, piacevolissimo da bere.

Tornando un po’ indietro con gli anni, era il 1997 quando, al tempo di programmare l’estirpo di alcuni appezzamenti per procedere al graduale rinnovo dei vigneti, ci si accorse quasi per caso di un particolare della vigna del Beppone: era tempo di vendemmia e in pianta come sempre c’era poca uva, un centinaio di chili, ma ciò che attirò l’attenzione furono le foglie, a guardarle con attenzione erano molto strane per una varietà Sangiovese e più simili a quella di un Cabernet o di un Merlot. L’uva era sempre dolcissima e coloratissima, quasi inchiostro, ma saggiandola non aveva per nulla l’erbaceo del Cabernet. Non era Sangiovese, né Colorino, e nemmeno una varietà internazionale.

La curiosità condusse a vinificare separatamente quei pochi grappoli per qualche vendemmia e gli assaggi a venire del vino, che era scurissimo, denso, violaceo, assai empireumatico e molto tannico, faceva presagire ben poco di quanto invece era capace di esprimere dopo qualche mese di sosta in legno e in bottiglia: conservava un colore vivacissimo e sprigionava infatti profumi molto particolari, oltre che un sapore straordinario, quasi unico per quel territorio. Proprio come questo duemilaquindici prova a raccontarci nelle sue intenzioni: è un rosso di carattere e struttura, intenso nel colore e ampio e suggestivo al naso, il sorso è pieno e vigoroso ma si allunga piacevole e persistente sino ad un finale di bocca caldo e avvolgente; è uno di quei rossi pregni di stoffa da seguire con attenzione nella loro evoluzione nel tempo.

E’ dal gennaio del 1999 che quella vigna è stata così lentamente rinnovata grazie ad un costante reimpianto durato sino al 2010 con circa 20.000 barbatelle di quello stesso varietale tanto strano e particolare; contemporaneamente venne affidato alle ricerche del Prof. Attilio Scienza dell’università di Milano che ne ha eseguito uno primo studio approfondito di tre anni e poi, dopo quasi 10 anni, ne ha potuto delineare il profilo di un vero e proprio nuovo vitigno a bacca rossa, omologato con Decreto Ministeriale del 28/05/2010 con il nome di Gratena Nero. E l’Istituto CREA di Arezzo, con il Prof. Storchi, ha poi terminato gli studi consentendo alla Regione Toscana di poterne decretare l’ammissione agli albi regionali nel settembre del 2017. Il vitigno Gratena Nero è ora ufficialmente un nuovo vitigno Toscano.

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