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La rivincita del Greco di Tufo passa anche dal Giallo d’Arles 2018 di Quintodecimo

10 aprile 2020

Ad Arles van Gogh aveva scoperto la luce, la potenza del sole, l’importanza del giallo capace di esprimere nei suoi dipinti tutta la profondità della sua arte. Ad Arles, nella sua ”La camera di Arles¤” dell’ottobre 1888, Vincent van Gogh allenta finalmente le briglie della sua abilità tecnica lasciando vibrare tutto il suo straordinario talento: niente più puntini, niente più tratteggi, niente, solo colori in armonia. Ed è proprio qui che il suo giallo diviene davvero particolare, un giallo unico, preludio del rosso, il Giallo d’Arles…

Il Greco di Tufo è forse il vino bianco più rappresentativo della Campania, tra i primi, già negli anni ’70 a fregiarsi della doc e a varcare la soglia regionale e sbarcare così in tutto il mondo. Tutto nasce in un territorio abbastanza circoscritto in provincia di Avellino, siamo in Irpinia, dove sono infatti solo 8 i comuni ammessi alla produzione del Greco di Tufo: oltre a Tufo, che dà anche il nome alla denominazione, oggi docg, vi rientrano Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Prata di Principato Ultra, Petruro Irpino, Santa Paolina e Torrioni.

Il protagonista è quindi il Greco, un vitigno abbastanza complicato da coltivare ma soprattutto di difficile gestione in cantina: ha generalmente un grappolo compatto, buccia sottile, un ciclo vegetativo piuttosto lungo, nulla di più complesso da gestire in vigna soprattutto con le attuali condizioni climatiche estremamente variabili che sembrano promuovere attacchi parassitari, muffe e deficit di maturazione dell’uva. Che poi da molti tecnici viene considerato un rosso vestito di bianco, per la cura e le attenzioni che richiede anche in vinificazione, con mosti sempre molto ricchi, contraddistinti da spiccata acidità, generalmente caratterizzati da un colore cupo che varia tra il bruno e il marrone, peraltro particolarmente sensibili all’ossigeno e alle filtrazioni che già di loro incidono considerevolmente nella piena salvaguardia del patrimonio organolettico di un vino.

Anche per questo molti vini vengono generalmente vinificati e affinati esclusivamente in acciaio, così da limitare le movimentazioni delle masse in cantina e preservarne così, il più a lungo possibile, soprattutto l’integrità aromatica e la freschezza gustativa a discapito forse di operazioni che ne favoriscano la struttura e magari un più ampio potenziale espressivo. Una visione questa che non ci sentiamo certo di condannare, che ha però indubbiamente tenuto a freno per molti anni il reale potenziale di questo vitigno e questo straordinario territorio lasciando nel tempo emergere altre varietà e altri vini bianchi campani che si sono poi velocemente imposti sul mercato.

Pensiamo al successo, a tratti abbagliante, del Fiano di Avellino, vino che ha vissuto con grande slancio due decenni pieni di successi, tra gli anni novanta/duemila e poi, ancora, in quelli successivi il duemiladieci, allargando di parecchio la sua ombra proprio sul Greco, non fosse altro per la contigua provenienza territoriale irpina; più recentemente, per citarne ancora uno di esempio, anche la Falanghina ha saputo ben affermarsi, con i numeri del Sannio e la tipicità dei Campi Flegrei, sottraendo anche in questo caso fette di mercato un po’ a tutti gli altri vini bianchi campani sulla scena.

Ma il Greco sa essere molto altro, se appare infatti timido e dimesso nei suoi primi anni, con buone velleità evolutive per 4/5 anni, diviene praticamente immortale quando viene interpretato al meglio, a partire certo dalla vigna, non senza passare però da una fase di lavorazione che richiede accortezza, conoscenza e mezzi tecnici in cantina affinché a finire in bottiglia ci arrivi solo il meglio, tirando fuori così vini con profumi ampi e suggestivi e un sapore intenso e sempre coinvolgente, dal respiro originale, profondamente gratificante nella beva, proprio come ci ha abituato, tra gli altri, anche Luigi Moio nelle sue raffinate ”letture”, ogni anno sempre più affascinanti e stimolanti.

Questo di Quintodecimo è un vero e proprio Cru prodotto con le uve provenienti dalla tenuta del Giallo d’Arles di Tufo, 12 ettari piantati tutti a Greco, allevati a Guyot, da dove ci sembra venire fuori, con questo duemiladiciotto, una delle più autentiche loro versioni di Greco di Tufo degli ultimi anni; un vino dal colore luminoso e invitante, che sa di pesca gialla e pompelmo, di caprifoglio e citronella, dove emergono perentorie il frutto e il territorio, proprio grazie alle abilità tecniche¤, la profonda conoscenza del territorio e del varietale, l’uso intelligente e misurato del legno, che consentono a Moio di portare in bottiglia tutta l’anima e l’energia di questo pezzo d’Irpinia, intessuti, potremmo dire, senza più puntini, niente più tratteggi, nessuna sovrastruttura ma solo grande armonia, come fossero un lungo e prezioso filo ritorto del bisso!

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© L’Arcante – riproduzione riservata

Greco di Tufo Giallo d’Arles 2012 Quintodecimo

4 marzo 2014

Ad Arles van Gogh aveva scoperto la luce, la potenza del sole, l’importanza del giallo capace di esprimere nei suoi dipinti tutta la profondità della sua arte.

