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E’ venne il giorno del Barolo Borgogno a Capri…

30 maggio 2012

L’Olivo DiVino

Storie di vino e di alta gastronomia nello stile de La Dolce Vite 

Venerdì 15 Giugno ancora un appuntamento imperdibile in Dolce Vite, la cantina del Capri Palace Hotel&Spa di Anacapri con la storia dell’azienda Borgogno, del Barolo e delle sue straordinarie terre di Langa.

Si parte alle ore 20.00 con un aperitivo di benvenuto in cantina, con l’Alta Langa Pas Dosé Contessa Rosa 2007 ed il Langhe Nebbiolo No Name 2008 di Borgogno. Durante la cena invece, realizzata a quattro mani dal nostro Executive Chef Andrea Migliaccio ed Ugo Alciati, chef nonché patron del Ristorante Guido a Pollenzo, verranno proposti quattro Barolo Riserva tra i quali le annate storiche del ’78, ’85, ’96 ed una delle ultime più apprezzate, quella del 2005. Un momento DiVino, imperdibile! 

Per informazioni e prenotazioni:
Ristorante L’Olivo – Due Stelle Michelin
Capri Palace Hotel & Spa
Via Capodimonte 14, Anacapri.
Tel. 081 978 0560
olivo@capripalace.com
www.capripalace.com
 
Ufficio stampa Capri Palace Hotel&Spa
Marita Rivas
Tel. 081 9780228
pr@capripalace.com

Serralunga d’Alba, Nebbiolo 2008 Casa E. di Mirafiore: rinasce così una storia d’amore in langa

5 novembre 2011

La storia di Casa E. di Mirafiore (E. sta per Emanuele, ndr) è piuttosto lunga, un tantino travagliata, e complessa. Una storia però affascinante, che non manca di raccontare di personaggi di primissimo piano, addirittura Re e Regine, di “preferite” e titoli nobiliari riparatori; e poi principi – tali e presunti – e fratellastri in arme; e ancora di vigne, vino, spartizioni, odio, vizi capitali e virtù smarrite.

Per farla breve, quanto all’azienda, c’è un vecchio listino del lontano 1897 che ne certifica l’antica e preziosa origine; poi il passato si fa grande, prestigioso, quasi ingombrante, culminando in anni di massimo splendore commerciale sino al 1918. Da qui però un lento ed inesorabile declino, fino al totale smarrimento, più o meno sul finire degli anni trenta. Poi, per settantasette anni filati niente più, nemmeno un sussulto, sino a quando Oscar Farinetti, Mr. Eataly, non s’è messo in testa di riprendersi il marchio dai Gancia che nel frattempo ne avevano acquisito la proprietà.

La storia dei Mirafiore è da sempre legata a Fontanafredda, e proprio qui finalmente rinasce. Il progetto è ambizioso, destinare al marchio Casa E. di Mirafiore i vini che nascono dalle sole vigne di proprietà dei Tenimenti. Magari quelle più vecchie e meglio esposte. L’intenzione è di fare vini dal profilo austero, territoriale come si dice, e quanto più figli dell’annata e del terroir, senza quindi particolari interventi in cantina se non quelli strettamente necessari per la produzione: niente lieviti selezionati, solo fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni e affinamenti mirati alla salvaguardia dell’integrità del frutto piuttosto che alla definizione di un gusto omologato. E solo legni grandi, come si faceva un tempo, per vini che vanno a ricercare proprio nel passato il loro futuro possimo.

Ciò che mi è piaciuto di più di questo nebbiolo, di questo Barolino, è proprio la viva espressività, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Non posso definirmi un finissimo connosseurs dei nebbiolo di langa, ma in questo vino mi è sembrato di leggere buonissime impressioni di un vitigno mai semplice da maneggiare, interpretare; e mai banale, non di facile lettura insomma. Il 2008 è la sua prima uscita assoluta, e offre di se un bel colore granato con nitidi riflessi rubini. Il naso è ricco, dapprima con un salto fruttato e poi subito spezie dolci e note tostate. Si colgono nitide la prugna e la noce moscata, poi sentori di tabacco, polvere di caffè e una piacevole nota cioccolatosa che accompagna il primo sorso. In bocca è secco, l’impressione è notevole, un po’ scomposto ma l’attacco tannico è importante e nobile, pulito, avvolgente, con un retrogusto balsamico avvincente e assai persistente. Non è un vino per tutti i palati, ma di certo un ottimo biglietto da visita per chi vuole scoprire cosa bolle di nuovo in pentola da queste parti. Bentornato a casa blasone! 

