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Comfort Wines, Barbera D’Asti Garitta 2017 Cascina Garitina

1 ottobre 2020

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, appaganti, vini come questo di Gianluca Morino che una volta scoperti ti restano ben impressi nella memoria, perfetti in certe carte dei vini di Osterie, Wine Bar, Ristoranti che mirano al successo di vendite soprattutto al calice.

Ne abbiamo scritto ampiamente e ci torniamo spesso e volentieri su, tra questi ci sono vini generalmente considerati economici e percepiti come semplici, immediati, che non richiedono particolari attenzioni oppure conoscenze specifiche in materia di degustazione per essere spiegati e apprezzati sin dal primo sorso. Vi sono, tra questi, anche certe bottiglie che riescono, anno dopo anno, a conquistarsi uno spazio importante nella bevuta quotidiana degli appassionati lasciando sempre buoni segnali, piacevoli ricordi.

La provenienza di questo sorprendente rosso è quella vocata dell’areale di Castel Boglione, poco a sud di Nizza Monferrato in provincia di Asti, in Piemonte, patria e luogo d’elezione di questo rinomato vitigno italiano. Cascina Garitina qui possiede ben 26 ettari vitati dai quali vengono fuori ogni anno all’incirca 130.000 bottiglie. Gianluca Morino, vigneron colto e intraprendente, continua il lavoro cominciato dal nonno e proseguito poi dal padre, qui dove si coltivano solo uve a bacca rossa tradizionali per l’areale, tra le quali anzitutto Barbera, che oggi costituisce l’85% dei vigneti.

Garitta duemiladiciassette è una vera bomba! Ha potenza e grande equilibrio, eleganza e lunga persistenza. Non è un vino banale, anzi, è un vino da scoprire e riprovare, e chissà quante ne ha da dire anno dopo anno. Se non sorprende il colore, un bellissimo rubino carico e vivace, con nuance violacee sull’unghia del vino nel bicchiere, al naso primeggiano con i classici sentori fruttati varietali delle finissime sensazioni speziate e di sottobosco molto gradevoli, avvenenti e coinvolgenti. Il sorso è intenso, avvolgente, equilibrato e pieno, con tanta materia fruttata che resta in bocca e gratifica il palato. Certo il 15% in volume di alcol in etichetta non è da trascurare, ma tutto sembra ben armonizzato per regalare una bevuta tra amici pienamente raccomandata. ⇒ La bottiglia ha chiusura con tappo a vite, la qual cosa ci piace molto.

Leggi anche Comfort Wine, most unwanted! Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Segnalazioni| Beneventano igt Radis 2017 Raffaele Di Santo

26 agosto 2019

Ci siamo imbattuti in una piacevole scoperta alla Festa del Vino di Castelvenere, questo delizioso rosso da uve Barbera (qui chiamato Camaiola) prodotto dalla piccola cantina dei cuigini Raffaele e Raffaele Di Santo.

Un primo assaggio distratto, come (quasi sempre) accade durante le manifestazioni di paese dove si susseguono sorsi e morsi senza soluzione di continuità. Ci siamo poi tornati su, spinti dalla curiosità perché proprio questo rosso, tra i tanti molteplici assaggiati, ci ha letteralmente conquistati. Scopriamo così che la piccola azienda viennerese a conduzione familiare prova a sopravvivere al difficile passaggio generazionale e lo fa riprendendo le ”vecchie abitudini” di una viticoltura sostenibile ed una vinificazione essenziale, poco invasiva e l’ultilizzo di vasche di cemento per l’affinamento dei vini rossi, proprio come avveniva negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso anche qui a Castelvenere.

Il Radis duemiladiciassette ci è piaciuto perché fitto nel colore quasi violaceodal naso verticale che regala una esplosione di frutta rossa e nera (more-prugne) e sentori floreali molto spinti su profumi di rosa e glicine. Un rosso nemmeno tanto sgraziato, da bere con gusto e che sa regalare pienezza e sostanzacon tannini gradevoli e morbidi. È un vino asciutto, rassicurante, fruttato e saporito, perfetto quando bevuto alla giusta temperatura intorno ai 14 gradi.

A Castelvenere, dopo molti anni di resistenza si sono convinti finalmente che la ”Barbera del Sannio” è stata per 40 anni solo una leggenda metropolitana che il vino di queste terre sembrerebbe in realtà fatto da sempre con l’uvCamaiola, un vitigno autoctono tutto sannita passato per Barbera per un banale disguido linguistico. Sì perché la prima vigna di quest’uva fu ritrovata qua in zona nei pressi della Chiesa di San Barbato, protettore del paese, per cui l’uva prese il nome ”Sanbarbato”, da qui Barbera.

Un equivoco, per così dire, che si è protratto sino ai giorni nostri ma che sembra vada finalmente dissolvendosi: è già in atto infatti una sorta di ”riparazione linguistica”, sorretta da riscontri storici ed ampelografici, che certamente porterà molta più chiarezza sul tema agevolandone quantomeno l’immediata riconoscibilità territoriale dei vini rossi qui prodotti.