Greco di Tufo Giallo d'Arles 2012 Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Al di là delle innumerevoli opere dipinte in quel periodo ‘La camera di Arles’¤ dell’ottobre 1888 viene considerata dal pittore stesso ‘uno dei suoi più riusciti’ dove ‘l’abilità tecnica è assai più semplice e al contempo energica: niente più puntini, niente più tratteggi, niente, solo colori in armonia’.

Il greco di Tufo si sa viene considerato un vitigno complicato da coltivare ma soprattutto di difficile gestione in cantina: ha generalmente un grappolo compatto, buccia sottile, un ciclo vegetativo piuttosto lungo. Che poi da molti viene considerato un rosso vestito di bianco, per la cura che richiede anche in vinificazione, con mosti molto ricchi, generalmente dal colore che varia tra il bruno e il marrone, peraltro particolarmente sensibili all’ossigeno.

Forse anche per questo molti greco di Tufo vengono vinificati e affinati esclusivamente in acciaio, così da preservarne il più a lungo possibile soprattutto l’integrità aromatica. Ma il greco sa essere molto altro, timido e dimesso nei suoi primi anni, con buone velleità nei suoi successivi 4/5 anni, dacché diviene praticamente immortale.

In fondo Luigi Moio col Giallo d’Arles¤ oltre alla fissa della ‘Casina Gialla’ che finalmente potrà realizzare nella sua vigna a Tufo, sapeva benissimo, sin dall’inizio, che lentamente l’abilità tecnica¤, soprattutto saperci fare con il legno, negli anni, avrebbe naturalmente lasciato il posto all’energia varietale: niente più puntini, niente più tratteggi, niente, solo grande armonia! E il primo assaggio è solo l’inizio, il meglio deve ancora venire.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Tre parole

2 settembre 2013

Capita di svegliarsi al mattino con un motivetto nelle orecchie. Capita che accendi la tv e la prima cosa che ti appare è la scena madre del Titanic. E quando metti mano alla correzione della carta dei vini vai a levar via ancora due tre gioielli dalla tua collezione. Ci pensi un po’ su e ti vengono in mente tre parole…

Il Lungo, il corto, il pacioccone

Lungo. E’ l’amplesso del manuale del sommelier. E’ la ragione di vita di chi scrive di vino, soprattutto di chi scrive di vino. Un rosso dal finale lungo è un po’ come ritrovarsi dinanzi alla scena dell’affondamento del Titanic¤: panico ovunque, l’orchestra che suona, la speranza che i soccorsi arrivino in tempo nonostante sia già tutto scritto da quasi cent’anni.

Non mi piacciono i vini ‘lunghi’ se monocordi e avvitati su se stessi. La confettura e l’alcol non sono poi tutto sto gran piacere. Mi fa impazzire invece un Riserva Ducale Oro 1985 di Ruffino che lo tieni nel bicchiere e che per almeno due ore ti manda al manicomio coi riconoscimenti e i sentori. E che sorso dopo sorso si distende, si allunga ogni volta dippiù e in maniera diversa. Una straordinaria esperienza pei sensi, un grandissimo esempio di come da quelle parti si sia persa la retta via da molto tempo.

Corto. E’ una parola che nel linguaggio comune dei degustatori seriali viene considerata con accezione negativa se non con vero e proprio senso spregiativo. Non è mica sempre così, o almeno non tutte le volte. Se bevo un Brunello di Montalcino oppure un Taurasi di chicchessia giusto per fare due nomi e mi viene da dire ‘corto’ allora val bene discuterne. Ma dinanzi a un rosato ma anche a un bianco d’annata, senza particolari velleità, quella stessa parola andrebbe soppesata e ben interpretata. O spiegata meglio.

Così non mi preoccupa affatto se il Rosalice 2012 di Felicia¤ è un vino che qualcuno potrebbe intendere ‘corto’. Anzi, siamo sicuri che certi vini debbono avere proprio tutto? Quel colore rosa appena sussurrato e quel bouquet tanto poco ruffiano mi è piaciuto molto, assolutamente fuori dal coro, ed il fatto che in bocca terminasse fresco e sapido e basta non mi ha particolarmente allarmato. Non è che sta proprio qui il successo dei rosè provenzali?

Pacioccone. Prometto di ritornarci su con maggiore cognizione. Di solito lo faccio dopo averci camminato le vigne, bevuto i vini coi produttori che è possibile incontrare, giusto per non dire cose campate in aria. Bolgheri non è più la El Dorado toscana, mi pare e i vini bolgheresi vanno mutando in cerca di una più precisa identità che non sia solo piaciona e confettata. In effetti basterebbe stappare qualche bottiglia di Sassicaia 2002 oppure Ornellaia 2000 per rendersi conto che i riferimenti ci sono sempre stati e che magari andavano studiati bene anziché copiaincollare a cazzo di cane. Due belle bevute di cui è superfluo tirare le fila ma che val bene ribadire a dieci anni e più dalla vendemmia. E non mi si venga più a dire che il duemiladue è stata un’annata disastrosa!

Liberamente ispirato a ‘Il Lungo, il Corto e il Pacioccone¤ – ©Zecchino d’Oro 1968.


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