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Il successo del Piedirosso dei Campi Flegrei spiegato facile con tre ottime bottiglie

14 settembre 2019

Chi ha vissuto e può raccontare a suo modo gli ultimi quindici/vent’anni di viticoltura nei Campi Flegrei sa bene che era necessario solo attendere e continuare a stimolare vignaioli e produttori nel fare meglio, il successo dei vini flegrei, presto o tardi, sarebbe arrivato; la distanza che li separava dal resto del mondo del vino, quel gap soprattutto di mentalità, certi difetti dei vini, originati soprattutto da una cattiva gestione del vigneto, della vinificazione o dell’affinamento, talvolta proposti addirittura come tipicità, sono stati per anni un fardello pesantissimo da portarsi dietro ma finalmente (quasi) del tutto superati.

La strada da fare, sia ben chiaro, è ancora tanta, è necessario anzitutto che il territorio, la sua gente, le istituzioni che li governano sappiano riconoscere in questo lungo percorso nuovi obiettivi di crescita condivisi per non mancare l’appuntamento con la storia, fare di questo pezzo di terra, di questa vocazione unica e straordinaria un’opportunità di sviluppo di largo respiro internazionale.

Tornando al nostro Pér ‘e Palumm, per lungo tempo, come ampiamente raccontato più volte proprio su queste pagine con l’aiuto dell’amico enologo Gerardo Vernazzaro¤, ci siamo sentiti raccontare che certe puzzette del Piedirosso fossero un tratto caratteriale tipico del vitigno, o del territorio: niente di più sbagliato! Per non parlare del carattere vegetale di alcuni, un difetto riconducibile solo ed esclusivamente ad una non corretta maturità dell’uva, quindi da una gestione approssimativa del vigneto.

Altro tasto sempre molto dolente, la riduzione, dovuta invece alla produzione di idrogeno solforato (uova marce) e metantiolo (acqua stagnante, straccio bagnato) ad opera dei lieviti quando si trovano in condizione di particolare stress per carenza di ossigeno o per carenza di azoto. I suoli vulcanici si sa sono composti principalmente da sabbie, sono terreni sciolti, poveri di azoto, tale macro-elemento è indispensabile per un corretto metabolismo del lievito, quindi avendo valori di azoto prontamente assimilabile (APA) bassi – in media tra 80-120 mg/l quando solitamente ne occorrono circa il doppio -, non è difficile cogliere quale fosse l’origine del male di certi vini sempre un po’ sospesi tra l’inferno ed il purgatorio.

Tant’è, senza fare torto a nessuno dei produttori flegrei che continueremo a seguire sempre con grande passione per raccontare approfonditamente dei loro vini, proviamo ad anticipare, tra le prime, l’uscita di tre ottime bottiglie che ci sono capitate a tiro nelle scorse settimane, bevute in anteprima, che ci sembrano ben rappresentare la lunga strada percorsa sino ad oggi dal varietale, dal territorio e dai loro interpreti. 

Campi Flegrei Pér 'e Palumm Agnanum 2018 Raffaele Moccia - foto L'Arcante

Pér ‘e Palumm Campi Flegrei Agnanum 2018 Raffaele Moccia. Raffaele tiro dritto per la sua strada, nessun compromesso in vigna dove si continua a mantenere fede all’eredità del padre e condurre la vigna in maniera ancestrale. I vini di Agnanum¤, pur caratterizzati da una bevibilità unica, vanno aspettati e lasciati respirare, concedendogli cioè il giusto tempo di ossigenazione, una breve sospensione temporale necessaria per godere a pieno persino delle piccole imprecisioni, quelle sottili sgrammaticature che rappresentano per i palati più attenti un segno distintivo dei meravigliosi vini prodotti qui su questo costone di sabbia vulcanica che conduce direttamente sull’oasi del Parco naturale degli Astroni.

Questo duemiladiciotto ha un bellissimo colore purpureo tutto suo, a tratti caratterizzato da toni scuri che si ritrovano immediatamente anche al naso, dapprima ermetico, al solito, ma che stilla man mano piccole sfumature invitanti, di frutto polposo e note speziate, anche terrose, che si fanno poi dense al gusto, nuovamente asciutto, persistente, saporito. Di quei rossi plastici da spendere su una ricca Zuppa di mare o uno Spiedo di pesci e molluschi arrosto.

