E’ una pietra angolare, il Vigna Astroni 2019 di Cantine Astroni

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A noi cinquantenni non basta sentirci realizzati, o almeno ciò che noi pensiamo sia quella sensazione di realizzazione, a 50 anni. Ai cinquantenni di oggi gira così, pretendiamo che ci venga riconosciuto IL merito, per ciò che abbiamo fatto, per ciò che siamo stati in questi anni, per quello che abbiamo dato, forse, per ciò che siamo oggi davanti agli occhi degli altri: la famiglia, gli amici, chi ci guarda (e ci giudica). Guai però a lodarsi da soli! Meglio siano altri a riconoscerci un ruolo, un valore per il posto che occupiamo al mondo.

Se oggi ci godiamo nel bicchiere questo m-o-n-u-m-e-n-t-a-l-e Vigna Astroni duemiladiciannove, così in splendida forma, gran merito va soprattutto al lavoro fatto in campagna negli ultimi 20 anni a Cantine Astroni, con la cura maniacale del vigneto, l’attenzione alla terra, dove affondano le radici delle piante, rieducate, negli anni, lentamente, alla sostenibilità con potature mirate, diradamenti necessari, quegli interventi misurati sull’intero ciclo biologico annuale della vite, non solo all’occorrenza o per urgenza,  insomma: intervenire prima, con ragionevolezza, per intervenire meno.

Così il frutto che arriva in cantina è sempre integro, da maneggiare con cura ed attenzione e da “lavorare” il meno possibile. Ne viene fuori così un vino pienamente espressivo, prorompente nella sua vivacità gustativa; è un bianco dal naso subito invitante, ricco di fascino, intrigante, orizzontale e che va in profondità con finezza ed esuberanza, suggerisce note iodate e frutta polposa, dolcezze e sentori di macchia mediterranea, cedro, albicocca, miele e zenzero ma anche rimandi marini, certe passeggiate sugli scogli neri, vulcanici, bagnati dal mare, della costa flegrea da Miseno a Bagnoli. Il sorso poi è incredibile: fresco, puntuto, sferzante, sapido, giustamente caldo, tratteggiato con finezza, come disegnato da mano esperta eppure libera da lacci e lacciuoli prospettici, assolutamente coinvolgente dal primo all’ultimo sorso.

Per chi s’appassiona al simbolismo di tradizione cristiana, pare immaginare il cammino di molti di noi, a questo punto della nostra vita e del nostro percorso professionale, con dentro decenni di passione per la ricerca, di amore per il racconto, quella dedizione di lunghi anni spesi nel valorizzare la nostra terra, i Campi Flegrei, come “quella pietra dolente che tanti costruttori avevan per anni rigettato, possa così diventare la principale pietra d’angolo”, con questo vino qui.

L’enologo, cinquantenne – siamo coetanei -, ha una laurea in Viticoltura ed Enologia conseguita a Udine nel 2001, poi numerose esperienze formative in Italia e nel mondo, prima di ritornare a casa, a Napoli; su tutte, una presso l’azienda agricola Leonildo Pieropan a Soave, l’altra, indimenticata, in Argentina, presso l’azienda Luigi Bosca di Mendoza. Gerardo Vernazzaro è amico di bevute memorabili, oltre ad essere un tecnico di elevatissimo talento, uno dei più attenti e preparati viticoltori flegrei ma sopra tutto è una gran bella persona, capace di svoltarti una giornata con una battuta folgorante delle sue. Mi viene proprio di dirglielo: ”Ma che caxxo di vino monumentale hai tirato fuori amico mio quell’anno”!

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