Cantina Raffaele Di Santo
Via Scavi 45, Castelvenere (BN)
Cell.: +39 329 387 3053
Sito: http://www.cantinadisanto.com – E-Mail: cantinadisanto@gmail.com
 

Credits: la foto è di Pasquale Carlo¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Uno straordinario Barbaresco Sorì Tildìn ’90 Gaja

19 novembre 2013

E’ indubbio che Angelo Gaja¤ e i suoi vini¤ dividano da sempre appassionati e critica. I primi, pur sedotti dalla bontà dei suoi vini si vedono tagliati fuori da un consumo per così dire abituale per una precisa collocazione sul mercato delle sue splendide bottiglie¤ in una fascia decisamente alta per le disponibilità di molti.

Barbaresco Sorì Tildin 1990 Gaja - foto L'Arcante

Una scelta ben precisa che da sempre contribuisce ad alimentare il mito e a farne oggetto del desiderio ma allo stesso tempo, quasi come un contrappasso, a tenerle sempre sulla graticola del ‘sì buono, ma caro’¤. Così la critica si divide da sempre, soprattutto quella più smaliziata ed ‘esperta’; invero anche per tante altre questioni, leggi tipicità, tradizione, punti di vista ecc… che lo stesso Angelo non ha mai lesinato ad alimentare a suo modo (con astuzia) nonostante certe scelte, alcune sue iniziative, posizioni, pur se talvolta di profonda rottura, potessero essere ben comprese se non anche condivise da altri.

Tant’è Gaja, e Angelo Gaja in quanto personalità davvero unica nel suo genere sono a pieno titolo nella storia del vino italiano e questo nessuno potrà mai metterlo in discussione, nessuno.

Sorì Tildìn 1990 è stato uno degli ultimi cru di Barbaresco uscito dalla cantina di via Torino prima della decisione di abbandonare la docg, col 1996, con i Sorì e il Costa Russi. Decisione che suscitò non poco clamore, soprattutto per la montante paura di una invasione dei cosiddetti vitigni internazionali anche in Langa. Scelta che fu presa, stando a quanto ci consegna la storia oggi, per consentire l’utilizzo di un 5/6% di barbera nei Barbaresco (e Barolo) così da attenuare l’importante acidità del nebbiolo di quelle terre.

L’assaggio di questo ’90 è di quelli memorabili, uno dei migliori vini mai avuti nel bicchiere: vivo, sfrontato, infinito. 23 anni dopo non c’è schema che tenga e non c’è appiglio cui fare ricorso. Grande. Certo quel maledetto tappo ci ha dato non pochi grattacapi ma alla fine ne vien fuori un’occasione di quelle che mai prima.

Il colore è maturo ma perfetto, rubino appena aranciato sull’unghia del vino nel bicchiere, luminoso e trasparente. Il ventaglio olfattivo è ammaliante, l’incipit è impressionante: subito speziato, vien fuori ricco e variegato; tenerlo in caraffa, lungamente, gli dona una vivacità incredibile, ad ogni passaggio vira continuamente dal varietale all’emozionale, ritorna preciso sui frutti di neri ad ogni sorso, alla prugna e poi al tabacco, china, rabarbaro mentre in bocca è ancora teso, finissimo, ampio, avvolgente ma teso, in perfetto stato di grazia. Pura emozione.

Fieno di Ponza bianco ’11 di Cantine Migliaccio

21 febbraio 2013

Ponza è un posto magico, vi si dovrebbe passare almeno una settimana l’anno della propria vita; non a luglio o ad agosto naturalmente, mesi in cui la calca dei turisti ingolfa la passeggiata del Porto e la caciara dei natanti le acque antistanti.

Lazio bianco Fieno di Ponza 2011 Antiche Cantine Migliaccio - foto A. Di Costanzo

Di quei luoghi ho ricordi bellissimi ed un grande unico cruccio, Palmarola, che non son stato capace di visitare, causa mare grosso, entrambe le volte che sono passato sull’isola e per tutta una intera settimana. Da sfigati insomma, ma mi rifarò.

Da uno dei promontori più suggestivi dell’Isola di Ponza, punta Fieno, arriva questo insolito e caratteristico bianco composto in massima parte da biancolella e falanghina, vino dal profumo vulcanico e dal sapore antico. Ci lavorano da un po’ di anni con una certa perseveranza ed ostinazione Luciana Sabino¤ e suo marito Emanuele Vittorio; ne avrete letto tra l’altro già qui¤.

Punta Fieno, le vigne sopra la collina

In cantina l’hanno condotto con mano ferma prima il bravo Maurizio De Simone, che ne ha saputo immediatamente leggere ed interpretare l’anima valorizzandone al massimo la “naturalità” espressiva e poi, oggi, con una visione prospettica altrettanto interessante Vincenzo Mercurio¤, capace di sottolinearne al meglio tutta la matrice minerale esaltandone il profilo organolettico decisamente sopra le righe.

Il Fieno bianco 2011 viene fuori da quei 2 ettari di vigna piantati per lo più nel tufo tra le sabbie dei muretti a secco lungo quella piccola collina che lega la splendida Chiaia di Luna al Faro, posto raggiungibile esclusivamente attraverso una stretta mulattiera; un luogo di una suggestione unica, che durante le estati più calde fa registrare temperature vicine ai 40-50 gradi, anche se rinfrescate nella notte da escursioni termiche altrettanto importanti. Ne viene fuori un bianco dal corredo aromatico molto particolare, per lunghi tratti sulfureo, salmastro, che sa di fieno (!) e genziana, dal sorso efficace e sgraziato. Un quadro organolettico certamente non banale e sostanzialmente assai tipicizzante un vino unico nel suo genere, insolito e da provare e riprovare anche nel tempo.


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