Gennaro Schiano nelle sue vigne a Cigliano - foto A. Di Costanzo

Piedirosso Campi Flegrei Riserva Terra del Padre 2017 Cantine del Mare. Ne abbiamo scritto a lungo di Cantine del Mare e ne riscriviamo ancora volentieri oggi davanti a questo splendido Piedirosso Riserva. Un cambio di passo epocale qui a Monte di Procida, segnato da nuove bottiglie, si passerà infatti alla borgognotta, da nuove etichette che però verranno svelate solo tra qualche settimana, con i vini Riserva duemiladiciassette e quelli d’annata duemiladiciotto disponibili con ogni probabilità solo verso fine novembre prossimo, con almeno un anno di affinamento alle spalle. Nel merito, stiamo parlando di poco più di 1.300 bottiglie di cui Alessandra e Gennaro Schiano¤ possono andare molto fieri, coronamento di quasi vent’anni di storia della piccola cantina montese e della lunga e faticosa riconversione di diversi appezzamenti in conduzione avviata ben oltre un lustro fa.

Le uve provengono infatti quasi esclusivamente da vigne vecchie, di età che vanno dai 40, 60 anni delle vigne di Bacoli ai quasi 100 anni di alcuni ceppi collocati perlopiù sulle grigie sabbie vulcaniche della collina di Cigliano, nel comune di Pozzuoli. Il colore è uno splendido rubino vivace, luminoso come fosse sacro fuoco, il naso è un portento, ampio, finissimo ed espressivo di frutta rossa, è floreale, sa di melagrana e gerani, appena un accenno di cipria; il sorso è pieno, appare sottile ma saprà distendersi, si fa infatti largo e si allunga ad ogni assaggio, nessuna traccia del legno, solo tanto frutto: vibrante, polposo, teso. Un piccolo capolavoro da portare in tavola con primi al ragù di mare ma anche con carni stufate o preparate al forno con contorni di verdure.

Piedirosso Campi Flegrei Riserva Tenuta Camaldoli 2016 Cantine Astroni. Ecco un altro rosso dalla forte impronta territoriale che in appena una manciata di vendemmie sta là a disegnare nuove traiettorie. Qualcuno tra agli appassionati più attenti l’ha accostato a bottiglie prodotte lontano migliaia di chilometri da questi pochi ettari terrazzati sopra le colline dei Camaldoli, a Napoli, ma in realtà il vino di Gerardo Vernazzaro¤ non ha nessuna intenzione di somigliare a questo o quel vino d’oltralpe se non provare a scolpire nella materia liquida i tratti distintivi del varietale e di questa sorprendente terra sospesa.

Questo assaggio conferma in tutto e per tutto le velleità della precedente uscita duemilaquindici¤, è un rosso originale, dal respiro moderno e dal sapore contemporaneo, dal naso allettante e seducente, proteso all’ampiezza del frutto, profuma di melagrana e susina, di arbusti di macchia mediterranea cui segue, sottinteso, un sorso sottile e coinvolgente, pieno di nuovi cardini da scoprire di volta in volta nei prossimi mesi, anni, e un finale di bocca particolarmente gratificante. Uno di quei vini bonus da stappare tra amici con buoni Salumi e Formaggi di media stagionatura ma anche su carni rosse pregiate appena scottate, pensiamo ad una Tagliata di manzo con rucola e Grana.  

Sono questi vini che hanno inoltre la missione-ambizione di riuscire nel difficile compito di avvicinare sempre più appassionati alla riscoperta della leggerezza e della bevibilità¤, in un momento storico di forte inversione di tendenza dove alla potenza, alla concentrazione e alle alte gradazioni alcoliche di vini pesi-massimi vengono preferiti prevalentemente la finezza, l’eleganza e la bevibilità di pesi-medi leggeri, vini dalle gradazioni alcoliche contenute, vieppiù quando identitari e di spiccata personalità varietale e territoriale.

Infine, per chiuderla con una nota di orgoglio territoriale, il Piedirosso ha successo perché incarna forse anche la marginalità di Napoli, entrambi si trovano infatti ”Parà ta éscheta” ovvero ”prossimi ai limiti estremi”, ad un palmo di mano dall’abisso, pronto alla resurrezione ma anche ad un passo dal precipizio. Uno dei grandi problemi ancora irrisolti di questo vitigno infatti è la scarsa produttività che ne pregiudica la definizione di un modello viticolo moderno, capace di esaltarne le peculiarità limitandone le avversità; anche per questo alcuni contadini lo stanno in parte estirpando, sostituendolo nella migliore delle ipotesi con la Falanghina, di certo più generosa. Noi invece siamo per preservare il valore assoluto di questo straordinario vitigno, orgoglio agricolo e àncora di salvezza e rinascita viticola della nostra città, di questa provincia, delle sue periferie.

Leggi anche Il naso, i napoletani e l’apologia del Piedirosso #1 Qui.