Serralunga d’Alba, Barolo Vigna Lazzarito ’96

20 ottobre 2011

Chiariamo: tre giorni sono pochi – pochissimi – per cogliere tutte le sfumature che questa straordinaria terra sa offrire di se. Per questo, presto – molto presto – vi tornerò ancora; mi si è aperto un mondo davanti che sento valga seriamente la pena d’esser camminato, ovunque mi porti…

Ma cosa si può raccogliere in soli tre giorni? Beh, anzitutto i colori: siamo stati davvero fortunati, mai in ottobre il tempo è stato così clemente, con quell’aria quasi agostana che ci ha accolti a Barolo e ci ha fatto sentire subito a nostro agio, così come nella splendida Serralunga d’Alba. Ma c’è dell’altro, molto altro. Le colline tutt’intorno, un paesaggio splendido; qui si rischia davvero di lasciarci l’anima; solo a Vosne-Romanée ho provato la stessa unica sensazione di sentirmi in “un altro mondo”. Ma la dolcezza delle linee, ben definite, che si stagliano continuamente all’orizzonte non hanno nulla o quasi a che vedere con la pur amatissima Borgogna.

Qui, più che la mano di Dio ha potuto la fierezza dell’uomo, capace, pur tra mille difficoltà – nonostante qualche intuizione a dir poco esecrabile -, a difendere strenuamente un paesaggio finemente scolpito nella terra viva tra La Morra, Barolo, Castiglione Falletto e Serralunga, giusto per citare alcuni dei comuni del circondario a portata di mano. E poi le persone, certe storie, con alcuni dei loro vini assolutamente indimenticabili, tali da riempire decine e decine dei prossimi post. Leggerete.

A Serralunga d’Alba un passaggio tra i più felici di questa “treggiorni in langa”, tra i filari di uno dei crus più apprezzati dagli appassionati di Barolo di tutto il mondo: Lazzarito; poco più di otto ettari collocati in una conca naturale che arriva a circa 400 m slm con una esposizione sud/sud-ovest ed un profilo territoriale unico, con terreni poveri di materia organica e di origine sedimentaria marina ricco però di marne calcaree dal colore biancastro.

Qui, Fontanafredda, proprietaria di gran parte del vigneto (poi ci sono Vietti e Germano, credo), ha la sua vigna più preziosa, che tra l’altro, col millesimo 2007 esce in questi giorni sul mercato rispolverando un altro marchio storico di queste terre, Casa E. di Mirafiore, dalle chiare origini reali e svanito durante il secolo scorso, ma pur sempre all’origine di quella che è diventata prima Tenimenti di Fontana Fredda e Barolo e Fontanafredda poi.

Ma ritorniamo al Lazzarito così com’era: non è stata un’annata eccezionale la ’96, ma l’andamento climatico di quella estate, e in settembre inoltrato, nonostante non abbia risparmiato temporali e piogge, ha comunque consegnato in tempo utile nelle mani dei viticoltori della buona uva, e chi ne ha saputo fare buon uso in cantina ha tirato fuori comunque dei piccoli capolavori. Come questo. Certo, quindici anni per un Barolo non sono per niente l’eternità, tutt’altro, e anzi i tre lustri sono forse il limite minimo richiesto oltre i quali intravedere il reale potenziale di una bottiglia; ecco perché mi sento di dire che questo assaggio si è mostrato davvero speciale, una sorpresa da fissare nella memoria, imprevedibile appunto, ed estremamente rappresentativo.

Il colore è di un bel rosso granato netto, limpido, conserva ancora una certa vivacità, addirittura sull’unghia del vino appare piacevolmente cristallino. Il primo naso è subito finissimo, è lì nel bicchiere da molto, e nette sono le note di sottobosco, finocchio selvatico, fiori e foglie secche; poi ancora funghi, tabacco e quindi note più dolci, di liquirizia per esempio. In bocca è piuttosto austero, i tannini hanno di gran lunga subito il tempo, pur conservando una loro precisa trama, sottile ma ancora ben definita, vibrante, e che offrono quindi un sorso sì caparbio ma fine e morbido al tempo stesso, quanto basta, finanche lungo e avvolgente.

Solo in certe annate si verificano “piccoli miracoli” come questi, durante la degustazione l’abbiamo apostrofato come un nebiùl didattico, di quelli bastardi, duri a morire, arduo da domare, uno di quelli che ti regala solo un’annata complessa e poco generosa come questa. A Serralunga in particolar modo. Il tempo ha saputo farne tesoro, e regalarcene ancora l’emozione.

Pollenzo, Ristorante da Guido

17 ottobre 2011

Quindici anni fa, più o meno, ne seguivo le fortunate vicende dalle pagine del Gambero Rosso. Talvolta anche sul “channel”, soprattutto la rincorsa alle ricette tradizionali piemontesi che la Signora Lidia non ha mai fatto mancare ai suoi avventori.

