L’alberata aversana, o di quell’uva sospesa nello spazio infinito della memoria del tempo

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Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casaluce, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Lusciano, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola – Ducenta, Villa di Briano, Villa Literno in provincia di Caserta e Giugliano, Qualiano e Sant’Antimo in provincia di Napoli. Sono i 22 comuni dove è possibile fare l’Asprinio d’Aversa, doc istituita nel luglio ’93 per disciplinare la produzione di un bianco fermo e due tipologie di vino spumante, un metodo Martinotti (charmat lungo) e un Metodo Classico. In etichetta, quando le uve provengono esclusivamente da viti maritate, è ammessa la dicitura “alberata” o “da vigneti ad alberata”.

E’ un territorio anche brullo, sospeso, spesso dimenticato l’Agro Aversano. Ma vivo e fiero. Autentico. Proprio come le alberate, un metodo colturale incredibile, fuori dal tempo, dove le viti di asprinio si arrampicano sino a 10/15 metri di altezza “maritate” a pioppi secolari e, sospese nell’aria, imponenti barriere verdi, piene di grappoli raccolti in vendemmia dalle mani di pochi abili contadini senza età grazie all’aiuto di altissime scale. Dominano il paesaggio, unico nel suo genere.

E’ una vocazione antica, una tradizione ultramillenaria, una eredità importante, ingombrante, pesante, di fatto complicatissima da gestire, da portare avanti, anche per questo destinata prima o poi inesorabilmente a finire; e molteplici le concause: anzitutto, questo sistema di allevamento, per quanto suggestivo, è improponibile nella moderna gestione economica del vigneto. La sola vendemmia infatti costa di media almeno tre volte tanto una “normale” raccolta. Poi c’è l’abilità degli “uomini ragno” nella raccolta delle uve, merce rara: contadini esperti, i soli capaci di armeggiare con le altissime scale costruite a misura d’uomo per arrampicarsi agilmente lungo gli altissimi filari per cogliere i grappoli sparsi in lungo e in largo sulle “pareti”. Un lavoro particolare, immane, che naturalmente continua anche nella potatura, nel “ricamo” dell’alberata, un processo di rilegatura dei tralci complesso quanto inestricabile. Incredibile!

Vi sono varie versioni sull’origine dell’alberata. Di certo c’è l’intuizione degli Etruschi di “maritare” la vite rampicante a dei tutori, in questo caso “vivi” trattandosi di alberi, di pioppi. Poi varie note storiche più o meno di colore: da sempre sono questi territori interessati da una miriade di coltivazioni, tra le quali la canapa che, raggiungendo altezze variabili, creava condizioni assai sfavorevoli ad un allevamento basso della vite. Il notevole frazionamento delle conduzioni stesse, con l’asprinio, per molti anni coltivato solo per il fabbisogno familiare che sarebbe resistito proprio grazie alle alberate, sviluppatosi quindi in altezza per non sottrarre terreno ad altre colture stagionali. Colture differenti che nel tempo si avvicendavano nei fondi e che andavano magari difese dall’incipiente vento forte che qui arriva dalla vicina costa, lontana appena 15 chilometri.

Tant’è che negli ultimi anni l’alberata, soprattutto in considerazione degli elevati costi di conduzione, sta lentamente segnando il passo a favore di impianti a spalliera alti non più di 1 metro e 80 che, come vedremo, sembrano rappresentare una valida alternativa. Del vitigno si sa che è di notevole vigoria e assicura sempre produzioni molto abbondanti, in entrambi i casi, anche in condizioni particolarmente stressanti, del resto resiste bene anche a malattie della vite piuttosto decisive come la peronospora e l’oidio.

E il vino? Beh, generalmente se ne ottiene un bianco dal colore verdolino e dal profumo tenue, che sa di fiori gialli, di mela, note agrumate. Ma è in bocca che conquista l’appassionato, caratterizzato da un’elevata acidità fissa, dovuta dagli elevati livelli di acido malico che ne fa un’ottima base per la produzione di spumante di qualità: ha un sapore decisamente secco, asprigno appunto, fresco e caratterizzato da una certa profondità degustativa quando lavorato con sapiente attenzione in cantina. Ma poi si sa, una sceneggiatura di valore ha sempre bisogno di interpreti altrettanto bravi e rispettosi…

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12 Risposte to “L’alberata aversana, o di quell’uva sospesa nello spazio infinito della memoria del tempo”

  1. Mondelli Francesco Says:

    Non vorrei sbagliare ,ma in Irpinia credo sia nato un comitato contro l’espianto delle secolari starsete:l’auspicio è che qualche cosa del genere si faccia anche per l’alberata e poi aspettare l’intervento di qualche viticoltore appassionato che lo valorizzi come prodotto spumantistico originale e di qualità .PS.È sempre un atto di generosità non limitarsi al solo esercizio dell’assaggio,ma dare il propio contributo affinché nella bottiglia arrivi anche una bella storia.

  2. Antonio Di Spirito Says:

    Impeccabile articolo, da vero appassionato!
    Dobbiamo fare di tutto per conservare l’Asprinio così com’è: per la tradizione colturale e perchè non si snaturi la varietà! Altre tecniche colturali lo riporterebbero inevitabilmete alle origini: è un Greco!