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© L’Arcante – riproduzione riservata

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Falanghina, o di quel bianco dell’estate buono per tutte le tasche!

12 luglio 2019

Il vitigno è tra i più antichi del nostro territorio Campano, già noto e apprezzato dai Romani che del vino ne facevano ampie scorte durante i passaggi in regione. L’uva è tra le poche autoctone capaci di adattarsi alle tante varianti morfologiche territoriali e quasi sempre con risultati di tutto rispetto, non a caso è la varietà a bacca bianca più diffusa e i vini godono costantemente di grande successo commerciale.

Falanghina Campi Flegrei 2016 Contrada Salandra. Sono almeno tre lustri che Giuseppe Fortunato con tenacia e perseveranza porta avanti una sua idea precisa di vino nei Campi Flegrei, il risultato, per quanto altalenante in alcune annate talvolta riesce di slancio a recuperare e rilanciare con grande scioltezza risultati davvero eccellenti. Le uve di questo angolo della Costa cumana, coltivate a poche centinaia di metri in linea d’aria dal mare, in località Monterusciello, sanno donare vini di straordinaria personalità e caratterizzati da tanta freschezza, pienezza e sapidità, a questo giro, in questo vino duemilasedici, particolarmente espressive. Con uno splendido piatto della tradizione flegrea, Totanetti con patate e piselli.

Falerno del Massico bianco Anthologia 2017 Masseria Felicia. Lo abbiamo scritto e lo ribadiamo, i vini di Maria Felicia Brini¤ sono una rincorsa continua, lo sono, per la verità, un po’ da sempre: mai del tutto definiti, o definitivi, sfuggono alla logica della ripetitività nel nome della caducità vendemmiale. L’azienda è a Carano, in località S. Terenzano, una piccola frazione di Sessa Aurunca, il primo comune per estensione della provincia di Caserta. Arrivarci è facilissimo, sia che sia arrivi da nord che da sud, basta seguire la statale Domiziana sino a Mondragone e poi risalire nell’interno, verso Sessa, oppure con l’autostrada Napoli-Roma uscendo a Capua: in meno di venti minuti vi ritroverete al cancello della famiglia Brini, dove vi accoglieranno come si accolgono gli amici in casa propria. Oppure stappate una di queste bottiglie di Anthologia duemiladiciassette. Provatelo con degli Spiedini di pesce alla piastra, con delle verdurine croccanti nel mezzo, una manciata di origano e sale grosso di Mothia.

Falanghina del Sannio Fois 2017 Fulvio Cautiero. E’ sempre un bere bene con i vini di Imma e Fulvio Cautiero, in questo caso, nonostante l’annata non deponga certo a suo favore in termini di freschezza e verticalità regala comunque una bevuta davvero interessante. Il vino ha un gradevole colore paglierino pieno ed un primo naso ”furbacchione” ed ampio, subito floreale, poi fruttato, vi si colgono sentori di ginestra e pesca, poi accenni balsamici; il sorso è secco e appagante, piacevole, diciamo che manca di quella profondità delle migliore annate ma ci sta, l’annata è stata quella che è stata, siccitosa, calda, parecchio precoce, tuttavia bottiglie come queste, a poco più di 8 euro a scaffale in enoteca sono da considerarsi un vero  e proprio affare! Accompagna con grande piacevolezza l’insalata di polpo.

Irpinia Falanghina Via del Campo 2018 Quintodecimo. Viene fuori dalle uve provenienti da una sola vigna di Falanghina che si trova proprio a Mirabella Eclano, dove Laura e Luigi Moio hanno avviato questo straordinario progetto nel 2001¤. E’ necessaria una grande materia prima ed una profonda conoscenza del territorio e del varietale per permettersi un bianco con questa tessitura e corpo senza rinunciare al tradizionale patrimonio di freschezza e bevibilità. Luigi Moio¤, al di là delle sue prestigiose referenze accademiche che ne fanno un riferimento assoluto per l’enologia internazionale continua ad essere anche il massimo esperto del vitigno attualmente in circolazione. Così Via del Campo continua il suo percorso di crescita, a questo giro un po’ costretta forse dalla necessità impellente di stare sul mercato ma senza però mancare il bersaglio, di proporsi cioè avvenente, precisa, orizzontale. Appassionati e sommelier, conformisti e anticonformisti non potranno che apprezzarne il suggerimento con Seppie alla griglia e melanzane arrosto.