E’ Guido da Costigliole, nome da dipolamatico per un ristorante che da Santo Stefano Belbo è entrato a pieno titolo nella storia dell’ enogastronomia italiana. Sobrio ed essenziale, oggi il ristorante “Guido” è a Pollenzo, presso l’Agenzia voluta da Slow Food che ospita, tra le altre cose, l’Università del Gusto e la Banca del Vino. Nasce dalla riuscita unione di due storiche prestigiose realtà della costumanza gastronomica piemontese, Guido da Costigliole d’Asti appunto e La Noce di Volpiano della famiglia Mongelli.

Padrone di casa stasera è Piero Alciati che, con il fratello Ugo ai fornelli – e qua e la una comparsa della mammissima Lidia -, continuano a proporre piatti tradizionali e tipici della cucina piemontese, accompagnati come detto in questa nuova, suggestiva avventura, dalla famiglia Mongelli. Ma veniamo alla cruda cronaca di una serata piacevole e rilassata a poco più di due passi dalle Langhe.

E’, con il gelato, forse il piatto più riuscito della serata, il benvenuto dello chef, uno gnocco di zucca con ragù di salsiccia e tartufo bianco d’Alba: un trionfo di profumi, netti, distinti avvolgenti ma al tempo stesso calibratissimi, e che non mancano di fondersi in tutt’uno e regalare un’esplosione di sapore unico.

Sono da poco passate le otto e mezza e il locale è già bello pieno. La grande sala, un tempo scuderie del comprensorio “albertino” che ospita l’Agenzia di Pollenzo, ha una dozzina di tavoli distribuiti in un ambiente piuttosto ampio, che in senso verticale – a dirla tutta -, risulta un tantino enorme per decretare quell’atmosfera intima e misurata che appare suggerita ad ogni passaggio in tavola, ma che invero si fa fatica a cogliere nell’aria di uno spazio così dilatato.

Non poteva mancare la Fassona, qui in carpaccio su una fresca insalatina e ancora un passaggio di tartufo bianco (per acclamazione). L’animale si sa è tra le razze più apprezzate, la fibra è tonica e muscolosa: pelle fine ed elastica, ossatura leggera e scarse quantità di grasso sottocutaneo tra l’altro ben amalgamato con la polpa senza mai stravolgerne particolarmente il sapore; la carne infatti è tenerissima, anche perché non è fibrosa, infatti, a dispetto dei muscoli, numerosi e sviluppati, non ha grande quantità di fibre e, come detto, di grasso. Conserva piuttosto un’altissima qualità nutrizionale grazie al ricco contenuto di amminoacidi, vitamina B e minerali di varia natura come il potassio, il selenio, magnesio, calcio, ferro e zinco. Conta molto invece la frollatura, che trasforma il muscolo in carne e, come in questo caso, è quanto mai importante saper offrire un taglio pronto e una preparazione appropriata.

Quindi gli Agnolotti al Plin di mamma Lidia, un piatto di tale disarmante semplicità quanto infinita è la bontà e il sapore che sprigiona; vengono serviti appena saltati in padella con un sugo ristretto di arrosto. E non mancano quelli “al tovagliolo”, semplicemente fritti, e se vogliamo ancora più buoni, che ci vengono portati in centro tavola appena un attimo dopo!

Si chiude con un gustoso Agnello al forno cotto a bassa temperatura: fragrante di aromi dolcissimi, sugoso, pura scioglievolezza in netto contrasto con i carciofi crudi e cotti che svolgono al meglio la loro funzione di contorno e di sgrassatura del palato, infondendo piacevole equilibrio gustativo.

In cantina ci sarebbe da perdersi, non a caso le carte dei vini che ci arrivano in tavola sono addirittura tre: una incentrata sui “vini bianchi”, quel poco che serve a stimolare la curiosità, una “extraregionale e internazionale” e  una “territoriale”, dove mi appare quasi inutile soffermarmi sulla profondità e la complessità dell’offerta, molto più che esaustiva (e a tratti emozionante), lasciando quindi scegliere ai commensali dove andare a parare; in verità alla fine sceglierà Piero, rendendo omaggio alla nostra splendia giornata in langa e proponendoci un immortale e infinito Barolo Riserva 1988 di Borgogno.

Davvero una bella esperienza questa cena da Guido, senza dubbio uno dei luoghi che continuerà a segnare e scandire al meglio il tempo dell’alta ospitalità piemontese; cos’altro aggiungere… ah sì, il gelato al Fiordilatte: beh, che dire… semplicemente commovente!

 
Ristorante da Guido
Via Fossano, 19 12060 Pollenzo (CN)
Tel. +39 0172.458422
www.guidoristorante.it
info@guidoristorante.it
Apertura a cena dal martedi al sabato
 

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