Barolo, Barbera d’Alba Superiore ’09 Borgogno

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Ci sono vini come questo che non smetterò mai di amare, bere, raccontare. E’ quel vino di cui molti amano descrivere tutto il suo corredo organolettico sintetizzandone l’esperienza con una sola parola: “franco”. Come a dire “è inesorabilmente lui, punto e basta!”.

Borgogno in Barolo è storia, vera, un tantino travagliata se vogliamo, per troppo tempo rimasta lì impolverata, messa in un angolo, in attesa di chissà che, chissa chi se ne ricordasse. E’ curioso pensare come un’azienda tra le più antiche di Langa, anno di fondazione 1761, potesse pagare un dazio così salato tanto da passare quasi inosservata agli occhi dei più che cercavano sul territorio un richiamo tangibile dell’origine di tutto; è vero, i riferimenti sono tanti, molti altri, ma l’inizio di tutto è anche qui, tra le mura antiche di questo piccolo gioiello nel pieno centro della “capitale” delle Langhe.

E l’avrà pensato anche Oscar Farinetti quando ha deciso, nel duemilaotto, di farne il fiore all’occhiello del suo regno enoico langarolo rilevandola, in chiaro affanno, dagli ultimi eredi Cesare e Giorgio Boschis per consegnarla nelle mani del figlio poco più che ventenne Andrea. Una bella sfida, accidenti! mi sono detto, “Una gran figata!”, mi ha risposto il giovane Farinetti. Ma di questo però ce ne occuperemo in un prossimo post raccontando di una straordinaria verticale di Barolo e di molto altro ancora.

Frattanto, il duemilanove è stato l’ultimo raccolto portato in cantina dai Boschis, con le mani ancora in pasta di Cesare; da li in poi sarebbe toccato ad Andrea Farinetti – studi in enologia appena terminati e tanta, tanta grinta -, guardarsi intorno e capire che direzione prendere per rilanciare un marchio e i suoi vini che godono sì di tanto blasone ma pure di enormi difficoltà sul mercato che, incredibilmente, stenta a credere talvolta anche all’evidenza più chiara: la storia qui di langa non può non tenere in giusta considerazione questa azienda.

Le uve, tutte di proprietà, sono coltivate in località Liste e Crosia, nel territorio del comune di Barolo. In cantina niente più lieviti selezionati e vinificazione tradizionale in acciaio, con una permanenza sulle bucce di circa una decina di giorni prima di passare per non meno di dodici mesi in botti di rovere di diversa grandezza (ma non barriques). Il colore è splendido, di un rosso rubino particolarmente intenso e vivace. Il primo naso è vinoso, l’imprinting voluminoso e persistente, viene fuori un frutto rosso fresco e invitante che ad ogni passaggio, dopo un po’, s’accompagna a sbuffate di viola passita e note ferrose, che richiamano in maniera ineludibile il terroir. In bocca è secco, pochi gli angoli acuti ma il sorso è ricco, succoso e di buon corpo, conserva nerbo senza affaticare la beva che rimane costantemente fluida e piacevole. Davvero buono! Con il “generale inverno” alle porte e con una tavola sempre più ricca, ecco un buon “soldato” da non far mai mancare in cantina.

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