  3. Angelo Di Costanzo Says:

    Francesco ahimé la questione sull’asprinio è molto più articolata e, manco a dirlo, aspra da mandar giù.
    Le alberate hanno costi di gestione improponobili nel mercato moderno. Una bottiglia di asprinio da vigne ad alberata, a conti fatti, anche una delle più mediocri, dovrebbe uscire sul mercato, franco cantina, sui 10/15 euro.

    La razionalizzazione avviata da altri piccoli produttori come ad esempio i Numeroso de I Borboni ma anche Masseria Compito a Gricignano gli consente un abbattimento di costi onerosissimi del vigneto ed una “conservazione” assoluta delle peculiarità primarie del vino. Poi subentrano altri fattori, legati all’esperienza o alla capacità tecnica di lavorare quest’uva in cantina, ma le bellissime “alberate”, a meno che non si scenda in campo con “forze” importanti, non solo disciplinari (economiche anzitutto), sono destinate a breve vita. Almeno quelle atte alla produzione vera e propria (che sono già meno di quanto si pensi).

  4. Mondelli Francesco Says:

    Non disperiamo. I viticoltori si potrebbero, ad esempio, far raccomandare da Lucianone e diventare un presidio slow food. PS.Da Antonio i complimenti sono stati accettati come valente critico o come piccolo viticoltore? PS2. Durante questi fortunali la mia amata coccodrilla è rimasta ben ancorata a Napoli o a cercato di prendere il largo? Un saluto ad entrambi da FM.

    • Angelo Di Costanzo Says:

      Apprezzo molto l’approccio di Antonio come critico. Per cui mi ritengo lusingato dai suoi interventi qui su L’Arcante; come d’altronde di ognuno di voi che decidete di lasciare traccia su queste pagine.

      Personalmente, fermo restando il gran lavoro che Luciano ha già fatto per la Campania, tutta, e buona pace per Slow Food, non vedo a cosa serva etichettare l’alberata o l’asprinio con questo o quel marchio. Piuttosto bisognerà intervenire seriamente nel rilancio della doc, della produzione per stimolare iniziative imprenditoriali lungimiranti per dare slancio ad un territorio viticolo che ha tutti i numeri per entrare a far parte del meglio della produzione di qualità regionale.

  5. Lusciano, Asprinio d’Aversa Vite Maritata 1998 e Santa Patena 2011, di mezzo sempre I Borboni « L’ A r c a n t e Says:

    […] facendo cose più che egregie; ma più di tutti appare sorpreso (anche se non troppo) proprio lui, Carlo Numeroso, vigneron dalla “capa tosta” e patron, col cugino omonimo, de I Borboni di Lusciano. […]

  6. Carlo Says:

    Ciao! È possibile fare un’alberata con varietà da tavola, per esempio l’Isabella o l’Uva fragola?
    Articolo interessantissimo, grazie cercavo giusto informazioni su questo metodo di coltivare la vite.

  7. Antonio Di Spirito Says:

    La coltivazione ad alberata dell’Asprinio è stato, probabilmente, l’unico esempio nella storia Italiana. Le motivazioni le ha ben spiegate Angelo nel suo articolo: sviluppo in altezza per permettere altre coltivazioni sul terreno sottostante. Un esempio simile lo possiamo notare sulla costa Amalfitana, dove le viti venivano piantate in orizzontale ed allevate a tendone, perchè i pescatori (notturni) potessero utilizzare il terreno strappato alla montagna per la coltivazione degli ortaggi. Lo sfruttamento intensivo in altezza (non si sà bene quanti chili di uva si producono per pianta) ci regala grappoli a bassa gradazione zuccherina (difficilmente supera i 12 gradi di alcool; da qui la precaria stabilità) ed una elevata acidità.
    Il Prof. Scienza ha tracciato un parallelo molto stretto con un modo di coltivare certi vitigni in regione Caucasica proprio come l’asprinio e con l’utilizzo di recipienti per la raccolta simili alle fiscine di vimini appuntite nella parte inferiore, perchè potessero passare con facilità attrraverso la folta vgetazione dell’alberata.
    Gli studi genomici ci dicono che l’Asprinio ed il Greco di Tufo sono la stessa uva, e, pare, che a Tufo sia stato portato proprio da Aversa: la famiglia Di Marzo nel 1600 si trasferì a Tufo proveniente da Nola. Negli ultimi anni sono stati fatti studi e sperimentazioni di una coltivazione a spalliera dell’Asprinio (visto i costi della coltivazione ad alberata) soprattutto per accertarne la finalizzazione come base spumantistica. La prima vendemia sperimentale è stata incoraggiante; non so le successive. Speriamo. Possiamo anche perdere un modo tradizionele e coreografico di coltivazione, ma perdere un vino millenario dispiacerebbe proprio tanto!

  8. Angelo Di Costanzo Says:

    Dell’accostamento così specifico al Greco di Tufo non lo sapevo, bel contributo Antonio, grazie. E sta storia dei Marzo è molto affascinante. 🙂

  9. Ciao Carlo | L’ A r c a n t e Says:

    […] L’Alberata aversana¤. […]

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