Falanghina del Sannio Serrocielo 2018 Feudi di San Gregorio. Serrocielo nasce dalla migliori uve provenienti dai vigneti del Sannio – area tra le più vocate in Campania per il vitigno -, condizione questa che anche in presenza di annate particolarmente complesse, come ad esempio la  scorsa duemiladiciassette, consente di fare scelte importanti e mirate alla sola qualità. E’ questo un bianco democratico, capace di conquistare immediatamente gli appassionati alle prime armi e i palati più attenti ed esigenti. L’impronta olfattiva è graziosa, netta ed immediata, ha carattere tipicamente varietale e suggestivo di piacevoli sentori floreali e frutta a polpa bianca. Il sorso è asciutto e gradevole, rinfranca il palato ed accompagna con piacevole sostanza tutti i buoni piatti di mare della cucina mediterranea, dai più classici primi piatti ai frutti di mare ai gamberi in pastella o ricche insalate esotiche e pesci scottati.

Falanghina del Sannio Svelato 2018 Terre Stregate. Ancora dal Sannio questo seducente assaggio dall’areale di Guardia Sanframondi. Svelato è un bianco sempre franco ed espressivo, enorme il lavoro di valorizzazione messo in campo dalla famiglia Iacobucci negli ultimi anni, con un duemiladiciotto centratissimo per energia, eleganza e bevibilità. Il timbro è quello classico, dal colore giallo paglierino con riflessi appena verdognoli sull’unghia del vino nel bicchiere, e il naso che sa di fiori di campo e mela, biancospino e ananas, mentre il sorso è piacevolmente morbido, gradevole e preciso. Ce lo immaginiamo servito ben fresco, su bocconcini di mozzarella di Bufala campana con pomodorini cannellini appena aggiustati di sale e olio evo, ovviamente di Ortice e Raccioppella. 

Campi Flegrei bianco Vigna Jossa 2018 Cantine Astroni. Una novità assoluta, che per la verità troveremo sul mercato solo all’inizio del prossimo anno ma ci pregiamo di darvene una prima impressione in anteprima dopo i ripetuti assaggi degli ultimi mesi. Gerardo Vernazzaro¤ ci sta lavorando con grande attenzione da diversi anni, l’impianto di 3 ettari – nella foto – di cui la metà piantati a bacca bianca risale al 2011, qui siamo lungo la strada che dal quartiere Pianura conduce su alla collina dei Camaldoli, a Napoli.

Il vino è composito di Falanghina al 90% e per la restante parte da altre varietà autorizzate dal disciplinare Campi Flegrei bianco, menzione rivista con le modifiche introdotte dall’annata 2011 ma che in realtà, ad oggi, non è mai stata ”utilizzata” dalle aziende flegree; in questo vino la molteplice composizione varietale ne accentua la verticalità, almeno in questi primi assaggi, e promette di sorprendere senza però stravolgere quella tipicità vulcanica sulla quale negli ultimi 20 anni si è duramente lavorato qui agli Astroni come altrove nei Campi Flegrei. Insomma, aspettiamoci di bere sempre meglio con i vini provenienti da queste parti, noi non possiamo che metterci in fila per ritornare a scriverne più in là!

Ecco, al netto di gusti personali e di circostanza ora sapete come uscirvene dall’imbarazzo di bere bene, anche facile, accontentando però più esigenze e tutte le tasche, con il bonus di potervi pure vantare di aver regalato una bevuta essenziale ma decisamente ricca di spunti interessanti per ognuno dei vostri commensali!

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L’Arcante su il Napolista, questi gli ultimi articoli della stagione pubblicati

24 aprile 2019

Il Napolista

Siamo giunti allo sprint finale della stagione calcistica 2018/2019, come sapete dallo scorso Ottobre alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare qualcuna tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che va terminando la stagione al 2° posto in Italia¤ e uscita ai Quarti in Europa League¤.

Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno.

Questi sono gli ultimi articoli pubblicati che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.

#17 Amadou Diawara e l’Ariapetrina, il vino gioviale e sbarazzino in terra di Falerno Leggi Qui.

#18 Elseid Hysaj e mario Rui, mai sopra le righe eppure efficaci e godibilissimi come i vini di Casa D’Ambra Leggi Qui.

#19 Faouzi Ghoulam, Kevin Malcuit e il giovane Sebastiano Luperto, tre luminose sfumature di greco di Tufo Leggi Qui.

#20 Orestis Karnezis, Vlad Chiriches e Amin Younes sono il carosello dei vini campani buoni, inaspettati e sorprendenti  Leggi Qui.

#21 Lorenzo Insigne, elogio al calcio estetico, come il Tenuta Camaldoli di Cantine Astroni è un elogio alla bevibilità Leggi Qui.

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La Primavera nei Campi Flegrei| Vigna Astroni

14 aprile 2019

Napoli, Cantine Astroni – Foto di Gerardo Vernazzaro.

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